«Non esistono genitori perfetti, solo genitori reali.»
Queste parole di Donald Winnicott ci toccano da vicino. Perché, nel profondo, lo sappiamo: educare non significa plasmare, ma accompagnare.
Essere genitori è abitare un confine sottile, dove il desiderio di proteggere si intreccia con la necessità di lasciar andare. È un’esperienza che ci espone, che ci chiede di essere presenti senza invadere, forti senza dominare.
La verità è che educare significa anche rinunciare all’illusione del controllo. Significa imparare a stare sulla soglia – quella sottile linea tra ciò che vorremmo trattenere e ciò che siamo chiamati a lasciare andare. Sembra paradossale, ma è proprio in questo spazio fragile che si gioca il senso più profondo della genitorialità.
In questo articolo entreremo nel vivo di una riflessione urgente: come possiamo educare senza sostituirci, sostenere senza proiettare, amare senza possedere? E soprattutto: come possiamo restare fedeli a noi stessi mentre accompagniamo altri nella costruzione della propria identità?
In questo articolo esploreremo come il counseling filosofico può aprire spazi di ascolto e riflessione autentici, aiutandoci a costruire una genitorialità più consapevole, meno basata sulle aspettative e più radicata nell’accettazione dell’imperfezione.
Diventare genitori non è semplicemente un evento biologico o un passaggio esistenziale tra i più significativi: è, innanzitutto, un terreno di tensione filosofica, un banco di prova radicale per l’identità dell’individuo. Ogni figlio che nasce non solo chiama alla luce una nuova vita, ma riformula, in modo implicito e talvolta dirompente, la domanda più antica e persistente della filosofia: che cosa significa essere umani? Nel crocevia tra la fragilità dell’essere, il desiderio di permanenza, la lotta contro le maschere culturali e l’ineludibile esperienza del limite, si apre un campo fecondo in cui il counseling filosofico può operare come vera pratica trasformativa.
Iniziamo dal principio: la nascita

La nascita è innanzitutto un evento di doloroso conflitto e separazione: il corpo materno si scinde, in qualche modo si nega, per dare origine a una vita che è altro da sé. Si tratta di una lacerazione profonda, vissuta dalla madre generativa in modo potente. Massimo Recalcati, in uno degli episodi della serie “Lessico famigliare” andata in onda su Rai3, riflette sull’esistenza di un momento preciso in cui la donna, che sta per partorire, sa che se non spingerà con tutte le sue forze il figlio fuori da sé, fuori dal suo corpo caldo e accogliente, lo condannerà alla morte. Questa ambiguità, che consiste nella percezione del proprio figlio come parte di sé e al contempo come altro da sé, permane ben oltre la nascita.
«Decidere di avere un figlio è una scelta radicale. È accettare di avere per sempre il proprio cuore che cammina per il mondo fuori dal nostro corpo», recita un celebre aforisma di Elizabeth Stone.
Il primo periodo della vita di un bambino è caratterizzato da un accudimento totalizzante, da una simbiosi nella quale stabilire il confine tra sé e il neonato risulta difficilissimo. I genitori spesso provano sensazioni molto angoscianti, come quella di non disporre più del proprio tempo e del proprio corpo, sensazioni che difficilmente trovano espressione, per vergogna o senso di inadeguatezza.
Galimberti, nell’opera I miti del nostro tempo (Universale Economica Feltrinelli, Milano 2012, p. 15), colloca in apertura del saggio dedicato al “mito” dell’amore materno una citazione dalla Medea di Euripide:
«Tieni lontano il più possibile i figli, non lasciarli avvicinare alla madre. L’ho già vista mentre li guardava con occhio feroce, come se avesse in mente qualcosa».
L’incipit del testo è poi fulminante:
«.
Senza edulcorare e ammorbidire il concetto, quello per il figlio viene definito, in modo netto, «rifiuto». Riconoscere la natura contrastata dell’amore genitoriale ha un effetto liberatorio, catartico; è normale provare sentimenti contrastanti, sperimentare pulsioni antitetiche nel corso della stessa giornata, o addirittura a distanza di pochi minuti, nei confronti dei propri figli? Non solo possiamo riconoscere che lo sia, ma, andando oltre, possiamo individuare proprio nell’ambivalenza la caratteristica strutturale dell’amore genitoriale; questa ambivalenza va «riconosciuta e accettata come cosa naturale e non con il senso di colpa che può nascere dall’interpretarla come incompiutezza o inautenticità del sentimento».

Il racconto dell’amore genitoriale come qualcosa di potente, distruttivo, lontanissimo da ogni visione armonica e pacificata è presente anche nella riflessione della filosofa Elena Pulcini:
«L’amore, inteso come passione, è ciò che costringe l’Io, per rispondere alla presenza ineludibile dell’altro, a uscire da sé, a esporsi, a sporgersi verso possibilità ignote e non ancora attualizzate. È ciò che lo induce ad aprirsi all’Unheimlich, a ospitare il perturbante e l’estraneo, persino nei suoi aspetti più indesiderabili; così da rompere i confini della propria dimora, familiare e rassicurante, e produrre una costante dislocazione di identità».
L’amore materno non fa eccezione in questo e, lungi dall’essere il luogo dell’armonia e della dedizione priva di conflitto interiore, è impregnato della forza dirompente del pàthos dell’èros. La madre è
«costantemente impegnata in un corpo a corpo con il figlioa, in un coinvolgimento “viscerale” […], nel quale l’io viene costantemente messo alla prova, in un circuito di reciprocità che scuote certezze e apre nuovi e imprevisti orizzonti».
Pulcini parla principalmente di “amore materno” ma trovo che questo aspetto specifico della sua riflessione sia pienamente estendibile ai padri. Non solo il rifiuto, ma un altro sentimento generato dal neonato e rimosso dal senso comune può essere oggetto di riflessione filosofica: si tratta della vergogna, o meglio, seguendo il contributo di Günther Anders, la “vergogna della nascita”. Anders definisce la “vergogna” come qualcosa che
«va […] dal rimpianto dell’Atto che mi ha posto e che non è mio, al pudore di svelare il mio io che non è così come l’avrei voluto».
Lo shock di fronte alla scoperta della contingenza non è un momento isolato, ma una condizione che l’individuo esperisce continuamente; la categoria entro cui si situa questa condizione non è quella dell’agire, ma dell’essere. Non a caso, la categoria andersiana di “vergogna” può essere considerata un antecedente del concetto di “nausea” sartriano. Nella vergogna si esprime in qualche modo la tensione mai solubile tra l’uomo in quanto individuum da una parte e in quanto “genere umano” dall’altra, e in primo luogo corpo.
La nascita di un figlio ci riconnette proprio con la consapevolezza del nostro corpo come origine e destino, con il nostro “essere nati”, confliggendo con la metafora prometeica dell’uomo artefice della propria esistenza e generando nei neogenitori di oggi un forte senso di spaesamento e di inadeguatezza, terreno fertile su cui si innesta il conflitto tra l’“essere” autentico e il “dover essere” socialmente atteso. Una volta nati, e man mano che crescono, i figli si presentano come universi imprevedibili, come “altri” a tutti gli effetti, che però necessitano di una guida, di un percorso. Spiazzati, in molti casi i genitori si trovano a dar voce all’unico genitore che conoscono, ossia il proprio. Il passato irrompe così attraverso la voce del «si dice», «si fa», del modo inautentico acquisito e appreso passivamente.
Spesso questo provoca sofferenza, perché si percepisce confusamente uno scollamento rispetto a quella persona che non siamo noi, non ci corrisponde. Per contrastare questa tendenza, ci rivolgiamo ai libri di pedagogia e psicologia, tentando, attraverso lo studio, di colmare un senso di vuoto interiore, prepararsi ed evitare così ogni possibile errore.
Sostituiamo alla tradizione e alle abitudini famigliari voci autorevoli in ambito pedagogico e psicologico. Ma questi due approcci possono risultare simili nel momento in cui si fondano su un’idea di eteronormatività che stride con l’autonomia del singolo genitore, il cui essere è unico, come unica è la relazione con quel figlio, diversa e irriducibile a qualsiasi altra. Lo studio e l’approfondimento di tipo psicologico e pedagogico in tema di sviluppo evolutivo possono essere utilissimi, purché queste fonti non diventino nuove auctoritates, da sostituire alle precedenti, cui delegare decisioni che spettano agli individui, deresponsabilizzandoli e al contempo limitandone l’espressione autentica.
La domanda allora non è più: «Che tipo di genitore devo essere?», ma: «Che tipo di genitore sono autenticamente? A quali mie risorse personali posso attingere? Qual è la mia voce di madre/padre?». Darsi la possibilità di scoprirlo, anche sbagliando, di sperimentarsi, di riconoscere a sé stessi il «coraggio dell’imperfezione», secondo la felice espressione di Rollo May, può aprire una strada di grande soddisfazione, riconoscibile, finalmente, come propria.
Per allargare lo sguardo su questo, e ricentrarsi sul proprio stile genitoriale autentico, è utile anche posizionarsi criticamente rispetto ai modelli culturali e sociali che ancora oggi regolano le aspettative sulla maternità e sulla paternità; in questo ambito, il ricorso frequente al concetto di “natura” nasconde pregiudizi e convinzioni culturali radicate, che, proprio grazie al ragionamento filosofico, possono essere smantellate e produrre paradigmi per orientarsi più fluidi e complessi.

I discorsi sulla natura della donna ˗ multitasking, amorevole, dedita al sacrificio, portata all’accudimento, mentalmente più organizzata dal punto di vista pratico ˗, e su quella dell’uomo ˗ emotivamente incompetente, approssimativo, bravo solo a giocare con i figli ˗, penetrano in modo forte nel nostro immaginario, producendo conseguenze negative sia per i padri sia per le madri: se da un lato la donna è sovraccaricata di aspettative che non può sostenere, dall’altro i padri sono sminuiti e privati di un ruolo attivo nell’accudimento genitoriale.
Come osserva Francesca Rigotti, è possibile che le donne abbiano una maggiore propensione alle relazioni, ma l’origine di questa caratteristica non è affatto naturale, bensì culturale:
«.
Il quale è, forse, in alcuni casi, meno predisposto all’accudimento, ma per ragioni culturali e storiche, quindi non certo statiche e immutabili. D’altronde, in quest’ottica si muove anche la riflessione contemporanea, che cerca di smontare precisi modelli identitari fondati sull’essere biologicamente uomini o donne.
La condizione dell’uomo e della donna oggi non si fonda più sulla contrapposizione dei generi maschile e femminile, ma sulla
«composizione dei generi, perché la fisionomia di ogni individuo non è nella sua appartenenza a un genere, ma è nel modo in cui i due generi, il maschio e la femmina, si combinano in lui. C’è infatti uomo e uomo, così come c’è donna e donna, e per quanti sforzi si facciano è impossibile nascondere i lineamenti del nostro volto sotto la maschera dell’identità di genere».
U. Galimberti, I miti del nostro tempo, cit., p. 42.
La maternità e la paternità risentono fortemente di queste “maschere”, costringendo i genitori in ruoli che spesso non lasciano spazio alle loro più autentiche inclinazioni e direzioni.
Tuttavia, anche quando i genitori si liberano dalle maschere imposte dai ruoli tradizionali di madre e padre, rimane una sfida più sottile e profonda: quella delle proiezioni inconsapevoli sul figlio. Nel tentativo di vivere una genitorialità autentica, può emergere il desiderio di vedere nel proprio figlio la continuazione di sé, un modo per perpetuare la propria identità oltre i confini del tempo. Questo desiderio, se non riconosciuto, può trasformarsi in una forma di controllo, dove il figlio diventa il depositario di aspettative e sogni non realizzati.
Un conflitto interiore di natura squisitamente filosofica è quello tra il desiderio di immortalità, che sottostà in misura più o meno consapevole all’istinto di generare, di riprodursi o di imprimere la propria forma su qualcuno o qualcosa che ci sopravviva, e la consapevolezza della propria finitezza, della propria mortalità.
Il si inautentico, per usare un concetto centrale nella riflessione di Heidegger, vede nella procreazione un antidoto potentissimo all’angoscia di morte; ma quando il figlio nasce, si trova a fare i conti con la morte in una forma ancora più temibile e inattesa: la paura della morte del figlio.
Provengono dalla letteratura le parole più potenti in cui mi sia mai imbattuta su questo argomento, e sono le parole di un genitore adottivo, il padre di Jude nel terribile e meraviglioso romanzo Una vita come tante (H. Yanagihara, Una vita come tante, Sellerio editore, Palermo 2015. Edizione digitale, posizione 3065):
«Non sono mai stato una di quelle persone […] convinte che l’amore per un figlio sia una forma d’amore superiore, più importante, più nobile di tutte le altre. […] Ma riconosco che è un amore singolare, un amore che non si fonda sull’attrazione fisica, sul piacere, sull’intelletto, ma sulla paura. Non conosci la paura finché non hai un figlio, e forse è questo che ce lo fa sembrare un amore così straordinario: perché la paura è straordinaria. Ogni giorno, il tuo primo pensiero non è “gli voglio bene”, ma “come sta?”. Durante la notte, il mondo si trasforma in uno spaventoso percorso a ostacoli».
La paura che non si conosce fino a che non si ha un figlio, la paura della morte, era probabilmente sempre stata lì, ma diventa più difficile nasconderla, fingere a sé stessi di dimenticarcene: i figli ci ricordano ogni giorno il nostro essere mortali, e questo può generare una forma di depressione esistenziale.
Molto utile può essere allora lavorare sull’accettazione del limite e della propria finitezza, con le aperture verso l’autenticità che ne derivano. Viceversa, il rischio è quello di coltivare un’illusione di controllo della morte, caricando i nostri figli di un pesantissimo fardello: quello di garantirci l’immortalità. È quanto accade ad esempio a Susan, una delle pazienti di cui ci parla Yalom nell’opera Fissando il sole. Susan percepisce una crisi nella vita del figlio adulto come un terribile affronto personale, che la logora e la affligge in modo apparentemente spropositato. Racconta Yalom (corsivi miei):
«Le descrissi come, per molti genitori, i figli spesso rappresentino un progetto d’immortalità. Questa idea risvegliò il suo interesse. Riconobbe che aveva sperato di estendersi nel futuro attraverso George, ma che adesso sapeva che avrebbe dovuto rinunciare all’idea. “Non è abbastanza solido per una cosa del genere” disse. “Esiste un figlio abbastanza solido per una cosa del genere?” chiesi. “E, quel che più conta, George non ha mai preso un impegno in tal senso… ed è per questo che il suo comportamento, la sua ricaduta, non hanno nulla a che fare con lei».
Di fronte al pericolo di illudersi di essere “genitori onnipotenti”, in grado di sconfiggere la morte e proiettarsi nel futuro attraverso i propri figli in misura più o meno consapevole, risulta fondamentale rimettere al centro sé stessi, là dove istintivamente si tende a porre al centro il figlio e a farlo diventare il proprio progetto di vita: questa soluzione inautentica è spesso la spia dell’assenza di un proprio progetto esistenziale e alimenta un circolo vizioso di genitori insoddisfatti e figli sovraccaricati di aspettative.
Essere genitori significa abitare una soglia: quella tra l’essere e il divenire, tra l’identità e la relazione, tra il desiderio di permanenza e l’accettazione dell’impermanenza. È un’esperienza che ci espone alla vulnerabilità, ci costringe a confrontarci con le nostre contraddizioni e ci invita a una continua rinegoziazione del senso.
In questo cammino, il counseling filosofico non offre risposte preconfezionate, ma apre spazi di dialogo in cui esplorare le domande fondamentali che la genitorialità solleva. Attraverso l’ascolto empatico e la riflessione condivisa, ci accompagna nel processo di chiarificazione dei nostri valori, delle nostre paure e delle nostre aspirazioni, per imparare a riconoscere la bellezza dell’imperfezione e a valorizzare l’autenticità delle nostre esperienze.
Rebecca Impellizzieri è counselor filosofica, Docente SSCF & ISFIPP del Laboratorio di Pratiche Filosofiche e Filosofia nei gruppi. Formatrice e coordinatrice editoriale, da anni si dedica con passione allo sviluppo delle competenze orientative, integrando le pratiche filosofiche all’interno dei contesti educativi e professionali. In qualità di Responsabile e Formatrice per l’Orientamento presso Loescher Editore, progetta e accompagna percorsi che aiutano studenti, insegnanti e adulti a esplorare consapevolmente il proprio cammino formativo ed esistenziale. Il suo approccio coniuga riflessione critica, ascolto profondo e attenzione per la dimensione etica della scelta.









