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Vittorio Sgarbi e il pensiero della morte

Una lettura esistenziale tra angoscia e solitudine In questo articolo La consapevolezza della fine e il tempo che perde Il sentimento del nulla e la paura dell’annientamento L’incomprensione dell’altro e l’isolamento ontologico La depressione come forma di crisi del senso Dall’angoscia alla possibilità: una prospettiva terapeutica Le recenti dichiarazioni di Vittorio Sgarbi e la sua…

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Vittorio Sgarbi e il pensiero della morte

Una lettura esistenziale tra angoscia e solitudine

Le recenti dichiarazioni di Vittorio Sgarbi e la sua ospedalizzazione per depressione pongono al centro del dibattito pubblico un tema spesso evitato: il pensiero della morte e l’angoscia che ne deriva. La frase da lui pronunciata — «Vivo con il costante pensiero della morte. […] Sono in un tunnel buio, senza via d’uscita» — riflette una condizione psicologica ed esistenziale che richiede una lettura attenta, capace di cogliere non solo il disagio clinico, ma anche la sua profondità umana e filosofica.

La consapevolezza della fine e il tempo che perde

Vittorio Sgarbi Social pensiero morte angoscia
Vittorio Sgarbi – Credits Foto Social

Sgarbi esplicita una percezione nitida della propria finitudine: «Ho 71 anni quindi ho vissuto più di quello che vivrò». Questa affermazione richiama la riflessione heideggeriana sull’essere-per-la-morte, inteso come presa di coscienza dell’inevitabilità della propria fine. Ma, mentre Heidegger propone un orientamento autentico all’esistenza tramite l’anticipazione della morte, Sgarbi sembra invece cadere nella visione nichilista di un tempo che non costruisce ma distrugge. Non è un tempo di possibilità, bensì un tempo che sottrae — «un tempo pessimo […] in cui perdo» —, tipico di un vissuto depressivo che corrode ogni prospettiva progettuale.

Il sentimento del nulla e la paura dell’annientamento

Nel mio libro La regola della vita. Il morire e l’angoscia di morte, definisco l’angoscia di morte come “il sentimento doloroso che si prova nel vedere la propria inevitabile fine, con tutto ciò che essa implica: la perdita di ogni cosa e la precarietà della vita”. Questo si ritrova in modo evidente nelle parole di Sgarbi, che non parlano solo di fine, ma di svuotamento totale: il tunnel buio di cui egli parla è l’immagine simbolica del nulla, dell’assenza di ogni luce, direzione o salvezza.

La sua esperienza sembra incarnare ciò che nella psicologia esistenziale viene definito angoscia senza oggetto, ovvero una sofferenza sorda e persistente che si radica nella percezione del nulla e nella consapevolezza dell’assenza definitiva. Il pensiero ossessivo della morte diventa così il sintomo manifesto di una condizione più profonda: una crisi di significato esistenziale.

L’incomprensione dell’altro e l’isolamento ontologico

«La cosa peggiore è che chi ti sta intorno non capisce»: con questa frase Sgarbi introduce il tema dell’incomunicabilità dell’esperienza interiore. In La regola della vita. Il morire e l’angoscia di morte affermo che

“solo la propria morte consente di vedere e toccare concretamente la fine dell’esistenza. La morte dell’Altro può essere un richiamo, ma non sempre è sufficiente a consentire una piena comprensione”.

Questo senso di non essere capiti — o, più radicalmente, di essere irrimediabilmente soli nella propria percezione del finire — è un tratto comune nelle crisi depressive connotate da angoscia di morte.

L’esperienza descritta da Vittorio Sgarbi è assimilabile alla situazione-limite di cui parla Karl Jaspers: uno stato psichico in cui la morte non è solo una possibilità futura, ma un presente che invade ogni pensiero, rendendo instabile l’intero edificio dell’identità personale. Chi vive questa condizione è spinto oltre la soglia della comprensione razionale, in un territorio dove le parole non bastano più.

La depressione come forma di crisi del senso

La conferma di un ricovero per “depressione” avvenuto al Policlinico Gemelli aggiunge una dimensione clinica a quanto già evidente a livello esistenziale. Le sue stesse parole — «È una condizione morale e fisica che non posso evitare. […] È un treno che si è fermato a una stazione sconosciuta» — evocano un’esperienza di blocco, di interruzione della continuità temporale ed emotiva, tipica degli stati depressivi gravi.

Nel testo La regola della vita. Il morire e l’angoscia di morte, scrivo

“l’angoscia di morte risulta in rapporto diretto alla percezione di una vita non vissuta: più la vita è sentita come vuota, più si teme la sua fine”.

È possibile che Sgarbi, pur nella sua brillante carriera, viva oggi un sentimento di vuoto o una disconnessione con il senso del proprio vissuto, generando una condizione di sofferenza esistenziale profonda, che si manifesta sia sul piano psicologico sia su quello corporeo (dimagrimento, insonnia, fatica nel lavoro).

Dall’angoscia alla possibilità: una prospettiva terapeutica

Il pensiero della morte, se affrontato e integrato, può trasformarsi da minaccia a risorsa. Come scrive Yalom, “se la fisicità della morte distrugge l’individuo, l’idea della morte lo può salvare”. Ma per attivare questa trasformazione, occorre uscire dall’isolamento e reintegrare la propria esistenza in un orizzonte di senso condiviso.

Ciò che manca nelle parole di Sgarbi è proprio questo passaggio dalla constatazione della fine alla rielaborazione del significato. È assente l’elemento generativo che potrebbe permettere all’angoscia di diventare consapevolezza. Come ho scritto nel mio libro già citato:

“Il problema della morte deve essere affrontato in un modo che non può essere solo scientifico o intellettuale. Esso richiede un impegno emotivo e spirituale.”

L’esperienza di Vittorio Sgarbi, così come da lui stesso narrata, è quella di un uomo alle prese con il vuoto esistenziale, con l’ineluttabilità della fine e con il fallimento dei legami nel dare conforto. È il volto nudo dell’angoscia di morte, che si manifesta nella forma clinica della depressione e si nutre del silenzio altrui.

Tuttavia, è proprio da questo confronto autentico con la morte che può nascere una nuova visione dell’esistenza. Non negare la fine, ma abitarla emotivamente, trasformandola in occasione di risveglio. Così scrive Nietzsche: “Nel vostro morire deve ardere ancora il vostro spirito e la vostra virtù, come un vespero sulla terra”. È questa la sfida profonda: riuscire a non soccombere nel buio, ma trovare, anche nell’ultima notte, un barlume di luce da offrire al mondo.

Lodovico Berra, Psichiatra, Psicoterapeuta, Psicoanalista, Direttore SSCF & ISFIPP

Medico specialista in psichiatria, psicoterapeuta e psicoanalista, Fondatore e Direttore della Scuola Superiore in Counseling Filosofico e del Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia e Psichiatria.
Ha iniziato ad occuparsi di psicoterapia esistenziale e dei rapporti tra psichiatria e filosofia alla fine degli anni 80, subito dopo la laurea in medicina e chirurgia.
Nel 1998 ha fondato la Scuola Italiana di Psicoterapia Esistenziale (SIPE) e nel 2007 l’Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia, Psichiatria (ISFIPP) di cui è attualmente direttore.
Ha studiato e si è perfezionato a Zurigo, Ginevra, Parigi, New York, Boston, Los Angeles.
È autore di una ventina di libri e di un centinaio di articoli su riviste nazionali ed internazionali nel campo della psichiatria, della psicologia e della filosofia.

Formazione ISFIPP

Prof. Lodovico Berra - Corso di Psicofarmacologia ISFiPP

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