
Il corpo e lo sguardo: la fenomenologia del desiderio e dell’esporsi
Indice dell'articolo
- Il corpo oggetto e il corpo vissuto
- Lo sguardo che definisce: da Sartre alla critica del “male gaze”
- Svelarsi come narrazione: il corpo che racconta se stesso
- Chi mette in scena decide anche il significato
- Perché l’analisi esistenziale si occupa di corpo e sguardo
- Domande frequenti
- Che cos’è il corpo vissuto in fenomenologia?
- Che cosa intendeva Sartre con “lo sguardo dell’altro”?
- Che cos’è il “male gaze” di cui si parla in filosofia femminista?
- Possiamo mai vedere il nostro corpo senza lo sguardo di un altro?
- Lo sguardo altrui ci rende necessariamente meno liberi?
- Esiste un modo di mostrarsi che sfugga completamente al giudizio?
- Perché il tema dello sguardo interessa l’analisi esistenziale?
- Qual è la differenza tra subire uno sguardo e metterlo in scena?
Perché ci vergogniamo di uno sguardo e non di un altro? Perché lo stesso corpo — nudo in uno studio medico, su una spiaggia o su un palcoscenico di cabaret — può significare tre cose completamente diverse?
E se il problema non fosse mai il corpo, ma chi decide di guardarlo?
Negli ultimi mesi il mondo del cabaret e del burlesque è tornato al centro del dibattito culturale, con interviste ad artiste che rivendicano il proprio corpo come luogo di messa in scena e non di semplice consumo visivo. Dietro questo fenomeno si nasconde una domanda molto più antica, che riguarda da vicino la filosofia e l’analisi esistenziale:
che cosa succede, esistenzialmente, quando un corpo si mostra sotto lo sguardo di un altro?
Il rapporto tra corpo e sguardo non è solo un tema estetico: è una delle domande fondative della fenomenologia del Novecento, ed è tutt’altro che risolta.

Il corpo oggetto e il corpo vissuto
La fenomenologia distingue da sempre due modi di avere un corpo. C’è il corpo che io sono, vissuto dall’interno, fatto di sensazioni, intenzioni e movimento: la fenomenologia lo chiama corpo vissuto. E c’è il corpo che io ho, osservabile dall’esterno, misurabile, esposto allo sguardo altrui come una cosa tra le cose: il corpo oggetto. Ne abbiamo già parlato più diffusamente in un articolo dedicato alla prospettiva fenomenologica del corpo: la distinzione non è astratta, perché è esattamente ciò che si gioca ogni volta che qualcuno si mostra in pubblico, su un palcoscenico o semplicemente per strada.
Quando una persona si spoglia, in scena o nella vita quotidiana, non fa che rendere esplicito un passaggio che avviene comunque, in forma più discreta, ogni volta che veniamo guardati: il corpo vissuto rischia di ridursi a corpo oggetto, a superficie giudicabile.
La domanda filosofica non è se questo passaggio avvenga, ma chi ne controlla il significato.
Lo sguardo che definisce: da Sartre alla critica del “male gaze”
Jean-Paul Sartre ha descritto lo sguardo altrui come un’esperienza che ci sottrae, almeno in parte, la padronanza di noi stessi: sentirsi guardati significa scoprire che esiste, per l’altro, una versione di noi che non controlliamo più del tutto. Maurice Merleau-Ponty, pur muovendo da premesse simili, ha insistito sul fatto che questa esposizione non è solo minaccia: il corpo è anche l’organo con cui percepiamo e ci mettiamo in relazione con gli altri, non un semplice bersaglio passivo (per un approfondimento rigoroso, la voce della Stanford Encyclopedia of Philosophy su Merleau-Ponty è un ottimo punto di partenza).
A questa riflessione si è innestata, dagli anni Settanta in poi, la critica femminista dello sguardo, che ha mostrato come lo sguardo maschile abbia storicamente avuto il potere di definire il corpo femminile come oggetto di desiderio altrui più che come soggetto di esperienza. La voce della Stanford Encyclopedia of Philosophy sulle prospettive femministe sul corpo ricostruisce bene questo dibattito, tuttora aperto: chi guarda ha potere, ma chi si mostra può, in certe condizioni, riappropriarsi di quel potere.
Svelarsi come narrazione: il corpo che racconta se stesso
È qui che il caso del burlesque e dell’effeuillage diventa interessante per chi si occupa di psiche: l’artista che si spoglia in scena non subisce semplicemente lo sguardo, lo mette in scena. Costruisce una narrazione — un personaggio, un ritmo, un climax — che trasforma l’atto del mostrarsi da subito passivo a gesto autoriale. Non è un caso isolato: la storia della cultura occidentale è piena di corpi che diventano oggetto di giudizio non per scelta ma per condizione, e la differenza tra i due casi è clinicamente rilevante. In un approfondimento sull’etica dell’anoressia abbiamo visto come, all’estremo opposto, un corpo può diventare il campo di battaglia in cui una persona tenta — con esiti spesso drammatici — di riprendere controllo su uno sguardo sociale percepito come giudicante e inevitabile.
Tra questi due poli — il corpo che mette in scena il proprio svelamento e il corpo che subisce lo sguardo come condanna — si colloca la maggior parte dell’esperienza quotidiana: vestirsi la mattina, scegliersi un costume, esporsi sui social, presentarsi a un colloquio. In tutti questi gesti, in scala minore, si ripete la stessa domanda fenomenologica (la voce dell’Enciclopedia Treccani sulla fenomenologia offre una buona sintesi del metodo con cui la filosofia affronta questo tipo di domande).
Una piccola parentesi, per non prendersi troppo sul serio: i filosofi che per decenni hanno scritto trattati sofisticatissimi sullo sguardo dell’altro sono spesso gli stessi che abbassano gli occhi in ascensore pur di non incrociare quello del vicino di pianerottolo. Il che, in fondo, è la miglior controprova empirica che la faccenda dello sguardo non è mai stata solo un esercizio da biblioteca.
Chi mette in scena decide anche il significato
Il punto decisivo, tanto in filosofia quanto in clinica, non è dunque se un corpo venga guardato — accade sempre — ma chi ha in mano la regia di quello sguardo. Un corpo esposto senza narrazione propria, senza un margine di scelta su tempi e modi, tende a essere vissuto come oggetto giudicato: da qui nascono vergogna, ansia da prestazione corporea, evitamento. Un corpo che invece riesce a costruire attorno a sé una trama — per quanto minima — recupera un margine di autorialità anche dentro l’esposizione. È la differenza tra subire uno specchio e usarne uno.
Perché l’analisi esistenziale si occupa di corpo e sguardo
Nell’analisi esistenziale, il tema dello sguardo non riguarda solo chi lavora nello spettacolo: riguarda chiunque abbia imparato a temere di essere visto, o al contrario a cercare compulsivamente attenzione per sentirsi reale. Riconoscere che il significato del proprio corpo non è mai dato una volta per tutte dallo sguardo altrui, ma si costruisce anche nella relazione con esso, è un passaggio terapeutico importante. Non a caso, il coraggio di restare esposti a un’esperienza — invece di riempirla o evitarla — è lo stesso di cui abbiamo scritto parlando de la noia e il coraggio di incontrare la vita: in entrambi i casi si tratta di restare dentro un’esperienza scomoda invece di correre a controllarla dall’esterno.
Non a caso, nei nostri percorsi di Counseling Filosofico e nel Master in Analisi Esistenziale questo lavoro sul corpo e sullo sguardo altrui è materia di studio e di pratica clinica, non solo di teoria.
Domande frequenti
Che cos’è il corpo vissuto in fenomenologia?
È il corpo così come lo sperimentiamo dall’interno, come soggetto che percepisce e agisce, distinto dal corpo oggetto che può essere osservato e misurato dall’esterno.
Che cosa intendeva Sartre con “lo sguardo dell’altro”?
Sartre descriveva l’esperienza di sentirsi guardati come la scoperta che l’altro costruisce di noi una versione che non controlliamo del tutto, mettendo in crisi l’illusione di essere solo soggetti e mai oggetti.
Che cos’è il “male gaze” di cui si parla in filosofia femminista?
È il concetto, sviluppato a partire dagli anni Settanta, secondo cui lo sguardo maschile ha storicamente avuto il potere culturale di definire il corpo femminile come oggetto di desiderio più che come soggetto di esperienza autonoma.
Possiamo mai vedere il nostro corpo senza lo sguardo di un altro?
Solo in parte: gran parte dell’immagine che abbiamo di noi si forma proprio nello specchio, letterale o relazionale, che gli altri ci restituiscono fin dall’infanzia. Il corpo vissuto resta comunque un’esperienza in prima persona che nessuno sguardo esterno può sostituire del tutto.
Lo sguardo altrui ci rende necessariamente meno liberi?
Non necessariamente: ci pone dei limiti, ma la libertà, in chiave esistenziale, sta proprio nel modo in cui scegliamo di rispondere a quello sguardo, non nel poterlo evitare del tutto.
Esiste un modo di mostrarsi che sfugga completamente al giudizio?
Probabilmente no: ogni esposizione, in scena o nella vita quotidiana, resta soggetta all’interpretazione di chi guarda. Quello che possiamo scegliere è quanta narrazione e quanta autorialità mettere in quell’esposizione.
Perché il tema dello sguardo interessa l’analisi esistenziale?
Perché la paura di essere giudicati o, all’opposto, il bisogno compulsivo di essere visti nascono spesso da un rapporto irrisolto tra il proprio corpo vissuto e il modo in cui lo sguardo altrui lo trasforma in oggetto.
Qual è la differenza tra subire uno sguardo e metterlo in scena?
Sta nel margine di autorialità: un corpo esposto senza scelta su tempi e modi tende a essere vissuto come oggetto giudicato, mentre un corpo che costruisce attorno a sé una narrazione recupera un margine di controllo anche dentro l’esposizione.
Medico specialista in psichiatria, psicoterapeuta e psicoanalista, Fondatore e Direttore della Scuola Superiore in Counseling Filosofico e del Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia e Psichiatria.
Ha iniziato ad occuparsi di psicoterapia esistenziale e dei rapporti tra psichiatria e filosofia alla fine degli anni 80, subito dopo la laurea in medicina e chirurgia.
Nel 1998 ha fondato la Scuola Italiana di Psicoterapia Esistenziale (SIPE) e nel 2007 l’Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia, Psichiatria (ISFIPP) di cui è attualmente direttore.
Ha studiato e si è perfezionato a Zurigo, Ginevra, Parigi, New York, Boston, Los Angeles.
È autore di una ventina di libri e di un centinaio di articoli su riviste nazionali ed internazionali nel campo della psichiatria, della psicologia e della filosofia.
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