Il lato fragile della crudeltà umana
C’è qualcosa di sconveniente, quasi imbarazzante, nell’ammettere il piacere che proviamo quando qualcun altro sta male. Ma le emozioni e le inclinazioni – gelosia, invidia, impulsività – non scompaiono solo perché non ne siamo fieri. La capacità di provare schadenfreude, la “gioia per il male altrui”, è probabilmente radicata profondamente nella psiche umana.
Eppure, la ricerca mostra che questa inclinazione varia inversamente con l’autostima: più siamo sicuri di noi, meno ci sentiamo minacciati dal successo altrui e più possiamo permetterci l’indifferenza. Non ci tocca ciò che accade a chi “sta sotto” e non ricaviamo alcun vantaggio dal loro insuccesso. Vale anche il contrario: chi si sente vulnerabile, impotente o meno riuscito è più incline a percepire l’altro come minaccia e, quindi, a trarre un piccolo sollievo dal suo fallimento.
Dal punto di vista evolutivo, alcune teorie sostengono che il nostro successo non dipenda solo da ciò che otteniamo, ma da come ci collochiamo rispetto agli altri. Non conta solo come stiamo, ma come stiamo in confronto al gruppo. Se gli altri – soprattutto i rivali – arretrano, una parte di noi si sente più al sicuro. Questa logica antica, nel nostro mondo fatto di reputazione, like e status, si è trasformata in un ping pong di confronti continui: carriere, relazioni, corpo, successo sociale.
La schadenfreude diventa così una sorta di valvola di sfogo: non migliora la nostra vita, ma per un istante spegne la sensazione di essere “indietro”. Non è un caso che l’Inferno goda da sempre di maggior popolarità rispetto al Paradiso.
Quando la schadenfreude si lega a un senso di giustizia, può alimentare l’insistenza che i “malfattori” vengano puniti e la soddisfazione che proviamo quando, secondo la nostra percezione, ottengono ciò che meritano. È lo stesso meccanismo che regge i finali hollywoodiani: la giustizia trionfa, gli antagonisti pagano, e lo spettatore si sente appagato. L’esperienza è così universale che, nella canzone Schadenfreude del musical Avenue Q, il pubblico ride riconoscendosi:
“Right now you are down and out
And feeling really crappy.
And when I see how sad you are
It sort of makes me happy…”“In questo momento sei giù di morale e ti senti davvero uno schifo.
E quando vedo quanto sei triste mi sento in un certo senso felice…”
Eppure la schadenfreude non gode di buona fama. Se ne trova persino un monito biblico: “Non gioire quando il tuo nemico cade…”. Schopenhauer la considerava l’emozione più malvagia dell’umanità: “Provare invidia è umano, assaporare la schadenfreude è diabolico”.
Ma la schadenfreude è antica quanto l’uomo, e i filosofi l’hanno osservata con la diffidenza riservata alle verità scomode.
Aristotele la vedeva come derivato dell’invidia: la disgrazia altrui ripristina un’armonia interna.
Schopenhauer la considerava una delle emozioni più indegne, ma anche una conferma che la sofferenza è la regola dell’esistenza.
Nietzsche la interpretava come Ressentiment, la vendetta emotiva dei deboli.
Cioran, più di tutti, la situava nel cuore della fragilità umana: «Nulla ci rassicura quanto la rovina degli altri.» Non perché siamo cattivi, ma perché siamo fragili.
Se c’è un pensatore che ha guardato dritto nell’oscurità umana, è proprio Emil Cioran. Pur non usando spesso il termine, ha esplorato minuziosamente gli spazi interiori dove nasce la schadenfreude: invidia, fallimento, malinconia, ricerca di consolazione attraverso le cadute altrui.
Cioran osserva che la felicità degli altri è spesso insopportabile perché ci rimanda a ciò che avremmo potuto essere. La gioia altrui diventa un rimprovero silenzioso; quando chi è felice inciampa, il nostro mondo interiore si sente meno disallineato. È un alleviamento della tensione esistenziale. “Solo il dolore ci è comune”, scrive. Per questo la schadenfreude diventa una conferma metafisica: “non sono solo”.
Molto prima degli studi psicologici, Cioran aveva colto la natura corrosiva del risentimento: chi non può elevarsi, osserva; chi non può agire, ricorda; chi non può amare, confronta. E chi non accetta la propria condizione si consola vedendo un altro scendere.
La crudeltà, nella sua lettura, è sintomo di fragilità estrema: chi gode della caduta altrui teme profondamente la propria.
In opere come Sommario di decomposizione o Sillogismi dell’amarezza, Cioran allude a un’idea centrale: ciò che ci fa respirare è sapere che “tutti, prima o poi, cadiamo”. L’uguaglianza, per lui, è una condizione tragica. La schadenfreude, quindi, appare come un meccanismo di equilibrio: non esulta del male, constata un destino comune.
Accanto all’ombra, però, esiste anche una luce: la Freudenfreude, la gioia sincera per la felicità altrui. È la gioia disinteressata che proviamo quando un amico trova il lavoro che sognava, quando sorridiamo per il successo di un collega, quando il bene degli altri scalda senza diminuirci. Una condizione che diventa possibile solo facendo pace con il nostro abisso interiore.
Ma il lato oscuro resta neurologicamente replicabile. Uno studio fMRI del 2011 sui tifosi dei New York Yankees e dei Boston Red Sox mostrò l’attivazione dei centri del piacere quando la squadra rivale falliva. Altri studi confermano che assistiamo con sollievo a punizioni inflitte a chi consideriamo colpevole.
D’altra parte, esiste anche un termine buddhista – mudita – che celebra la gioia disinteressata per la felicità altrui. È l’opposto della schadenfreude, e forse la sua cura più radicale.
Arrivati fin qui, cosa farne di questa emozione? Potremmo celebrarla come naturale, ma non tutto ciò che è naturale è buono. Meglio allora tornare al motto delfico “Conosci te stesso”, che Socrate elevò a fondamento della filosofia e che oggi suona più urgente che mai. In un’epoca che esaspera confronti e giudizi, riconoscere i propri limiti non è un esercizio astratto: è un gesto di lucidità. Sapere dove siamo esposti, dove tremiamo, ci permette di cogliere quando una reazione come la schadenfreude non parla del mondo fuori, ma delle crepe che portiamo dentro. È da quella consapevolezza che nasce la libertà di non esserne dominati.
La schadenfreude non è un marchio d’infamia, ma un segnale: indica che dentro di noi qualcosa ha paura, si sente minacciato, non si percepisce “abbastanza”. Ma quando questa emozione si trasforma in azioni – pettegolezzi, calunnie, sabotaggi – ferisce chi la subisce e imprigiona chi la pratica.
E quando siamo noi il bersaglio dell’invidia o dell’ostilità altrui, è vitale ricordare una verità semplice: l’aggressività degli altri non misura il nostro valore. Parla delle loro paure, delle loro insicurezze, della difficoltà che hanno a reggere la luce che vedono in noi.
Riconoscerlo ci restituisce dignità e calma. Ci permette di camminare nel mondo senza ingenuità, ma neppure nel risentimento. E, soprattutto, di scegliere ogni giorno se alimentare la schadenfreude o coltivare qualcosa di più raro e prezioso: la gioia per il bene dell’altro.
Medico specialista in psichiatria, psicoterapeuta e psicoanalista, Fondatore e Direttore della Scuola Superiore in Counseling Filosofico e del Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia e Psichiatria.
Ha iniziato ad occuparsi di psicoterapia esistenziale e dei rapporti tra psichiatria e filosofia alla fine degli anni 80, subito dopo la laurea in medicina e chirurgia.
Nel 1998 ha fondato la Scuola Italiana di Psicoterapia Esistenziale (SIPE) e nel 2007 l’Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia, Psichiatria (ISFIPP) di cui è attualmente direttore.
Ha studiato e si è perfezionato a Zurigo, Ginevra, Parigi, New York, Boston, Los Angeles.
È autore di una ventina di libri e di un centinaio di articoli su riviste nazionali ed internazionali nel campo della psichiatria, della psicologia e della filosofia.









