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Vecchiaia e identità: come cambia il senso dell’esistere

In questo articolo Vecchiaia e angoscia: un punto di rottura e di verità La filosofia che accompagna: non l’età del declino, ma dell’essere Psicoanalisi e tempo interiore: ascoltare chi non viene più ascoltato Psichiatria fenomenologica: tempo vissuto, non solo tempo cronologico Oltre la clinica: la vecchiaia come testimonianza Invecchiare è ancora esistere Ci sono momenti…

Avatar Lodovico Berra
Vecchiaia e identità: come cambia il senso dell’esistere
Ci sono momenti nella vita in cui il tempo non scorre più come prima. Si raccoglie. Si addensa. Diventa memoria, riflessione, silenzio. È la vecchiaia, o meglio: la stagione dell’essere in cui tutto ciò che è stato si affaccia con più forza, e il futuro smette di correre davanti a noi per diventare spazio interiore.

In questo tempo denso, fragile e pieno, ho imparato a riconoscere qualcosa che la società contemporanea tende a rimuovere: la profondità dell’anzianità, la sua qualità esistenziale, la sua forza silenziosa.
Nel mio lavoro clinico e nella mia esperienza umana, la vecchiaia non è mai stata solo un problema da gestire, ma una soglia da attraversare con rispetto. È uno degli spazi dove più chiaramente si manifesta l’angoscia esistenziale – quella che ho cercato di indagare nel mio libro, quella che non ha sintomo, ma domanda di senso.

Vecchiaia e angoscia: un punto di rottura e di verità

Scrivevo nel mio libro (Angoscia esistenziale. Teoria e Clinica, ISFIPP Edizioni) che l’angoscia esistenziale si manifesta soprattutto nei momenti-limite, in quelle soglie in cui l’identità viene interrogata, e il mondo non risponde più come prima. La vecchiaia è uno di questi momenti.
Non perché significhi per forza perdita o declino, ma perché ci costringe a fare i conti con ciò che resta, quando i ruoli sociali si ritirano e il corpo inizia a parlare una lingua diversa.

“Nel momento in cui si perde l’immagine di sé come persona attiva, produttiva, centrale, si apre una frattura. L’identità si spoglia e resta nuda, esposta alla domanda: chi sono io, adesso?”
(Angoscia Esistenziale. Teoria e Clinica, p. 84)

È una domanda clinica, ma anche profondamente filosofica. E sono proprio filosofi, psichiatri e psicoanalisti a offrirci strumenti per non cadere nel vuoto, ma abitare questa soglia con consapevolezza.

La filosofia che accompagna: non l’età del declino, ma dell’essere

Marco Tullio Cicerone, nel suo De Senectute, descrive la vecchiaia non come una perdita, ma come un compimento. È il tempo della moderazione, del ritiro dal superfluo, della lucidità. È il tempo in cui si può iniziare a vivere davvero, perché non si rincorre più nulla.

Simone de Beauvoir, invece, con voce più aspra e moderna, denuncia la condizione dell’anziano nella società contemporanea: non solo vecchio, ma escluso. L’anziano diventa invisibile perché non produce, perché rallenta, perché ricorda.

“La società definisce l’anziano per ciò che non è più, non per ciò che è ancora.”

Io credo che in questa esclusione si annidi una seconda angoscia: non quella della morte, ma quella dell’insignificanza. Per questo il nostro compito, come clinici e come esseri umani, è quello di ridare parola a chi sta in silenzio. Di riconsegnare un posto nel mondo.

Psicoanalisi e tempo interiore: ascoltare chi non viene più ascoltato

Irvin Yalom ha scritto pagine toccanti sull’invecchiamento e sul rapporto con la morte. In molte delle sue esperienze terapeutiche emerge una verità che condivido profondamente: la vecchiaia è tempo di verità. Si perdono i filtri, i ruoli, le pretese. Resta la nudità dell’essere. E in quella nudità si può ancora parlare. Si può ancora guarire, non nel corpo, ma nel racconto.

Rollo May, a sua volta, ha parlato della creatività senile: non come capacità tecnica, ma come modo di trasformare l’esperienza in senso. Scrivere, ricordare, narrare: sono atti terapeutici.

E poi Jean Améry, lucido fino alla crudeltà, ci avverte: la vecchiaia può anche diventare estraneità a se stessi. Quando il corpo si piega e il mondo tace, ci si può sentire come oggetti messi da parte. Ma anche qui, la voce clinica può fare la differenza. La cura non è solo farmaco o contenimento: è contatto, riconoscimento, parola.

Psichiatria fenomenologica: tempo vissuto, non solo tempo cronologico

Come scrive Minkowski, il problema dell’anziano non è il passato, ma il vuoto del futuro. Quando non si vede più un domani, si entra in un tempo morto. Ma quel tempo può essere riattivato.

Binswanger, nel parlare dell’essere-nel-mondo, ci ricorda che ogni soggetto vive in uno spazio proprio. L’anziano non vive di meno: vive in modo diverso. Ha bisogno di spazi diversi, di tempi più lenti, di sguardi più profondi. Di un mondo che lo contenga, non che lo scarti.

È questa la direzione anche del mio lavoro clinico: non correggere l’anziano, ma riconoscere la sua nuova configurazione esistenziale.

Oltre la clinica: la vecchiaia come testimonianza

La vecchiaia può spegnere, ma può anche illuminare. Può ammutolire o far emergere parole che mai erano state dette. Io credo che, se ben accompagnata, la vecchiaia sia un tempo di testimonianza. Di verità dolente, a volte feroce, ma sempre necessaria.
Non è vero che l’anziano ha meno da dire. Spesso ha solo meno occasioni per essere ascoltato.

Come scrivo nel mio libro:

“Accogliere l’angoscia dell’anziano significa proteggerne la voce, anche quando è bassa, anche quando è esitante. Perché lì dentro si gioca non solo la sua identità, ma anche la nostra umanità.”
(Angoscia Esistenziale. Teoria e Clinica, p. 102)

Invecchiare è ancora esistere

Il valore della vecchiaia sta proprio nella sua capacità di mostrarci ciò che conta davvero. Quando i ruoli svaniscono, i corpi cedono e la memoria si screzia, resta ciò che è autentico: le relazioni, la parola, la coscienza.

Non dobbiamo temere l’invecchiamento. Dobbiamo temere solo una cultura che lo silenzia.

Io credo, oggi più che mai, che il compito di chi lavora nella cura – ma anche di chi semplicemente vive – sia questo: onorare la vecchiaia come parte piena e necessaria dell’esistenza. Non una fine. Ma una forma diversa di inizio.

Lodovico Berra, Psichiatra, Psicoterapeuta, Psicoanalista, Direttore SSCF & ISFIPP

Medico specialista in psichiatria, psicoterapeuta e psicoanalista, Fondatore e Direttore della Scuola Superiore in Counseling Filosofico e del Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia e Psichiatria.
Ha iniziato ad occuparsi di psicoterapia esistenziale e dei rapporti tra psichiatria e filosofia alla fine degli anni 80, subito dopo la laurea in medicina e chirurgia.
Nel 1998 ha fondato la Scuola Italiana di Psicoterapia Esistenziale (SIPE) e nel 2007 l’Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia, Psichiatria (ISFIPP) di cui è attualmente direttore.
Ha studiato e si è perfezionato a Zurigo, Ginevra, Parigi, New York, Boston, Los Angeles.
È autore di una ventina di libri e di un centinaio di articoli su riviste nazionali ed internazionali nel campo della psichiatria, della psicologia e della filosofia.

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L’autore

Lodovico Berra, Psichiatra, Psicoterapeuta, Psicoanalista, Direttore SSCF & ISFIPP

Medico specialista in psichiatria, psicoterapeuta e psicoanalista, Fondatore e Direttore della Scuola Superiore in Counseling Filosofico e del Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia e Psichiatria.
Ha iniziato ad occuparsi di psicoterapia esistenziale e dei rapporti tra psichiatria e filosofia alla fine degli anni 80, subito dopo la laurea in medicina e chirurgia.
Nel 1998 ha fondato la Scuola Italiana di Psicoterapia Esistenziale (SIPE) e nel 2007 l’Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia, Psichiatria (ISFIPP) di cui è attualmente direttore.
Ha studiato e si è perfezionato a Zurigo, Ginevra, Parigi, New York, Boston, Los Angeles.
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