Indice dell’articolo
- Analisi esistenziale e psicoterapia cognitiva: un confronto critico
- Il sintomo: errore o messaggero?
- La relazione terapeutica: contesto o metodo?
- L’angoscia: sintomo da ridurre o voce da ascoltare?
- Credenze o visione del mondo?
- Adattamento o autenticità?
- Il terapeuta: tecnico o compagno di ricerca?
- Clinica della funzione, clinica del senso
- Approfondisci
- Il corpo e lo sguardo: la fenomenologia del desiderio e dell’esporsi
- Chi ha inventato il “buono”? Nietzsche e la morale
- Mindfulness e performance: la scienza dell’attenzione
- Master in Analisi Esistenziale
Psicoterapia & Filosofia
Analisi esistenziale e psicoterapia cognitiva: un confronto critico
di Lodovico Berra
La psicoterapia cognitiva ha il merito storico di aver imposto rigore metodologico alla clinica psicologica. Ha prodotto protocolli verificabili, ha misurato gli esiti, ha dimostrato efficacia su alcune tipologie di patologie. Ma questa stessa vocazione alla verificabilità è anche il confine entro cui rimane intrappolata. L’analisi esistenziale, in questo senso, non è semplicemente un’alternativa, ma un salto di qualità nella comprensione dell’essere umano e della sua sofferenza.
Il cognitivismo parte da una premessa riduttiva: l’essere umano è fondamentalmente un sistema di elaborazione dell’informazione, i cui stati mentali sono condizionati da schemi, credenze e pensieri automatici. La patologia nasce da distorsioni cognitive, e la terapia consiste nel correggere tali distorsioni attraverso tecniche strutturate. Come osserva Jaspers, però, «ogni costruzione teorica è una violenza sulla realtà vissuta»: e il cognitivismo commette esattamente questa violenza, riducendo la complessità dell’esistenza a categorie logico-razionali che la semplificano anziché comprenderla.
L’analisi esistenziale parte da una premessa radicalmente diversa: l’uomo non è un insieme di sintomi. Non è una diagnosi. Non è un disturbo da correggere. È un’esistenza che si interroga, che soffre, che progetta, che si smarrisce e che può ritrovarsi: è un essere-nel-mondo. Questa differenza è in grado di determinare tutto ciò che viene dopo, vale a dire il modo di ascoltare, di interpretare la sofferenza, di concepire il cambiamento.
Il sintomo: errore o messaggero?
Per il cognitivismo il sintomo è essenzialmente un errore cognitivo, una distorsione della realtà che produce disagio e che va ristrutturata. Il terapeuta lavora sul sintomo, mira alla sua riduzione, misura il successo terapeutico in termini di attenuazione dei punteggi sintomatici.
Per l’analisi esistenziale, il sintomo non è da intendersi come un’anomalia da eliminare, ma come espressione di un’interruzione o distorsione nel modo di essere-nel-mondo. Esso non è un nemico, è un messaggero. Custodisce un sapere implicito sull’intera configurazione esistenziale del soggetto — sulla sua visione del mondo, sul suo progetto di vita, sul rapporto con l’autenticità. Come scrive Binswanger, il sintomo è «il modo in cui l’esistenza si manifesta quando perde contatto con le sue possibilità autentiche».
Trattare solo il sintomo senza comprendere ciò che esso dice equivale a tappare una falla senza capire perché la barca imbarca acqua.
La relazione terapeutica: contesto o metodo?
Il cognitivismo classico ha storicamente concepito la relazione terapeutica come contesto funzionale, come cornice necessaria all’applicazione delle tecniche. Anche nelle versioni più recenti la relazione rimane secondaria rispetto al metodo.
Per l’analisi esistenziale la relazione è il metodo. Come afferma Borgna:
«la psicoterapia nella sua essenza non è se non relazione; incontro fra una persona e un’altra persona. La psicoterapia si nega radicalmente se è considerata nella sua significazione “scientifica” di terapia messa al servizio di una “entità” astratta».
L’incontro tra analista e paziente è un evento esistenziale, non una procedura. È nel campo del Mit-Dasein, dell’essere-con, che si gioca la possibilità della trasformazione.
Non è la tecnica ad agire, ma la presenza: la maturità dell’analista, la sua saggezza incarnata, la qualità della sua empatia, il silenzio che sa sostenere. L’analista, come un alchimista, non applica semplicemente conoscenze; egli mette in gioco se stesso.
L’angoscia: sintomo da ridurre o voce da ascoltare?
Uno dei punti di maggior divergenza riguarda il trattamento dell’angoscia. Per il cognitivismo l’angoscia è un sintomo da ridurre, spesso associato a credenze irrazionali da ristrutturare o a evitamenti comportamentali da estinguere. L’obiettivo è la sua attenuazione.
Per l’analisi esistenziale, invece, l’angoscia è il sentimento esistenziale per eccellenza, un segnale privilegiato che rivela all’uomo la struttura profonda della sua condizione. Come radicalizza Heidegger, è attraverso l’angoscia che l’Esserci viene strappato alla deiezione quotidiana e restituito alla possibilità autentica del proprio essere. Kierkegaard la chiama «vertigine della libertà». Torre la descrive come «una forma privilegiata di consapevolezza».
Sopprimere prematuramente l’angoscia con tecniche di ristrutturazione cognitiva significa spegnere la voce più autentica della coscienza, privare l’individuo di quella spinta verso il cambiamento reale.
Credenze o visione del mondo?
Il cognitivismo lavora sulle credenze, le identifica, le mette alla prova con esperimenti comportamentali, le sostituisce con pensieri più adattativi. Ma le credenze non sono che la superficie. Sotto di esse, molto più in profondità, si trovano la visione del mondo e il progetto esistenziale, quelle strutture trascendentali che orientano il modo in cui l’individuo percepisce sé stesso, gli altri e il mondo, e quella tensione verso il futuro che dà senso e direzione all’intera esistenza.
L’analisi esistenziale lavora su questi livelli fondamentali. La visione del mondo, come illustra Jaspers, è «qualcosa di totale e universale» che «non si esaurisce in un sapere» e che determina il destino di una vita. Il progetto esistenziale è «ciò che l’uomo vuol fare di se stesso nel mondo». Nessuna tecnica cognitiva tocca questi livelli. Solo un lavoro lento, profondo, ermeneutico e dialogico è in grado di portare il soggetto a riconoscere, rivedere e rinnovare la propria visione del mondo e il proprio progetto di vita, che è l’unica trasformazione davvero duratura.
Adattamento o autenticità?
Il cognitivismo si pone obiettivi funzionali, come ridurre i sintomi, migliorare il funzionamento, aumentare il benessere soggettivo. Sono obiettivi legittimi, ma limitati. Non si interrogano sulla qualità dell’esistenza, sul significato della vita, sulla differenza tra una vita adattata e una vita autentica.
L’analisi esistenziale pone come orizzonte terapeutico qualcosa di più radicale, e cioè la possibilità di vivere un’esistenza autentica. L’esistenza autentica è quella in cui l’individuo ha potuto scegliere consapevolmente la direzione della propria vita, in sintonia con se stesso e il proprio modo di essere. Non basta stare meglio, occorre stare meglio come se stessi, avere recuperato un rapporto genuino con i propri valori, le proprie possibilità, la propria finitezza.
Il cognitivismo ottimizza la macchina. L’analisi esistenziale si chiede se la persona stia percorrendo la strada che le appartiene.
Il terapeuta: tecnico o compagno di ricerca?
Questa differenza di visione antropologica si traduce inevitabilmente in una diversa concezione del terapeuta. Il cognitivismo forma tecnici competenti: la formazione consiste nell’acquisire protocolli, imparare a somministrare strumenti di valutazione, padroneggiare procedure evidence-based.
L’analisi esistenziale richiede molto di più. La vera formazione dell’analista risiede nella sua evoluzione personale, nella capacità di lavorare su di sé in modo continuo e critico. Lo strumento terapeutico fondamentale non è la tecnica, ma l’analista stesso, la sua persona, il suo carattere, la sua maturità, la sua capacità relazionale. Occorre una phronesis clinica, una saggezza pratica che non si impara dai manuali ma si costruisce attraverso l’esperienza vissuta, l’analisi personale, la supervisione, lo studio approfondito della filosofia.
Un professionista che, oltre a possedere competenze e abilità tecniche, sviluppi una consapevolezza e una maturità filosofica, risulterà più efficace e solido nell’affrontare le infinite situazioni problematiche che si presentano nella pratica clinica.
Clinica della funzione, clinica del senso
Infine, la differenza più profonda: il cognitivismo è una clinica della funzione, l’analisi esistenziale è una clinica del senso. Il primo interviene sul come il paziente elabora le informazioni; la seconda si interroga sul perché l’esistenza sia diventata insostenibile, sul senso del dolore, sul significato della sofferenza come segnale di qualcosa che non va nella propria vita.
In questo, l’analisi esistenziale eredita la vocazione più antica della filosofia: non quella di rispondere, ma di accompagnare nella domanda. L’analista non è un tecnico della mente, ma un compagno di ricerca che, attraverso la parola e l’ascolto, co-costruisce con il cliente una comprensione più profonda della sua esperienza.
È solo attraverso un atteggiamento filosofico di apertura, interrogazione e ricerca che il lavoro analitico può realmente condurre alla trasformazione dell’individuo.
L’essere umano non deve essere visto come una macchina da riparare ma come un’esistenza che deve essere compresa e guidata verso l’autenticità.
Approfondisci
Medico specialista in psichiatria, psicoterapeuta e psicoanalista, Fondatore e Direttore della Scuola Superiore in Counseling Filosofico e del Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia e Psichiatria.
Ha iniziato ad occuparsi di psicoterapia esistenziale e dei rapporti tra psichiatria e filosofia alla fine degli anni 80, subito dopo la laurea in medicina e chirurgia.
Nel 1998 ha fondato la Scuola Italiana di Psicoterapia Esistenziale (SIPE) e nel 2007 l’Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia, Psichiatria (ISFIPP) di cui è attualmente direttore.
Ha studiato e si è perfezionato a Zurigo, Ginevra, Parigi, New York, Boston, Los Angeles.
È autore di una ventina di libri e di un centinaio di articoli su riviste nazionali ed internazionali nel campo della psichiatria, della psicologia e della filosofia.
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Approfondimento ISFiPP
Master in Analisi Esistenziale
Un percorso dedicato allo studio dell’esistenza, della psicopatologia e della relazione analitica in prospettiva filosofico-esistenziale.









