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Anima, psiche e cervello. Tre differenti approcci allo studio della mente

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Anima, psiche e cervello. Tre differenti approcci allo studio della mente

Perché le parole contano?

Le parole non sono semplici suoni. Sono lenti con cui guardiamo la realtà. Se dico “anima”, “psiche” o “cervello”, non sto scegliendo solo un termine: sto prendendo posizione su come intendere l’essere umano e su come curarlo quando soffre. Nel linguaggio comune, questi vocaboli a volte si sovrappongono; in clinica e in filosofia, invece, tracciano percorsi diversi, orientano pratiche differenti, aprono o chiudono possibilità.

In questo articolo, useremo tre bussole—anima, psiche, cervello—per capire come si è costruita l’idea di mente, che cosa possiamo effettivamente conoscere, e come queste prospettive guidano la cura: dalla terapia farmacologica al counseling filosofico, dalla psicoterapia alla meditazione, fino ai modelli integrativi di oggi.

Le parole non sono semplici suoni ma rispecchiano la nostra visione della realtà, esprimono concetti e idee.

Le parole sono simboli che evocano significati a volte profondamente diversi.

Così nel linguaggio comune parole come anima, psiche e cervello possono essere usate in modo equivalente, oppure possono presentare differenze sostanziali, esprimendo un diverso approccio allo studio e alla cura della mente.

Il concetto di anima si basa sull’idea che l’essenza di un essere umano sia un’entità invisibile e che essa sia la sede della vita interiore.

Il termine psiche è più frequentemente utilizzato in un contesto psicologico e psichiatrico e viene a rappresentare la sede delle dinamiche psichiche, quindi dei meccanismi psicologici responsabili di comportamenti, atteggiamenti emotivi e patologie.

Cervello ha invece un significato più di tipo biologico ed organicistico, rappresentando un preciso organo, una struttura fisica obiettivabile, analizzabile e concreta, con una sua anatomia e fisiologia.

Possiamo così osservare noi stessi e l’organo che ci fa pensare in modi completamente differenti e con conseguenze a volte divergenti.

In psicologia e in psichiatria si osserva e si agisce sul il funzionamento mentale partendo da due differenti prospettive: una biologica ed una psicodinamica.

Secondo la prima le funzioni della psiche sono espressione di meccanismi sinaptici e di connessioni neurologiche tra le varie aree del sistema nervoso centrale. Su questa base la psiche è un organo concreto, identificabile con la massa cerebrale, e trattabile attraverso strumenti biologici, quindi psicofarmaci, terapie fisiche, elettriche (ECT), magnetiche (TMS) o addirittura chirurgiche (la psicochirurgia o neurochirurgia funzionale).

La psicologia psicodinamica riconosce invece nella psiche una struttura non facilmente obiettivabile ma osservabile nelle sue manifestazioni esteriori di tipo comportamentale, emozionale e di pensiero. La psiche è la sede dei meccanismi mentali, senza una diretta ed evidente correlazione biologica. In questo senso essa diviene curabile attraverso un’azione più “mentale” che biochimica, come ad esempio le psicoterapie, la psicoanalisi o il counseling.

Si evidenzia in questo modo la difficoltà a identificare la sede del pensiero, della ragione e degli istinti ed il problema se la psiche sia un fenomeno biologico o un’entità astratta, immateriale. Certo è che se andiamo a modificare qualcosa a livello cerebrale ciò produce un effetto a livello psichico. Ma è vero anche al contrario e cioè che modificando qualcosa a livello mentale si può indurre un effetto biologico.

Psiche e anima

La psiche è l’oggetto di cui si occupa la psicologia e la psichiatria, ma se ricerchiamo il suo significato originario nella originaria parola greca psyché (ψυχή) esso è in realtà più ampio della semplice traduzione con mente. Avere psyché significa “avere vita” o avere respiro (dal greco ψυχή, connesso con ψύχω, “respirare, soffiare”) come un respiro vitale che dà vita ad un corpo. In tal senso tutti gli esseri viventi, comprese le piante, hanno una psyché. Il latino traduce la parola greca psyché con “anima” e da qui deriva una ulteriore confusione terminologica.

Gli esseri viventi non possederebbero comunque tutti lo stesso tipo di vita, la stessa psyché. Le piante hanno solo una vita vegetativa che consiste nel crescere, assumere il nutrimento e produrre semi di nuove piante. La vita degli animali consiste anche nella percezione, nel desiderio e nel movimento, mentre gli uomini posseggono in più la facoltà del pensiero e della ragione.

Platone intende la ψυχή non solo più come soffio vitale ma come una essenza che trascende il corpo, quindi più come anima, la quale fa parte di una realtà sovramondana temporaneamente imprigionata in un corpo. Nel Fedone Platone sostiene che fino a quando noi siamo in possesso del corpo la nostra anima ne resta in esso imprigionata, dando origine alla divisione tra mente e corpo, concetto che attraverserà gran parte della storia della cultura occidentale.

Aristotele, nel trattato De anima prende una posizione diversa quando afferma che non si può parlare di un’esistenza dell’anima come entità separata dal corpo, dal momento che tutte le sue affezioni (coraggio, dolcezza, audacia ecc.) si producono come fenomeni collegati al corpo e alle sue modificazioni. Il filosofo intende così la ψυχή il principio vitale del corpo che gli dà forma (μορϕή σώματος), quindi la psiche come elemento unificante e significante della materia corporale.

L’anima e il corpo di una persona o di un animale non sono parti di essi, non più di quanto la forma e la ceramica siano parti di un vaso. Non posso pensare che sia la mia anima ad aver sete o desiderare acqua e che il mio corpo corra alla fontana.

La Ψυχή è quindi la forma di un corpo vivente, il principio che ne sottende tutte le attività ed è inscindibile dal corpo (Di Francesco 1996).

Psiche e corpo

Il pensiero di Aristotele risulta estremamente attuale, anche in considerazione delle attuali conoscenze neuroscientifiche. Vi è infatti un inscindibile legame tra mente e corpo ove l’una condiziona l’altra, in modo continuo e reciproco.

Secondo i più recenti orientamenti pare addirittura scorretto distinguere una mente da un corpo, come se fossero due entità distinte ed indipendenti.

In realtà noi dobbiamo considerare il nostro cervello non limitato al contenuto della scatola cranica bensì nelle sue estensioni, che raggiungono ogni parte del nostro corpo. Il cervello è la centrale operativa del nostro funzionamento neurologico che però deve essere inevitabilmente connesso al resto del corpo per poter funzionare correttamente. In questo senso possiamo introdurre il concetto di cervello esteso, ove tutto il corpo contribuisce al funzionamento mentale. Il cervello si estende, strutturalmente e funzionalmente, al tronco encefalico e poi al midollo spinale che, attraverso i nervi cranici e spinali, raggiunge ogni parte del corpo, anche la più periferica. Non vi è infatti parte del corpo umano che non sia innervata e che sia perciò scollegata dalla centrale cerebrale. Il nostro cervello, per poter funzionare correttamente ha bisogno di dati che provengano dalla periferia, dagli organi di senso. Queste informazioni consentono al nostro cervello di funzionare. Se proviamo ad immaginare il funzionamento di un cervello senza corpo, senza estensioni nervose periferiche, presenterebbe probabilmente gravi anomalie. In particolare, se proviamo ad immaginare un cervello che sia senza corpo dalla nascita, o meglio ancora un cervello isolato, che sia nato e sviluppato senza le sue estensioni in un corpo, quindi privato fin dalla sua origine di informazioni sensoriali molto probabilmente questo sarebbe un cervello non funzionante, vuoto, inerte. Come l’hardware di un pc senza alcun software.

Quindi il nostro cervello è in stretto rapporto con il corpo, sono un tutt’uno una cosa unica e così come le informazioni dalla periferia danno vita al funzionamento cerebrale così quest’ultimo condiziona le funzioni corporee, ad ogni livello. In questo senso possiamo dire che la nostra mente parla, si esprime attraverso il corpo. Ma nello stesso tempo anche il corpo comunica con la mente, le fornisce il materiale su cui poter lavorare.

Anima, psiche e cervello. Tre differenti approcci allo studio della mente
Anima, psiche e cervello. Tre differenti approcci allo studio della mente

La psiche della psicologia

La Psicologia ha come compito fondamentale lo studio della psiche, nelle sue manifestazioni normali e patologiche. Essa indaga i meccanismi di funzionamento della mente nei suoi rapporti col mondo, con se stessi e con gli altri esseri umani. È una disciplina complessa poiché l’oggetto del suo interesse non è facilmente indagabile ed osservabile. Lo studio della psiche è infatti inevitabilmente indiretto, cioè si ipotizzano modelli di funzionamento alla base dei comportamenti e dei vissuti, senza poterli mai “vedere”. Essenziale per la psicologia è quindi la definizione di teorie che siano in grado di spiegare il comportamento umano anche se ogni teoria psicologica ha una sua verità che però non è mai assoluta e definitiva.

La psicologia, nella ricerca di teorie e modelli, adotta il metodo scientifico secondo cui la psiche è vista come oggetto specifico (oggettività), con la necessità di avere una riproducibilità e verificabilità dei suoi fenomeni. Il problema rimane però quello di non poter mai veramente osservare ed analizzare la psiche come oggetto concreto in un modo diretto. Infatti l’unica mente che possiamo osservare direttamente rimane solo la nostra, con tutte le problematicità connesse al fatto se sia possibile che una mente studi se stessa.

La più efficace e diretta immagine della mente che riusciamo ad avere è così quella che possiamo ottenere attraverso le tecniche di neuroimaging, che ci consentono una visione chiara ed oggettiva di ciò che accade nel cervello durante determinati compiti o situazioni. Le immagini così ottenute ci indicano però solo aree di attivazione durante determinati compiti o stati emotivi senza poter mai veramente osservare una mente in azione.

Psiche e cervello

Secondo un approccio neuroscientifico tutti i processi mentali derivano da operazioni del sistema nervoso centrale. Il cervello fornisce la base fisica per il funzionamento della mente così da poter dire che noi pensiamo così perché il nostro sistema nervoso è fatto così. Se fosse fatto in modo diverso la nostra mente funzionerebbe in modo diverso, il che è difficile anche solo da concepire. Non possiamo pensare un altro modo di pensare, poiché limitati dalle nostre possibilità biologiche di funzionamento.

Il cervello ha la sua base funzionale nei neuroni e nelle connessioni tra essi, le sinapsi ma anche dalla fitta rete di intrecci di collegamenti nervosi tra le aree cerebrali. Più che da una localizzazione delle aree dovremmo vedere il funzionamento psichico come l’effetto dell’attività complessiva cerebrale, poiché è solo da tale interazione complessa che nasce l’attività psichica, e ogni singola area cerebrale di per sé, se isolata, sarebbe inefficiente. È perciò fondamentale lo studio delle reti di collegamenti all’interno del sistema nervoso (il cosiddetto connettoma) che ci può far comprendere come funzioniamo. Infatti da come si configurano queste reti si determina il nostro modo di funzionare mentale, o se vogliamo la nostra personalità. L’intreccio di collegamenti è dinamico, cioè si modella nel tempo, caratterizzando un concetto basilare che è la plasticità neuronale. Questa è la capacità delle sinapsi di rafforzarsi o indebolirsi, di essere eliminate o di formarsi ex novo, configurando nuovi collegamenti.

Vi è perciò una condizione dinamica del nostro sistema nervoso, ove reti e connessioni continuamente si formano, si perdono, si rinforzano e si indeboliscono. Questo è determinato da stimoli ambientali che agiscono e modellano il sistema nervoso, che deve essere così visto in continua trasformazione. Se è vero ed indiscutibile che modificando la struttura cerebrale (come accade nei traumi, negli interventi chirurgici, nell’assunzione di sostanze psicoattive, …) si modifica il funzionamento psichico, è vero anche il contrario e cioè modificando il pensiero questo si concretizza in modificazioni biologiche, a carattere molecolare e sinaptico.

Come affermato dal noto neuroscienziato E. Kandel (Kandel ER. A new intellectual framework for psychiatry. Am J Psychiatry. 1998 Apr;155(4):457-69. doi: 10.1176/ajp.155.4.457. PMID: 9545989) eventi ambientali, attraverso una sequenza di fenomeni biologici posso agire modificando l’espressività genica, quindi modulando l’espressione o meno di alcuni geni (epigenetica). La psicoterapia e il counseling inducono presumibilmente tali cambiamenti attraverso processi di apprendimento, quindi qualsiasi esperienza ambientale è in grado di provocare modificazioni nell’espressione genica, con conseguente modificazione della forza delle connessioni sinaptiche.

La mente immateriale

Da una prospettiva completamente diversa non possiamo però evitare di pensare ad una dimensione immateriale della mente, che possiamo definire lo spirito. È difficile per noi concepire qualcosa che non sia concreto, osservabile, quantificabile. È un salto del nostro pensiero verso un livello di astrazione che, più si distacca dalla realtà tangibile, più diventa vago e inaffidabile. È una dimensione intuitiva, emotiva che risente di una sensibilità diversa da quello a cui spesso ci affidiamo. Spirito è l’aspetto non materiale degli esseri viventi, esso è incorporeo, distinto e diverso dal corpo umano. È l’essenza della vita, oltre la materia, prima di essa. Può essere concepita come una energia, una forza invisibile che crea la vita. È una vibrazione, una armonia, una tendenza all’equilibrio.

Lo spirito è l’opposto della materia e non è perciò possibile una sua descrizione o definizione. Esso è una sensazione, una esperienza, un vissuto È senza spazio, senza forma, senza materia, vive di se stesso, per se stesso.

Per la sua natura immateriale non è indagabile, osservabile e ciò si scontra con l’esigenza di dare corpo ai nostri oggetti di studio. Se qualcosa non ha corpo non esiste e il solo sentirlo, percepirlo sarebbe un controsenso, come chi afferma che l’anima abbia un peso.

Sostenere l’esistenza di qualcosa di incorporeo, spirituale per l’appunto, non è dimostrabile e sembra essere solo una teoria o una fede personale.

Siamo così legati ad una visione materialistica dell’esistenza che concepire un’entità spirituale sembra solo una fantasia, un artificio della nostra mente che tende a pensare per opposti. Se c’è il materiale ci deve essere anche l’immateriale.

La conoscenza dello spirito è per intuizione, è una sensazione, a volte solo un’emozione. È qualcosa di irrazionale che va al di là delle apparenze, una specie di noumeno che va oltre le usuali capacità conoscitive. Per arrivare allo spirito si debbono utilizzare strumenti differenti da quelli logico-razionali con una apertura totale, che sia libera da pregiudizi, anche quelli del pensare. La coscienza trascende le normali dimensioni esistenziali, ed entra in uno stato diverso, di silenzio, di sospensione, di percezione sovrasensoriale. Il contatto con lo spirito diviene coscienza assoluta, super-coscienza, coscienza della coscienza. Rimane il dubbio che un tale stato di purezza e di candore non sia che una illusione, una finzione, e spirito sia solo una parola vuota creata dalla mente per aver ancora speranza.

La nostra mente può essere indagata e conosciuta solo se utilizziamo prospettive diverse. Considerare solo un aspetto può essere riduttivo e limitato.

Anima, psiche, cervello: tre prospettive, non tre mondi separati. L’anima ricorda che non siamo solo meccanismi; la psiche ci apre alla trama dei significati; il cervello ci ancora alla concretezza della vita biologica. La sfida non è scegliere una lente e scartare le altre, ma imparare a ruotarle a seconda del caso, del momento, della persona. Così la conoscenza resta umile e la cura diventa più giusta: precisa quando serve, profonda quando occorre, sempre rispettosa del mistero che ogni esistenza porta con sé.

FAQ – Domande/Risposte

1) “Anima”, “psiche” e “cervello” sono sinonimi?

Non proprio. “Cervello” indica l’organo biologico; “psiche” la dimensione dei processi mentali e affettivi; “anima” rimanda alla dimensione spirituale o di significato. In pratica, tre lenti complementari.

2) La psicoterapia può cambiare il cervello?

Sì. Le esperienze, incluse quelle terapeutiche, modulano connessioni sinaptiche e, nel tempo, anche l’espressione genica. È la plasticità a permettere il cambiamento.

3) Quando servono i farmaci e quando la terapia “di parola”?

Dipende da gravità, urgenza e storia personale. Spesso la combinazione è la via migliore: i farmaci stabilizzano, la psicoterapia ristruttura modelli di pensiero, emozione e relazione.

4) Parlare di “anima” ha senso in ambito clinico?

Ha senso se lo intendiamo come ricerca di significato, valori e orientamento esistenziale. Non sostituisce la scienza, ma aiuta a integrare la cura sul piano del senso.

5) Che cosa vuol dire “cervello esteso”?

Che il funzionamento mentale dipende da una rete che include corpo, ambiente, strumenti e relazioni. La mente non è confinata nel cranio: è incarnata e situata.

Lodovico Berra, Psichiatra, Psicoterapeuta, Psicoanalista, Direttore SSCF & ISFIPP

Medico specialista in psichiatria, psicoterapeuta e psicoanalista, Fondatore e Direttore della Scuola Superiore in Counseling Filosofico e del Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia e Psichiatria.
Ha iniziato ad occuparsi di psicoterapia esistenziale e dei rapporti tra psichiatria e filosofia alla fine degli anni 80, subito dopo la laurea in medicina e chirurgia.
Nel 1998 ha fondato la Scuola Italiana di Psicoterapia Esistenziale (SIPE) e nel 2007 l’Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia, Psichiatria (ISFIPP) di cui è attualmente direttore.
Ha studiato e si è perfezionato a Zurigo, Ginevra, Parigi, New York, Boston, Los Angeles.
È autore di una ventina di libri e di un centinaio di articoli su riviste nazionali ed internazionali nel campo della psichiatria, della psicologia e della filosofia.

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