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Nel mondo, oggi, oltre 500 milioni di persone soffrono di disturbi psicologici che richiedono un trattamento (OMS, 2023). Un numero impressionante, che ci obbliga a riflettere: cosa significa davvero fare psicoterapia? È solo applicare protocolli verificabili, standardizzati, replicabili? O è piuttosto un’arte che nasce dall’incontro vivo tra due esseri umani, dalla creatività e dall’empatia che nessun manuale può racchiudere del tutto?
La psicoterapia esistenziale nasce proprio in questa tensione. Da un lato l’esigenza di rigore scientifico: strumenti affidabili, risultati misurabili, criteri condivisi. Dall’altro l’irriducibile complessità dell’esperienza umana, che chiede immaginazione, sensibilità e capacità di muoversi nell’imprevisto. Due poli che sembrano opposti, ma che in realtà si rafforzano a vicenda.
Questo approccio invita a una sintesi: scienza e arte che convivono nello stesso spazio clinico. Non un compromesso al ribasso, ma un terreno nuovo, dove il metodo non soffoca la creatività e la libertà interiore non scivola nell’arbitrio. Una prospettiva che si misura con le domande fondamentali dell’esistenza, senza rinunciare alla precisione, alla valutazione e alla responsabilità etica di ogni intervento.
In questo articolo, scritto dal Prof. Lodovico Berra, psichiatra, psicoterapeuta e psicoanalista esistenziale, Direttore della Scuola Superiore di Counseling Filosofico (SSCF) e dell’Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia e Psichiatria (ISFiPP), docente universitario presso IUSTO, esploreremo come la psicoterapia esistenziale riesca a tenere insieme questi elementi. Vedremo perché la scienza, da sola, non basta, e perché l’arte, da sola, rischia di perdersi. E soprattutto, scopriremo come un approccio che unisce rigore e libertà possa diventare una risorsa concreta, tanto per il terapeuta quanto per il paziente.
La psicoterapia esistenziale vuole essere una sintesi ed un compromesso tra quelle che sono le esigenze di una terapia scientifica con quelle di un intervento a carattere più filosofico ed artistico. Vengono quindi discussi alcuni aspetti che caratterizzano lo spirito libero e creativo della psicoterapia e quello più scientifico ed oggettivo, cercando infine di riassumere l’atteggiamento fondamentale che accompagna l’approccio esistenziale.
Psicoterapie e psicoterapia esistenziale
La psicoterapia moderna deve essere scienza, poiché deve essere in grado di garantire modalità efficienti di intervento, che siano affidabili, conoscibili e condivisibili. La psicoterapia, per essere veramente terapia, quindi aiuto e cura, deve poter usare precisi strumenti, in un modo corretto, garantendo standard di efficacia alla pari di ogni altro tipo di intervento medico.
Così come è vera questa serie di prime affermazioni è altrettanto valido ciò che segue. La psicoterapia è un’arte, poiché richiede creatività, immaginazione ed intuito. Essa non può essere costretta entro limiti prestabiliti di leggi e regole, poiché così verrebbe a perdere il suo carattere originario e fondamentale, ma deve avere libero spazio di espressione nel complesso territorio della psiche e delle relazioni umane. Queste due visioni a prima vista antitetiche pongono delle riflessioni sul senso e sul significato della psicoterapia oggi, alla luce della storia della psicologia, delle sue scoperte e della sua contemporanea evoluzione.
Riteniamo infatti che la psicoterapia esistenziale, come da noi intesa, possa rappresentare una sintesi delle due prospettive, riunendo in sé esigenze attuali di scientificità insieme a fondamentali aspetti propri dell’esistenza, difficilmente catalogabili e riproducibili.
Nel vasto ed eterogeneo panorama delle psicoterapie praticate nel mondo l’orientamento esistenziale rappresenta un approccio alla salute psichica ed all’essere umano in fondo nuovo, poiché cerca di integrare conoscenze e nozioni ormai stabilmente accettate dalle varie teorie psicologiche e psicoanalitiche con una visione filosofica e spirituale.
In genere le psicoterapie che desiderano essere più scientifiche cercano di porre in rilievo aspetti quali la quantificazione e verificabilità dei risultati, la razionalizzazione degli strumenti terapeutici, la differenziazione delle tecniche in base alle patologie, la possibilità di avere un riscontro biologico sulla genesi e sulla terapia del disturbo, e così via.
Queste sono state classicamente contrapposte alle cosiddette terapie umanistiche che pongono più attenzione agli aspetti di realizzazione di sé, di ricerca personale e spirituale, a volte con esigenze di trascendenza, anche in prospettive di tipo filosofico, senza porsi troppo il problema del metodo e della tecnica ma basandosi spesso su teorie e ideologie consistenti ma a forte base soggettiva.
Nell’approccio di tipo esistenziale vogliamo immaginare una convivenza dei due orientamenti che in qualche modo si possano potenziare reciprocamente. Una psicoterapia quindi che sia in grado di essere scienza senza perdere il carattere di artisticità, e in questa combinazione aggiungere forza al risultato finale.
La psicoterapia come scienza
La psicoterapia può essere considerata un lavoro diretto unicamente alla conoscenza, all’indagine introspettiva, all’esplorazione profonda del sé, senza troppo preoccuparsi della quantificazione di effetti e risultati. L’obiettivo fondamentale sarebbe quindi la conoscenza di sé e la riflessione filosofica sull’esistenza, lasciando che le conseguenze terapeutiche, di cura e di cambiamento, avvengano spontaneamente e naturalmente.
Questo renderebbe più appropriato parlare di “analisi” esistenziale piuttosto che terapia.
Sebbene non si possa negare l’utilità di un approccio più analitico che terapeutico, crediamo opportuno che, nell’ampio panorama delle psicoterapie oggi diffuse nel mondo, anche la psicoterapia esistenziale debba avere qualità di procedura e tecnica affidabile. Questa deve essere verificabile, riproducibile e condivisibile dalla comunità scientifica internazionale, con risultati riconoscibili e quantificabili. Scientifico viene infatti considerato ogni processo che sia chiaramente verificabile dall’esterno, con criteri condivisi dalla comunità dei ricercatori (Di Nuovo e Lo Verso, 2005, pag. 19).
Dobbiamo però notare che la pratica psicoterapeutica, per poter essere studiata ed analizzata, deve essere spesso ridotta, frammentata e schematizzata. Vi è infatti tutta una serie di caratteri sfuggenti, poco oggettivabili e non facilmente misurabili che costituiscono la base dell’intervento terapeutico.
Quantificare e razionalizzare i fenomeni che avvengono durante una psicoterapia è perciò un compito difficile e complesso, e non sempre è possibile arrivare ad un chiarimento ed a una definizione dei meccanismi che vengono messi in atto.
La psicoterapia, essendo cura di sintomi, deve essere equiparata ad altri tipi di intervento quali quelli medici e farmacologici, ma risultano in essa amplificati aspetti spesso difficilmente catalogabili o standardizzabili, quali la relazione, l’empatia o le emozioni.
In psicoterapia è quindi necessario avere un approccio non tanto di tipo quantitativo, statistico o schematico, quanto piuttosto di tipo qualitativo, secondo il quale venga studiata la soggettività del paziente senza essere ridotta a meri meccanismi o modelli teorici.
Infatti il paziente non deve essere considerato un oggetto inerte e passivo da curare, ma è un individuo complesso portatore di variabili essenziali per la valutazione. In modo analogo il terapeuta non può mai essere un puro e semplice osservatore di quanto avviene, ma è egli stesso persona coinvolta direttamente nella relazione.
L’analisi della psiche umana non è un atto oggettivabile e generalizzabile in modo definitivo ed eliminare dal rapporto psicoterapeutico i fatti e i vissuti soggettivi vuol dire rinunciare agli elementi fondamentali che costituiscono la psicoterapia. Il considerare però i fatti soggettivi rende difficile la valutazione delle dinamiche in atto, dei processi e dei risultati, non essendovi al momento strumenti di indagine sufficientemente attendibili. Per “vedere” cosa avviene nel mondo interiore del paziente non abbiamo oggi altri strumenti che il linguaggio, verbale e non verbale, cioè ciò che egli ci comunica, e le tecniche di neuroimaging, che in realtà ci riferiscono unicamente quali sono le aree di attività cerebrale.
Secondo il “paradigma della complessità” proposto da Morin (1984), i sistemi di idee e i modelli teorici per essere prodotti richiedono un cervello che li pensi ed implicano quindi tutti quei fenomeni bio-chimico-fisici connessi all’attività cerebrale.
L’osservatore perciò costruisce la realtà stessa ma nell’osservazione, in quanto portatore o interprete di una teoria, crea il campo dell’osservazione ed è dunque profondamente implicato in esso. In quest’ottica la conoscenza scientifica risulta costitutivamente ed inevitabilmente soggettiva.
La verità scientifica viene così ad essere essenzialmente basata sull’accordo della comunità scientifica, socialmente e culturalmente connotata.
In sintesi possiamo dire che la psicoterapia possa dirsi scientifica quando cerca di porre ordine, comprendere, prevedere, ridurre a tecnica e inserire in uno schema teorico, comprovato o almeno accettabile, tutti quegli eventi del rapporto emotivo ed intellettivo (Pazzagli e Rossi, 1999, pag. 3510).
Ma, detto questo, potremmo domandarci se è possibile studiare scientificamente ciò che è qualitativo, adattandosi ai parametri di “osservabilità” richiesti dalla scienza classica; se è possibile ordinare e prevedere gli eventi di una relazione; se è possibile inserire in uno schema teorico dinamiche psicologiche; se è possibile ridurre a tecnica un rapporto emozionale.
Nell’ambito clinico psicoterapeutico, che si svolge tramite relazioni umane, il metodo sperimentale classico è certamente inadeguato. Infatti esso procede tramite l’isolamento di variabili e la verifica delle loro relazioni, eliminando il più possibile la soggettività dei partecipanti all’esperimento.
Per il metodo sperimentale l’osservazione deve essere il più possibile depurata dalle distorsioni della relazione soggetto-osservatore/oggetto-osservato, mentre per il metodo clinico il coinvolgimento osservatore-osservato va accettato come fondamentale metodo di conoscenza. Da qui ne deriva l’attuale attenzione alle componenti controtransferali nel processo diagnostico e terapeutico.
Seguendo un metodo scientifico classico, e quindi sperimentale, si rischia di non considerare gli oggetti propri del lavoro terapeutico, e cioè i sentimenti, gli affetti, il simbolico, la soggettività e la relazione, come dimostrato tra l’altro dall’importanza di tutta una serie di fattori aspecifici presenti in ogni psicoterapia. Il problema è quindi stabilire se è possibile identificare, valutare e misurare componenti non oggettive, ancora oggi senza riscontri di tipo biologico o fisico, basati su condizioni variabili spesso non catalogabili.
Le psicoterapie oggi, e quindi non solo la psicoterapia esistenziale, per essere scienza, si trovano di fronte alla necessità di sviluppare una osservazione e una metodologia scientifica del qualitativo, impresa non semplice ma inevitabile per darle dignità di disciplina riconosciuta ed attendibile. È quindi nella combinazione di più metodi, differenti modalità di osservazione e di valutazione che si può arrivare a definire in modo più preciso i caratteri fondamentali di una psicoterapia.
In questo senso la psicoterapia esistenziale, pur avendo una posizione critica nei confronti di una eccessiva razionalizzazione di una terapia della mente, deve riconoscere tutta una serie di modalità operative (setting, empatia, relazione, dinamiche di transfert e controtransfert, lavoro sulle resistenze e sui meccanismi di difesa,…), concetti di base (inconscio, visione del mondo, progetto esistenziale,…), di valutazioni e test (Rorschach, TAT, interviste semistrutturate,…) che le consentano di inserirsi a pieno titolo nella ricerca attuale sui fondamenti scientifici dei metodi psicoterapeutici.
La psicoterapia come arte
L’arte è quella attività che, basandosi sull’uso di determinati strumenti, consente l’espressione originale e creativa di contenuti emozionali ed estetici.
Nella pratica artistica viene in genere appreso l’uso di specifici strumenti, quali pennelli e colori nella pittura, scalpello e martello nella scultura, strumenti musicali nella musica, padronanza di sé, delle proprie emozioni e comportamento nel teatro, e così via, che devono essere utilizzate in modo personale e creativo. Questo significa che non vi dovrebbe essere la meccanica riproduzione tecnica di una abilità, bensì vi deve essere la capacità dell’artista di inserire un imponderabile contenuto emotivo ed estetico nella sua opera.
- Un pittore che esegue opere perfette tecnicamente può risultare freddo e poco comunicativo all’osservatore.
- Un musicista che esegua con perfezione una spartito può non trasmettere emozioni all’ascoltatore.
- Un attore con grande abilità esecutiva e perfetta dizione può non arrivare al cuore dello spettatore.
Tutto questo ci dice che in un ambito così delicato come quello delle relazioni umane, e quindi della psicoterapia, un terapeuta che abbia molto studiato e che esegua alla perfezione tecniche apprese con scrupolo potrebbe non avere risultati rilevanti. Al contrario uno psicoterapeuta particolarmente dotato di sensibilità, capacità relazionali, creatività, elasticità mentale, ma di minor “studio”, potrebbe essere più efficace con i suoi pazienti.
Alcuni Autori ritengono che i risultati positivi siano molto più collegati alle caratteristiche di personalità del terapeuta che alle tecniche da lui impiegate. Infatti alcuni terapeuti, trasversalmente a tutte le tecniche impiegate, sono costantemente più efficaci, mentre altri terapeuti producono costantemente risultati negativi (Bergin A.E. e Garfield S.L., 1994, pag. 229).
A sostegno quindi della non scientificità dell’arte psicoterapeutica dobbiamo fare alcune considerazioni.
- a) Per la sua complessità il rapporto psicoterapeuta-paziente non è standardizzabile e riproducibile. Ogni relazione è infatti unica ed irripetibile e debole è ogni tentativo di ridurre a schemi ciò che accade nella situazione reale.
- b) Ogni modello di mente è una teoria relativa e non possiamo avere un unico e “definitivamente vero” sistema di funzionamento della psiche. Da ciò ne deriva che, essendo ogni psicoterapia basata su un modello teorico di mente, non possiamo riconoscere metodi e modalità universalmente valide.
- c) Gli strumenti e le tecniche psicoterapeutiche codificate e riconosciute devono esistere ma devono essere usate in modo creativo, originale e personalizzato. Questo è determinato dalla continua e mutevole esigenza all’interno del setting terapeutico di adattare le tecniche alla variabilità della situazione.
- d) Lo strumento fondamentale della psicoterapia non è tanto la tecnica precostituita ma lo psicoterapeuta come essere umano. La sua formazione personale e professionale determina la sua capacità di gestire la situazione, la relazione e la patologia.
- e) Non importa tanto la teoria che sta alla base di una psicoterapia ma quello che si fa al suo interno. Rimanere quindi vincolati a tecniche e procedure standardizzate potrebbe essere inopportuno e controproducente in determinati contesti che richiedono invece flessibilità e capacità di adattamento.
Detto questo ne deriva che un punto centrale non dovrebbe essere il modello di riferimento, esigenza fondamentale della psicoterapia detta scientifica, bensì lo psicoterapeuta, la sua personalità e la sua capacità di utilizzare tecniche e strategie in modo creativo, originale e personalizzato, e se il caso di ideare nuove modalità di intervento. In parte ciò è condiviso da altri orientamenti psicoterapeutici che riconoscono la necessità di avere una certa malleabilità all’interno della relazione, ma nell’orientamento esistenziale questo è rinforzato e sostenuto da una consistente letteratura filosofica.
Lo psicoterapeuta esistenziale è forse più libero da modelli esplicativi della psiche, più pronto a prendere iniziative originali, più legato ad una visione filosofica dell’esistenza. Quest’ultima diviene anche la base della sua formazione personale che non è solo diretta alla conoscenza di sé ma anche all’esercizio di indagine metafisica delle questioni esistenziali.
Uno psicoterapeuta che possegga oltre a competenze e capacità tecniche anche una consapevolezza e maturità filosofica è più efficace e solido nell’affrontare le infinite situazioni problematiche che si presentano nella pratica professionale.

Dasein Journal n°1
ISFIPP Edizioni
Dasein Journal, rivista ufficiale della Società Italiana di Psicoterapia Esistenziale – ISFIPP, pubblica contributi redatti in forma di articoli di argomento monografico nell’ambito della psicologia della psicopatologia, della psicoterapia di orientamento fenomenologico esistenziale.
I contributi devono essere inediti, non sottoposti contemporaneamente ad altra rivista.
Medico specialista in psichiatria, psicoterapeuta e psicoanalista, Fondatore e Direttore della Scuola Superiore in Counseling Filosofico e del Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia e Psichiatria.
Ha iniziato ad occuparsi di psicoterapia esistenziale e dei rapporti tra psichiatria e filosofia alla fine degli anni 80, subito dopo la laurea in medicina e chirurgia.
Nel 1998 ha fondato la Scuola Italiana di Psicoterapia Esistenziale (SIPE) e nel 2007 l’Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia, Psichiatria (ISFIPP) di cui è attualmente direttore.
Ha studiato e si è perfezionato a Zurigo, Ginevra, Parigi, New York, Boston, Los Angeles.
È autore di una ventina di libri e di un centinaio di articoli su riviste nazionali ed internazionali nel campo della psichiatria, della psicologia e della filosofia.





