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Un approccio noetico alla relazione d’aiuto, Dr. Federico Bottigliengo

Indice dell’articoloPremessaL’esercizio del dubbio per combattere le stereotipieMaster in Counseling FilosoficoArticolo realizzato a partire dalla tesi finale del Dr. Federico Bottigliengo, presentata al Master triennale in Counseling Filosofico, con estratti dall’elaborato “Un approccio noetico alla relazione d’aiuto: analisi e studio del potenziale umano profondo” (2023). In un panorama culturale in cui la filosofia rischia spesso…

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Un approccio noetico alla relazione d’aiuto, Dr. Federico Bottigliengo

Articolo realizzato a partire dalla tesi finale del Dr. Federico Bottigliengo, presentata al Master triennale in Counseling Filosofico, con estratti dall’elaborato “Un approccio noetico alla relazione d’aiuto: analisi e studio del potenziale umano profondo” (2023).

In un panorama culturale in cui la filosofia rischia spesso di apparire confinata a un ruolo teorico, lontano dalla concretezza dell’esperienza umana, il lavoro del Dr. Federico Bottigliengo offre una prospettiva inedita e sorprendentemente attuale. Egittologo, filologo, consulente della storica società torinese BOLAFFI e Counselor Filosofico formato presso la Scuola Superiore di Counseling Filosofico SSCF & ISFiPP, Bottigliengo rappresenta un esempio di come la riflessione filosofica possa trasformarsi in una pratica relazionale, capace di incidere profondamente sulla vita delle persone.

La sua tesi Un approccio noetico alla relazione d’aiuto: analisi e studio del potenziale umano profondo” costituisce oggi il nucleo teorico del suo metodo di lavoro e della sua visione antropologica. Un testo in cui analisi fenomenologiche, riferimenti alle scienze noetiche e un uso sapiente della filosofia antica si intrecciano con riflessioni personali e con un’esperienza diretta di trasformazione, dando vita a un impianto che si colloca a metà strada tra la ricerca umanistica e la prassi del counseling.

Premessa

«L’uomo proietta la sua essenza fuori di sé (…)

l’opposizione del divino e dell’uomo è un’opposizione illusoria (…)

tutte le caratteristiche dell’essere divino sono caratteristiche dell’essere umano»

(Ludwig Andreas Feuerbach)

La prima volta in cui ho sentito parlare di counseling è stato nel gennaio del 2015.

Mi trovavo a Roma per una visita di piacere ad alcuni amici, che avevo conosciuto cinque anni prima e che, purtroppo, non son più riuscito a incontrare da molto tempo. Ebbene, in tale occasione ho conosciuto un giovane e simpatico seminarista spagnolo, Ruben, con cui ho fatto subito amicizia. Una sera passeggiavamo amabilmente sul Lungo Tevere e io gli raccontavo del Piemonte e di Torino, finché lui si è inserito nel discorso, parlando della sua passione per la filosofia e dell’interesse che gli aveva suscitato la presentazione di un master, istituito anni prima proprio a Torino: il Master in Counseling Filosofico. Devonammettere che in quella precisa occasione non ci siamo soffermati più di tanto sull’argomento: a quell’epoca ero impegnato a studiare una serie di papiri funerari del Museo Egizio e, mea culpa, non avevo il tempo, né tantomeno la volontà, di intraprendere altri filoni di studio. Tuttavia, l’istituzione di un percorso che offriva la possibilità di utilizzare la filosofia quale strumento per aiutare gli altri mi aveva molto affascinato, e dunque avevo archiviato l’informazione nel “cassetto” delle cose che è opportuno che io approfondisca. E così è stato.

Il 2019 è stato per me un anno di svolta, durante il quale ho compreso pienamente quanto l’egittologia non fosse per me l’unica strada percorribile nella vita. Tale riflessione era maturata in virtù di una profonda esigenza, che si faceva prepotentemente strada dentro di me: quella di essere d’aiuto agli altri, di portare un contributo, piccolo ma effettivo, al miglioramento della vita altrui, senza rimanere separato in quella torre d’avorio che avevo faticosamente eretto negli anni, torre ricolma di libri e papiri, senza spazio per ospiti, se non pochissimi e scelti con cura. Ho discusso riguardo a ciò con una mia persona di fiducia, che funge per me da amico, fratello maggiore e “consulente emotivo”, e per incanto ha fatto capolino nella mia testa il Master in Counseling Filosofico.

E dunque ho scelto.

Rapporto con l’altro. Aiuto. Due concetti chiave nel counseling. Due concetti per me quasi estranei negli anni passati, quando le uniche cose che mi interessavano, per il mio vissuto e, soprattutto, per i miei numerosi conflitti interiori, erano lo studio, la lettura e il lavoro. Nel 2014 sono stato colpito da quella che si può definire crisi esistenziale – ho fatto coming out –, che ha messo in luce tutta l’inautenticità della mia vita, e da quel momento ho sconquassato la mia esistenza, mettendo in moto un processo di guarigione e modifica della mia visione delle cose, della mia visione del mondo. Il processo è stato lungo, ed è tuttora in essere, ma mi ha permesso di compiere passi importanti, uno dei quali è stato sicuramente la scelta di iscrivermi al Master in Counseling Filosofico.

Il primo incontro è stato con le prime parole del professor Berra, durante la presentazione del master il 25 ottobre 2019: “Il counseling è una relazione d’aiuto”. Che impatto. […]

Molto significativa è stata anche la prima domanda che il professor Berra ci ha posto durante la prima lezione: “Cos’è per voi il counseling?”. In tale occasione ho alzato, sorprendentemente, la mano (io ho sempre fatto fatica a esprimere la mia opinione in un contesto di gruppo, di classe, con estranei), e ho risposto: “Un modo di far comprendere all’altro il fatto di avere tutte le risorse per risolvere un problema, e aiutarlo a farle emergere”. Non conoscevo Carl Rogers e certo mi ha fatto piacere l’aver colto uno dei punti chiave del counseling:

il counselor non impartisce al suo cliente una lezione, non ordina un rimedio come un medico, ma “riconosce nel cliente le potenzialità necessarie per risolvere i propri problemi…facilita nel soggetto il processo di decisione responsabile”.

Il counselor è dunque uno strumento di facilitazione per il cliente, e ha lo scopo di renderlo autonomo e consapevole nei suoi processi decisionali, nonché nella risoluzione dei suoi problemi. Se vogliamo spingerci un po’ più in là, il counselor ha lo scopo di rendere l’altro un vero e proprio “maestro di se stesso”.

Sin dalle prime pagine si percepisce la natura autobiografica del percorso. L’autore ricorda come il counseling sia entrato nella sua vita quasi per caso, ma in un momento cruciale: «Il primo incontro è stato con le parole del professor Berra: “Il counseling è una relazione d’aiuto”. Che impatto» . Una frase semplice, ma capace di incrinare la struttura esistenziale di chi — come lui stesso ammette — aveva vissuto a lungo in una sorta di torre d’avorio fatta di studio, lettura e isolamento.

La svolta giunge nel 2019, dopo una profonda crisi personale. Scrive: «Il mio più grande problema è sempre stato quello di esprimere totalmente me stesso […] e di conseguenza di relazionarmi in maniera spontanea con gli altri» .

Questo riconoscimento non ha un tono confessionale, bensì epistemologico: è l’autoanalisi che apre un nuovo modello di comprensione dell’umano, fondato sulla relazione, sull’autenticità e sulla capacità di accogliere la propria vulnerabilità.

È a partire da questa frattura che si sviluppa l’interesse dell’autore per il potenziale umano profondo, un costrutto concettuale elaborato a partire dall’insegnamento del sociologo sociosomata Diego Iracà. Il seminario settennale da lui frequentato diventa il luogo in cui prende forma una nuova ipotesi antropologica: che esistano facoltà umane “profonde”, non comuni, spesso represse e socialmente incompresse, che possono influenzare potentemente il benessere della persona.

Il concetto di profondo viene esplicitato così:

«Determinate facoltà umane, sepolte nell’inconscio, si attivano in condizioni di limite per assicurare la sopravvivenza dell’organismo» .

L’idea non è quella di una mistica dell’eccezionale, bensì un tentativo di riportare nel discorso filosofico e counseloristico una serie di fenomeni che, pur essendo documentati nella storia dell’umanità, sono stati espulsi dal linguaggio dell’ordinario.

L’autore propone una tripartizione dei potenziali profondi:

  • il potenziale T (trascendente),
  • il potenziale S (somatico),
  • il potenziale Ψ (parapsichico),

trattati come intelligenze profonde, in analogia con il modello di Gardner. Non si tratta di categorie metafisiche, ma di funzioni che — se non riconosciute — possono produrre effetti bioenergetici ed emotivi disfunzionali.

«La mancata espressione dei potenziali profondi […] causa una serie di disturbi anche molto gravi»

sostiene l’autore, concentrando la sua analisi soprattutto sulle dinamiche di repressione e sulle conseguenze psicosomatiche.

In particolare, colpisce la descrizione della dinamica tipica dei soggetti dotati di potenziale trascendente: «L’attivazione della facoltà T prevede un picco di produzione energetica e un dispendio delle riserve in circolo nell’organismo […] come in una prova sportiva intensa, ma senza movimento» .

Questo squilibrio può condurre, nel lungo periodo, a fenomeni di esaurimento, dipendenze compensative e perfino processi di frammentazione dell’identità. L’autore sintetizza in modo incisivo:

«La natura non è democratica e la maggioranza non detiene necessariamente la verità»

, a ribadire come la patologia sia spesso il risultato di un sistema culturale che rigetta ciò che non comprende.

È qui che il counseling filosofico entra in gioco. La tesi di Bottigliengo non propone un’interpretazione terapeutica dei potenziali profondi, ma una loro interpretazione filosofico-esistenziale, in linea con il metodo fenomenologico e con l’etica del dialogo. Due concetti emergono come cardini della relazione d’aiuto: accettare e comprendere.

«Accettare significa accogliere la realtà soggettiva e oggettiva così com’è, senza cambiarla. Comprendere significa coglierne l’impronta profonda, le motivazioni che la guidano»

La scelta di inserire tali concetti nel dispositivo del counseling deriva da una precisa intenzione: ridare diritto di cittadinanza alle dimensioni profonde dell’esperienza umana, senza mitizzarle né ridurle a sintomo.

L’autore ricorda, ad esempio, quanto spesso i bambini siano i primi a vivere esperienze che non sanno come comunicare:

«Chissà quanti bambini, nel timore di essere sgridati, hanno iniziato a nascondere le loro facoltà profonde fin da piccoli» .

Il ruolo del counselor diventa allora quello di un facilitatore che aiuta a riapprendere l’attitudine candida all’esperienza, che l’adulto ha perso per ragioni adattive.

L’esercizio del dubbio per combattere le stereotipie

«L’atto filosofico genuino sta nello scoprire un problema in ogni soluzione» Nicolás Gómez Dávila

Il punto di partenza da cui procedere all’interno di questo mondo anomalo, insolito, affinché non si corra il rischio di cadere nella trappola del pregiudizio, è certamente l’atteggiamento filosofico, quella predisposizione di continua apertura, aspirazione alla saggezza e umile consapevolezza del fatto che il processo di conoscenza non si concluda mai. Chi si dispone a esso rischia di attraversare dubbi, anche dolorosi, tuttavia non demorde, poiché sa quanto sia pericoloso e fuorviante sopravvivere in una ingannevole e duratura certezza; le sue conquiste sono infatti circoscritte ai limiti del pensiero umano e dunque sono parziali, soggette a confutazione e risoluzione. Del resto, già Cartesio ci insegnava quanto dubitare fosse un atto di coraggio: il dubbio, è vero, dissolve le certezze acquisite, ma permette un’esperienza di libertà, perché si poggia su ciò che è realmente indubitabile, il pensiero autocosciente.

Il counselor di conseguenza non propone un modello di vita preconfezionato, ma esorta il consultante a plasmare il proprio, nella sua unicità e irripetibilità. Invita a gettare uno sguardo neutrale al passato, al presente e al futuro, affinché ci si possa realizzare nella loro integrazione. Ciò che gli interessa è problematizzare, porre domande, far emergere riflessioni e rifuggire da tutto ciò che è precostituito, dalla precomprensione e dal dogmatismo, senza pretendere di ricondurre l’unicità dell’individuo a schemi interpretativi e protocolli predeterminati, fine ultimo invece delle scienze positiviste. Comprendere, dunque, non capire e spiegare.

È necessario, pertanto, procedere all’interno di una cornice fenomenologica, nella quale ci si tiene fin dal principio lontani dal pregiudizio, per non trarre conclusioni in assenza di un numero sufficiente di informazioni, sorretti dalla postura dell’epochè, la “sospensione del giudizio”. La fenomenologia ha, infatti, tale proposito: descrivere e chiarificare con rigore il modo attraverso il quale i fenomeni si mostrano alla coscienza, nonché il loro senso originario in relazione al soggetto cosciente. E tale “rigore” ha il suo fondamento proprio nel concetto di epochè, termine coniato dallo scetticismo, che ha fatto del dubbio il cuore dell’atteggiamento filosofico, attraverso la “…critica e la negazione di ogni dottrina determinata, in un’indagine che metta in luce l’inconsistenza d’ogni atteggiamento teoretico-pratico, li riconosca tutti egualmente fallaci e si astenga dall’accettarne alcuno”.

Gli scettici intendevano la vita come esercizio del dubbio radicale, ritenendo che tutto fosse degno di essere messo in discussione giacché derivante dai sensi, che mutano e ci offrono rappresentazioni spesso contrastanti a distanza di tempo rispetto allo stesso oggetto. Avevano, dunque, colto la natura relativa e transeunte di ciò che è definito “verità”, evidenziandone l’inafferrabilità o il carattere transitorio dei modi di descriverla.

Del resto noi guardiamo la realtà che ci circonda attraverso le lenti limitanti della nostra “visione del mondo”, la quale può rivelarsi talvolta ingannevole e trasformarsi in una prigione; e quindi, con l’esercizio del dubbio abbiamo l’opportunità di setacciare le nostre convinzioni, separando le pagliuzze d’oro della nostra autenticità dai sassi delle verità precostituite e dei pensieri altrui, mai messi al vaglio. Questi ultimi sono gli “idoli” da cui Francesco Bacone ci mette in guardia, le “anticipazioni”, i falsi concetti che si manifestano in pregiudizi, stereotipi, cliché, da cui la nostra visione è opportuno che sia bonificata.

A questi falsi concetti Husserl contrappone l’atteggiamento riflessivo della fenomenologia, che ha come fine quello di indagare l’esperienza della realtà: come si rapporta un individuo alle cose del mondo? Occorre dunque passare dal “che cosa” al “come”:

“Si tratta di interrompere la nostra naturale propensione ad accettare ciò che si mostra come ovvio, e in particolare si tratta di sospendere la nostra spontanea adesione al mondo «naturale». L’epochè è in primo luogo un atteggiamento anti-naturalistico. Che cosa intende Husserl per «naturalismo»? Il naturalismo è un insieme di convinzioni, implicite ed esplicite, che in parte sono spontanee ma in parte rivestono i panni di una vera e propria teorizzazione; in sintesi l’atteggiamento naturalistico: presenta come ovvio il rapporto fra soggetto e oggetto, configura l’oggetto come assolutamente indipendente dal soggetto, interpreta l’attività conoscitiva del soggetto come semplice adeguamento ad un mondo dato, mera registrazione dei dati «oggettivi» dell’esperienza”.

Ed ecco che l’epochè si dimostra il procedimento principe attraverso il quale avviene la conoscenza; grazie ad essa ogni cosa è sospesa e “posta tra parentesi”, liberata dalla preoccupazione di servirsi di essa e permettendo in tal modo una visione (“contemplazione”) disinteressata. Da questo punto inizia l’autentica riflessione filosofica.

Di pari passo svolge un ruolo fondamentale anche l’altro pilastro su cui si poggia il counselor: l’ascolto empatico, la capacità che trascende la parola e offre la possibilità di condividere e comprendere le emozioni di chi ci sta di fronte; è un comportamento consapevole e assertivo, fondamentale nel creare fiducia in un determinato contesto relazionale, poiché consente di immedesimarsi con il proprio interlocutore, partecipando dei suoi pensieri e dei suoi sentimenti. E così, lo scambio dinamico che intercorre tra noi e l’altro ci permette anche di conoscere meglio noi stessi, perché le sue esperienze ci risuonano interiormente e fanno rielaborare i nostri vissuti con occhi nuovi, fornendo una preziosa occasione di proseguire nella consapevolezza di sé.

Tali considerazioni ci conducono nella filosofia contemporanea, arrivando sino alla teoria della struttura delle rivoluzioni scientifiche del filosofo Thomas Kuhn (1922-1996), il quale afferma che le teorie scientifiche altro non sono che paradigmi che valgono in relazione al tempo storico che li ha prodotti; pertanto, ogni teoria è soggetta a crisi quando cambiano i presupposti sociali, culturali, politici e antropologici che le hanno dato origine, lasciando così spazio all’emersione di un nuovo paradigma. Di conseguenza i paradigmi si rivelano macro-visioni del mondo, entro cui ci si muove senza consapevolezza e seguendo modelli di “normalità” predeterminati.

Il concetto di “normalità” è però, per sua stessa natura, di tipo comparativo e tende a indicare una certa frequenza di tipo statistico oppure, in una prospettiva socio-culturale, qualcosa di consueto e abituale. E così, coerentemente, il rischio che una semplice frequenza statistica si traduca in una normatività sociale è molto forte, tant’è vero che il filosofo e storico della scienza Georges Canguilhem (1904-1995) asseriva

“Un tratto umano non è normale in quanto frequente, ma frequente in quanto normale, vale a dire normativo in un genere di vita dato”. Da un punto di vista psicologico non si può parlare in termini generali di normalità, poiché essa, a tutti gli effetti, è un costrutto sociale che ingloba caratteristiche ritenute adeguate in una determinata società e che servono all’autoregolazione dei suoi componenti. Non essendo, quindi, una peculiarità intrinseca di un individuo, anche il suo esatto opposto, la “anormalità”,

è soltanto un’etichetta prodotta dalla società stessa. Di conseguenza, focalizzarsi su termini come “normale” o “anormale” porta a scivolare in pregiudizi e stereotipi.

La “normalità” non è, pertanto, un concetto neutro ma, al contrario, reca con sé una gerarchia di potere e un giudizio di valore, condizionando la vita di un soggetto sotto tutti gli aspetti e facendo adottare criteri di appartenenza dal sapore discriminatorio, giacché univoci. “Quelli che vedono i fantasmi sono pazzi da rinchiudere in manicomio”. Quante volte questa frase, in maniera arrogantemente e presuntuosamente sbrigativa, è stata pronunciata, senza che ci si fosse fermati neppure per un istante al pensiero che, a tutti gli effetti, quel fantasma fosse realmente presente nel vissuto personale di chi lo aveva visto. I criteri di definizione sono escludenti e comportano la costruzione di barriere, che impediscono lo sviluppo di un senso di appartenenza sociale e collettivo in una società che definisce i limiti di ciò che opportuno accettare oppure no.

La famosissima saga di Harry Potter ci può venire in aiuto a riguardo del concetto di normalità e incontro con l’alterità: “L’interesse per una saga come quella di Harry Potter può essere molteplice. Uno degli elementi è quello collegato alla domanda e cioè il fatto che la natura del romanzo di Harry Potter lo rende sui generis, tenta di mostrare il contrasto con una supposta «normalità» per codificare come spazio quello dettato da alcune regole, comportamenti morali e politici, in opposizione ad uno spazio altro che invece viene a mostrare il limite del precedente, quello della «normalità», e lo rivalorizza. Il mondo dei Babbani è un mondo che si vorrebbe presentare come l’unico possibile ma questa normalità in realtà viene vissuta come una sorta di prigione; ecco che la scoperta del mondo magico è la scoperta di un’altra via per un altro mondo possibile. Si realizza in questo senso il passaggio tra i vari mondi, passaggi che permettono ai soggetti di trovare un mondo in cui possano aumentare le proprie potenzialità dell’esistenza. Dall’altro lato è interessante il fatto che lo spazio del mondo sia una sorta di multiverso che mette in discussione non solo il paradigma della normalità ma anche il paradigma della razionalità come l’unica chiave per interpretare il mondo; è ovvio che se il mondo è uno ed è retto da quelle leggi sarà uno strumento privilegiato, ma nel momento in cui si mostra che quel mondo è solo una nicchia accanto ad altre, ebbene allora dovremmo utilizzare altri strumenti”

La messa in discussione del paradigma della normalità è essa stessa presente nel rapporto tra il mago Harry e gli zii “babbani”, percepito come minaccioso da entrambe le parti: “Tutto questo ci fa rivedere la dimensione della soggettività e ci fa riscoprire un altro tipo di etica”, così come la relazione con l’alterità non è strettamente limitata al concetto di altro come “nemico” oppure come “ricchezza”. L’altro è un elemento disturbante e provoca danni (emblematico è il rapporto, inizialmente deleterio, tra Harry e il brutto e fastidioso elfo domestico Dobby, così distante da lui per aspetto e temperamento, nonché fonte di notevoli guai per il giovane mago), ma “proprio a partire da questo si deve tessere un rapporto vero di riconoscimento e di amicizia, che non si costruisce sul fatto che l’altro mi dà ricchezza e quindi lo accetto, sarebbe troppo facile! Sarebbe la facile tolleranza per cui io tollero l’altro anche se è diverso esteticamente ma mi arricchisce e non mi crea problemi. L’altro è invece quello che io non riuscirò mai fino in fondo a comprendere, che ha delle regole davvero molto distanti da me e con cui tuttavia devo trovare il metro con cui misurare la giusta distanza”.

E così il counselor “noetico”, con le dovute cautele di non scivolare nel rischio di generalizzazione, dando per scontato che chiunque bussi alla sua porta sia necessariamente portatore di facoltà profonde, avrà il compito di accogliere ogni istanza “anomala” e valutare la possibilità che essa sia la manifestazione di un effettivo potenziale.

Nella parte finale del suo lavoro, Bottigliengo analizza un caso reale, quello di Alessandro, offrendo un raro esempio di applicazione del counseling filosofico in presenza di fenomeni non ordinari. La narrazione è sobria, mai sensazionalistica, e mostra come la relazione possa fungere da spazio protetto in cui il cliente possa nominare ciò che teme, riconoscere ciò che vive e ricomporre il proprio senso di sé. Si percepisce qui la cifra professionale dell’autore: mai invasivo, mai direttivo, ma profondamente attento all’umanità dell’altro.

L’intero percorso del Dr. Bottigliengo sembra condotto da un filo rosso: l’esigenza di ridare spessore alla dimensione interiore, di fondare un’educazione al sentire profondo, di aiutare le persone a riconoscersi nella propria struttura originaria. La sua scrittura, densa e rigorosa, trova nel counseling filosofico non la conclusione di una formazione professionale, ma la sua naturale prosecuzione. In questo senso, il motto che intitola uno dei capitoli della tesi — «Divieni te stesso» — non è un’esortazione astratta, ma un metodo, un orientamento, quasi un voto etico.

Non sorprende, quindi, che il Dr. Bottigliengo sia stato invitato a intervenire al Convegno ISFiPP 2024, dedicato al tema “Noi siamo la nostra memoria”, portando un contributo sulla storia occidentale del concetto di reincarnazione, dalle origini nei culti misterici greci alle letture moderne della teosofia e dell’antroposofia. Per un egittologo, il tema non è estraneo: l’idea di un’anima che attraversa più forme è parte integrante delle tradizioni religiose che egli ha studiato per anni. Ma ciò che colpisce non è il dato storico, bensì il modo in cui questo sapere diventa strumento per comprendere gli orizzonti interiori dell’uomo contemporaneo.

Se è vero, come affermava Feuerbach, che «l’uomo proietta la sua essenza fuori di sé», allora l’opera di Federico Bottigliengo invita a riportare quell’essenza a casa: a reintegrarla, a comprenderla e a farne strumento di cura. La filosofia, nella sua prospettiva, non è un sapere da custodire nei libri, ma un modo di abitare la vita: un modo sensibile, etico, profondamente umano.

Federico Bottigliengo Egittologo counselor Filosofico
Dr. Federico Bottigliengo
Egittologo, filologo, Counselor Filosofico

Il Dr. Bottigliengo ha una formazione accademica in Lettere classiche, con studi approfonditi di egittologia. È specialista dei testi funerari dell’antico Egitto: papiri, testi rituali, stele — con particolare attenzione a testi come l’“Amduat” e le concezioni egizie dell’aldilà.

Dal 2001 opera come didatta museale presso il Museo Egizio di Torino; dal 2009 è consulente della storica società torinese BOLAFFI, contribuendo con competenza filologica e storica al collezionismo e alla conservazione del patrimonio.

Tra le sue pubblicazioni figura la monografia Gli Scritti del Luogo Nascosto. Il Libro dell’Amduat nell’Archivio Storico Bolaffi (AdArte, 2012), che testimonia il suo impegno nello studio e nella valorizzazione dei testi antichi.

Oltre all’impegno accademico e al counseling, Bottigliengo ha svolto un’intensa attività di divulgazione e formazione in ambiti che uniscono storia, ritualità, simbologia e dimensione esoterica.

Un esempio recente è il corso online a cura sua intitolato La Magia dei Geroglifici: “Esorcismi, Necromanzia e Guarigioni nell’Egitto Antico”, promosso dall’associazione La Società dello Zolfo (LSDZ). Il corso propone l’analisi e l’uso simbolico-rituale dei testi egizi in forma di scrittura sacra, offrendo ai partecipanti non solo un approccio storico-linguistico, ma anche una visione “magica” ed esoterica della scrittura come strumento atto a modificare la realtà.

Inoltre, Dr. Bottigliengo partecipa a conferenze e momenti di divulgazione pubblica: sul canale legato a pratiche di magia ed esoterismo, è presente un video intitolato Magia Egizia – su thewitchcraft.it, in cui l’egittologo affronta tematiche inerenti alla magia rituale e alla tradizione egizia.

Grazie al contributo delle diverse componenti del team, la Redazione SSCF & ISFiPP cura le molteplici aree di comunicazione dell’Istituto: scouting e produzione di contenuti editoriali e scientifici, redazione di news e articoli, cura editoriale delle pubblicazioni (Dasein Journal, ISFiPP Edizioni), organizzazione di eventi e convegni, gestione del sito web e dei canali social istituzionali, redazione e pubblicazione di newsletter, supporto alle relazioni istituzionali.

La Redazione si relaziona con tutti i principali stakeholder (studenti, docenti, comunità clinica e di ricerca, territorio) al fine di supportare e potenziare la comunicazione (interna ed esterna) delle iniziative relative a formazione, ricerca e divulgazione del counseling filosofico e dell’analisi esistenziale, della psicofarmacologia e psichiatria.

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