«Il corpo è la nostra prima dimora, ma anche il nostro primo enigma.»
Lo affermava Merleau-Ponty, e ancora oggi questa frase risuona con sorprendente attualità. Viviamo in un’epoca in cui il corpo è iper-esposto — nei social, nella medicina, nella cultura del benessere — eppure mai così estraneo a chi lo abita.
Da psichiatra, mi capita spesso di incontrare persone che non “sentono” più il proprio corpo. Lo osservano, lo giudicano, lo misurano, ma non lo abitano più. È come se qualcosa si fosse interrotto: un dialogo silenzioso, antico, tra il corpo che si è e il corpo che si ha.
La filosofia fenomenologica ci offre parole preziose per comprendere questa frattura. In tedesco, Husserl distingueva tra Körper e Leib: il corpo come oggetto fisico, misurabile, e il corpo vissuto, soggettivo, prereflessivo. Una distinzione tutt’altro che accademica. È, anzi, il punto da cui nasce la possibilità stessa di capire la sofferenza umana nella sua interezza.
Quando questa oscillazione tra corpo-oggetto e corpo-vissuto si interrompe — come accade nella schizofrenia, nell’anoressia o in certi disturbi psicosomatici — l’esperienza corporea si incrina. Il corpo diventa un “altro”, qualcosa che si osserva ma non si sente più come parte di sé.
In queste pagine, proverò a esplorare questa duplice realtà del corpo: oggetto e soggetto, limite e possibilità, materia e vissuto. Lo farò intrecciando filosofia e clinica, perché solo tenendo insieme questi due sguardi possiamo davvero comprendere cosa significhi, oggi, essere corpo.
In questo articolo
La distinzione in lingua tedesca tra Leib e Körper, proposta da Husserl ha costituito un passaggio cruciale nella comprensione fenomenologica del corpo, Se Körper indica il corpo come oggetto fisico e misurabile, inserito nel mondo naturale secondo le coordinate della scienza positiva, Leib si riferisce invece al corpo vissuto, alla dimensione soggettiva e prereflessiva della corporeità. Questa duplice accezione non è solo semantica, ma esprime una tensione ontologica tra la corporeità oggettivata e quella esperita, tra la fatticità anatomica e la soggettività incarnata.
Analogamente, nella letteratura fenomenologica francese, con Merleau-Ponty, si distingue tra corps objet, il corpo come entità osservabile e scientificamente descrivibile, e corps vécu, il corpo nella sua dimensione di esperienza soggettiva, pre-teoretica e relazionale.
Mentre in una condizione psicologica normale ci si può muovere da un posizione di corpo oggetto e corpo vissuto, in psicopatologia si osserva in alcun disturbi, come la schizofrenia e l’anoressia, una perdita di questa possibilità, con un blocco nella posizione di corpo oggetto. Esso risulta come scisso dal soggetto che osserva una parte di sé che non è più sé ma parte autonoma. Questo da origine ad una serie di riflessioni sul significato e sul vissuto del corpo, sul rapporto tra mente e corpo, e sulla comprensione psicopatologica di di alcuni disturbi mentali.
Il corpo come ambivalenza ontologica in Jean-Paul Sartre
Nel pensiero di Sartre, la riflessione sul corpo rappresenta un nodo teorico essenziale nell’ambito della sua fenomenologia della coscienza. Nell’opera L’Être et le Néant (1943), il corpo viene articolato in tre modalità costitutive: il corpo come oggetto (le corps comme chose), il corpo per me (le corps pour moi) e il corpo per l’altro (le corps pour autrui). Tali posizioni corrispondono rispettivamente alla riduzione del corpo a Körper, alla sua esperienza soggettiva come Leib, e alla sua oggettivazione nello sguardo altrui come corps objet alienato.
Il corpo oggettivato (le corps comme chose) rappresenta la dimensione in cui il corpo è trattato come un’entità materiale tra le altre, descrivibile nei termini della scienza empirica. È il corpo localizzabile nello spazio, anatomico, tangibile, sottoposto a leggi fisiche, quindi il Körper per eccellenza. .
Il corpo per me (le corps pour moi) costituisce, al contrario, l’esperienza vissuta del corpo, come potenza, intenzionalità e azione incarnata. Non è un oggetto che si possiede o si guarda, ma è l’espressione stessa della soggettività che si proietta nel mondo. Qui Sartre si avvicina alla concezione del Leib: il corpo non si rappresenta, ma si vive; non è un oggetto di coscienza, ma è la coscienza nella sua incarnazione.
Il corpo per l’altro (le corps pour autrui), infine, introduce la dimensione intersoggettiva: è il corpo come appare allo sguardo altrui, ciò che provoca vergogna, desiderio, giudizio, ed è in questa oggettivazione alienante che il corpo si trasforma in corps objet, in oggetto estraneo a se stesso, sottratto alla propria libertà. Sartre scrive:
«È attraverso lo sguardo dell’altro che io divengo consapevole del mio corpo come oggetto tra gli oggetti» (L’Être et le Néant, 1943, p. 428).
In tale articolazione, il corpo è una struttura ontologica ambigua, sospesa tra la trascendenza del soggetto e l’immanenza del dato, tra l’essere-per-sé e l’essere-in-sé. Il corpo non è mai neutro né interamente disponibile alla coscienza: è sempre anche limite, resistenza, fatto bruto che non può essere oltrepassato. Ma è anche ciò attraverso cui la libertà può esprimersi e realizzarsi.
Maurice Merleau-Ponty e il corpo come condizione ontologica del mondo
Maurice Merleau-Ponty, nella sua Phénoménologie de la perception (1945), radicalizza e insieme riequilibra la riflessione sartreana, ponendo il corpo vissuto (corps vécu), o corps propre, al centro della relazione intenzionale con il mondo. Egli rifiuta ogni separazione tra soggetto e corpo, opponendosi tanto al dualismo cartesiano quanto al riduzionismo fisiologico. Il corpo, per Merleau-Ponty, non è né oggetto né rappresentazione, ma “la nostra condizione per avere un mondo” (1945, p. 203).
Il corps vécu si configura come la dimensione prereflessiva dell’essere-nel-mondo: è ciò attraverso cui vediamo, tocchiamo, sentiamo, abitiamo lo spazio e il tempo. Questo corpo non è un Körper né un corps objet: è il Leib, la carne vivente che non si possiede ma si è. Il corps vécu è, quindi, ciò che ci costituisce ontologicamente come soggetti incarnati.
Nel celebre esempio delle due mani che si toccano, Merleau-Ponty illustra questa coesistenza sensibile, dove il corpo non è un semplice recettore di stimoli, ma il luogo dell’interazione, del sapere tacito, della coscienza incarnata. Egli scrive: «Nel momento in cui tocco con la mano destra la mia mano sinistra, posso percepire quest’ultima come oggetto. Ma se proseguo il movimento, la mano sinistra può divenire a sua volta percepente, e la destra essere percepita. […] In questo gioco si rivela una sorta di chiasma, di reversibilità sensibile, che appartiene alla struttura della carne» (Le visible et l’invisible, 1964, p. 147-148).
Nella maturità filosofica, Merleau-Ponty introduce la nozione di chair (carne). La carne, non è materia né spirito, ma un elemento dell’essere, una “tessitura comune” tra corpo proprio e mondo percepito, tra visibile e vedente. La chair è il punto d’incrocio tra Leib e Körper, tra corps vécu e corps objet, senza che queste dimensioni vengano ridotte l’una all’altra.
In Merleau-Ponty, il corpo è così il fondamento pre-teoretico della percezione, la carne viva del mondo, il luogo in cui si intrecciano soggetto e oggetto, io e l’altro, visibile e invisibile.
Il corpo-oggetto: una realtà autonoma e conoscibile
Concepire il corpo come oggetto non implica negarne la dimensione vissuta, ma riconoscerne la sussistenza autonoma, la sua materialità osservabile e misurabile. In ambito medico, il corpo è innanzitutto un sistema complesso, dotato di una struttura anatomica e di un funzionamento fisiologico che può essere descritto, diagnosticato e trattato indipendentemente dalla coscienza soggettiva del paziente. La medicina contemporanea si basa su tale concezione oggettiva del corpo, senza la quale non sarebbe possibile alcuna pratica clinica basata sull’evidenza.
Nel corpo-oggetto, dunque, si manifesta una forma di intelligenza autonoma, una logica funzionale che obbedisce a leggi biologiche e biochimiche. Il cuore batte, il fegato metabolizza, i reni filtrano, anche in assenza di una coscienza riflessiva che ne sia consapevole. Questo corpo, indipendentemente dalla sua percezione soggettiva, può ammalarsi, degenerare, guarire, e rispondere ai trattamenti in maniera oggettivamente osservabile. In questo senso, la concezione del corpo-oggetto non è un’astrazione, ma una necessità epistemologica e clinica.
La valorizzazione del corpo-oggetto si rivela particolarmente utile all’interno della cornice psicosomatica che ha evidenziato come la mente possa influenzare significativamente i processi fisiologici corporei, attraverso la stretta connessione tra stati emotivi e funzionamento somatico. Tuttavia, tale influenza presuppone, implicitamente, una distinzione tra la sfera mentale e quella corporea: se la mente condiziona il corpo, allora non si può assumere una totale identità tra i due. La mente, in questa prospettiva, è distinta dal corpo e agisce su di esso, talvolta in modo patologico (come nel caso delle somatizzazioni), talvolta in senso terapeutico (come negli effetti placebo o nelle tecniche di suggestione).
Questa distinzione è operativa, non metafisica: non si tratta di ripristinare un dualismo cartesiano rigido, bensì di riconoscere che l’interazione mente-corpo si fonda proprio sulla loro differenza. Solo un sistema che possiede almeno due termini distinti può produrre un’interazione significativa. In questo senso, la mente non si dissolve nel corpo, né il corpo si esaurisce nella soggettività: entrambi conservano una specificità, e proprio questa rende possibile l’efficacia clinica degli approcci psicosomatici.
Valorizzare il corpo come oggetto significa anche riconoscerlo come limite, come resistenza alla volontà e al desiderio. In campo terapeutico, questo si manifesta nei casi in cui l’individuo sperimenta un corpo che non risponde più al comando della coscienza: dolore cronico, paralisi isteriche, disfunzioni vegetative, somatizzzazioni. Qui il corpo si impone come realtà autonoma, come “altro da sé”, che sfugge al controllo soggettivo. L’esperienza del corpo-oggetto, talvolta estraneo, talvolta ostile, diventa così occasione di verità e confronto con la propria vulnerabilità.
In psichiatria, fenomeni come l’anosognosia (l’incapacità di riconoscere un proprio deficit) o la dismorfofobia (la percezione alterata del proprio corpo) mostrano come il vissuto corporeo possa essere gravemente distorto, e che solo il riferimento a un corpo oggettivo consente una diagnosi corretta e una presa in carico efficace. Anche nei disturbi alimentari, ad esempio, l’esame clinico del corpo (peso, massa muscolare, parametri vitali) costituisce un riferimento imprescindibile, che può smentire o confermare le narrazioni soggettive.
Quindi, sebbene la fenomenologia abbia avuto il merito di restituire al corpo la sua dimensione soggettiva ed esperienziale, una teoria clinicamente utile non può rinunciare al corpo come oggetto. Occorre dunque tenere insieme le due polarità: Leib e Körper, corpo vissuto e corpo biologico, soggetto e oggetto, senza che l’una elimini l’altra. In particolare, la valorizzazione del corpo-oggetto rappresenta una forma di rigore clinico e scientifico, che consente di ancorare il lavoro terapeutico a parametri verificabili e condivisibili, senza scivolare in un relativismo soggettivista.
Allo stesso tempo, riconoscere una mente distinta dal corpo permette di comprendere meglio le dinamiche psicosomatiche, le resistenze alla guarigione, e il potenziale trasformativo del pensiero e delle emozioni sul soma. In ultima analisi, non si tratta di scegliere tra una visione oggettiva o vissuta del corpo, ma di articolare le due prospettive in una sintesi dialettica capace di orientare la riflessione filosofica e la prassi clinica verso una comprensione più completa e operativa dell’essere umano.
Il rapporto mente-corpo
Nella riflessione clinico-filosofica sul rapporto mente-corpo, emerge una tendenza sempre più marcata a superare ogni forma di dualismo rigido, a favore di una concezione unitaria dell’essere umano. Tuttavia, pur riconoscendo la stretta interconnessione e l’influenza reciproca tra i piani psichico e somatico, appare altrettanto legittimo – e clinicamente utile – mantenere una distinzione concettuale tra mente e corpo, intesi non come sostanze separate, ma come diversi livelli di funzionamento dell’organismo umano.
La distinzione mente-corpo non implica necessariamente una visione dualistica in senso cartesiano, bensì può essere intesa come strumento epistemologico e operativo per comprendere le modalità attraverso cui si esprimono, interagiscono e si organizzano i fenomeni della vita umana. La mente rappresenta il livello soggettivo, interiore e simbolico dell’esistenza; il corpo costituisce il livello organico, fisiologico e strutturale. Tali dimensioni sono profondamente interconnesse, ma non sovrapponibili. In modo analogo possiamo considerare il rapporto tra cervello e mente, ove il cervello è la struttura biologica e organica che consente la vita mentale. La mente non è il cervello ma è la sua espressione, così come il cervello non è la mente ma la sua condizione d’essere.
In ambito psicosomatico, tale distinzione si rivela fondamentale per identificare e descrivere dinamiche causali e processi patogenetici specifici. Ad esempio, lo stress emotivo cronico (fenomeno psichico) può determinare iperattivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (fenomeno somatico), con conseguenze rilevanti a livello immunitario, metabolico e cardiovascolare. Allo stesso modo, una disfunzione endocrina (come l’ipotiroidismo) può indurre alterazioni dell’umore, del tono vitale e della capacità di concentrazione, configurando un quadro psichico secondario a una disfunzione somatica.
Parlare di mente e corpo come entità distinte, pur nella loro inseparabilità ontologica, consente di attribuire a ciascun dominio modelli interpretativi, strumenti diagnostici e strategie terapeutiche adeguate. Si tratta quindi di una distinzione funzionale che riconosce l’esistenza di sistemi regolatori parzialmente autonomi, ma in costante comunicazione. Questo approccio è alla base della medicina psicosomatica moderna, che interpreta le malattie non come espressione di un unico sistema (somatico o psichico), ma come interfacce complesse tra differenti livelli di organizzazione.
In questa prospettiva la mente può essere considerata il livello astratto ed elaborativo, responsabile della percezione, dell’interpretazione e della rielaborazione dell’esperienza corporea. Mentre Il corpo costituisce il livello fisiologico ed espressivo, che registra e manifesta sul piano biologico, l’impatto di eventi psicologici, sociali e relazionali..
In questo senso, mente e corpo sono sistemi interdipendenti che si influenzano reciprocamente, ma che mantengono logiche funzionali distinte.
In ambito psicosomatico, dunque, ha pienamente senso distinguere tra mente e corpo, intesi come diversi livelli dell’organizzazione dell’esperienza e del funzionamento umano, che si manifestano secondo modalità specifiche ma che restano profondamente correlati. Tale distinzione non è una regressione al dualismo classico, ma una scelta metodologica necessaria per comprendere la complessità delle patologie moderne e per promuovere interventi terapeutici mirati, efficaci e integrati.
La sfida della clinica contemporanea non è negare tale distinzione, ma saperla abitare criticamente, tenendo conto tanto delle differenze quanto delle connessioni, in una visione realmente integrata della persona.
La distinzione tra psiche come soggetto e corpo come oggetto consente di comprendere meglio le dinamiche interiori che intervengono anche in condizioni complesse come le psicosi schizofreniche o l’anoressia.
Per approfondire il rapporto tra corpo vissuto, soggettività e pratica professionale si veda Analisi Esistenziale nella pratica professionale. Per la formazione avanzata: Master in Analisi Esistenziale ISFiPP 2027.
Medico specialista in psichiatria, psicoterapeuta e psicoanalista, Fondatore e Direttore della Scuola Superiore in Counseling Filosofico e del Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia e Psichiatria.
Ha iniziato ad occuparsi di psicoterapia esistenziale e dei rapporti tra psichiatria e filosofia alla fine degli anni 80, subito dopo la laurea in medicina e chirurgia.
Nel 1998 ha fondato la Scuola Italiana di Psicoterapia Esistenziale (SIPE) e nel 2007 l’Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia, Psichiatria (ISFIPP) di cui è attualmente direttore.
Ha studiato e si è perfezionato a Zurigo, Ginevra, Parigi, New York, Boston, Los Angeles.
È autore di una ventina di libri e di un centinaio di articoli su riviste nazionali ed internazionali nel campo della psichiatria, della psicologia e della filosofia.








