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Perfect Days di Wim Wenders: la saggezza silenziosa del quotidiano

Indice dell’articoloUna forma di vitaIl komorebi: la luce che filtra tra gli alberiLa dignità dei gesti sempliciL’assenza come forma di rivelazioneUn’ecologia dell’animaUn film che cambia lo sguardoApprofondisciMaster in Counseling FilosoficoMaster in Analisi EsistenzialeUno sguardo esistenziale sulla bellezza dell’ordinario, tra gesto, tempo e autenticità Nel film Perfect Days, Wim Wenders racconta con grazia e profondità una…

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Perfect Days di Wim Wenders: la saggezza silenziosa del quotidiano

Uno sguardo esistenziale sulla bellezza dell’ordinario, tra gesto, tempo e autenticità

Nel film Perfect Days, Wim Wenders racconta con grazia e profondità una storia apparentemente semplice, ma capace di aprire squarci intensi sull’essere, sul tempo, sulla felicità e sul senso della vita. Il protagonista, Hirayama, pulisce i bagni pubblici di Tokyo. Ogni giorno. Ogni gesto. Con ordine, cura e una dedizione che disarma.

Il titolo dell’opera si ispira alla canzone Perfect Day di Lou Reed, che compare come motivo musicale ricorrente. Ma non è solo un omaggio estetico: quel “giorno perfetto” che Lou Reed canta – malinconico e sereno, venato da un’ambiguità sottile – diventa la chiave interpretativa dell’intero film. In particolare, il verso finale

«You’re going to reap just what you sow» (“Raccoglierai ciò che hai seminato”)

si fa risonanza profonda del messaggio esistenziale che attraversa l’opera.

I giorni di Hirayama appaiono identici: si sveglia sempre alla stessa ora, si lava, prepara la colazione, prende il furgoncino e si reca al lavoro. Nel frattempo ascolta cassette analogiche, legge romanzi, fotografa il cielo o i giochi di luce filtrati dagli alberi. Vive solo. E non sembra voler altro.

Ma è proprio in questa ripetizione – che altrove sarebbe sinonimo di alienazione – che si rivela un senso possibile, una perfezione invisibile. Il film trasforma la quotidianità in rito, l’ordine in poesia, la ripetizione in gesto meditativo. La giornata di Hirayama non è priva di eventi, ma è ciò che accade dentro lo spazio vuoto tra un’azione e l’altra a far emergere la potenza del film. È in quell’intervallo che si apre l’esperienza del senso.

Una forma di vita

Hirayama non ha ambizioni sociali, non ha una carriera da costruire, né relazioni affettive evidenti. Ma ha qualcosa che pochi sembrano phù possedere: una forma di vita. È coerente. Essenziale. Pacificato.

Come ho scritto nel mio libro di prossima uscita Analisi Esistenziale. Teoria, Pratica e Clinica di un approccio filosofico ai problemi della vita (ISFiPP Edizioni, 2025):

«L’esistenza viene spesso vissuta in modo superficiale e casuale, condotta da norme sociali e culturali che accettiamo senza esitazione. […] Ma quasi sempre accade che, ad un certo punto, questa esistenza richieda di essere osservata, analizzata, scuotendoci da un torpore pigro, da un vivere senza domande».

Il film di Wenders si inscrive esattamente in questo gesto: fermarsi, osservare, ascoltare il silenzio tra le parole, tra i giorni. In Perfect Days, infatti, il tempo non è solo ciò che passa, ma ciò che si abita. Hirayama sembra incarnare una relazione con il tempo che non è quella lineare, ansiosa, orientata al risultato a cui siamo abituati nella nostra civiltà della performance. Il suo tempo è circolare, lento, contemplativo. È il tempo dell’anima, non dell’orologio.

Il komorebi: la luce che filtra tra gli alberi

Un elemento ricorrente e simbolicamente denso nel film è il komorebi – parola giapponese intraducibile, che indica la luce del sole che attraversa le foglie degli alberi. Hirayama la cerca, la osserva, la fotografa. In silenzio. Non la possiede, non la racconta, non la posta sui social. Semplicemente ne gode. La sua attenzione al komorebi non è estetismo, ma filosofia incarnata: è il gesto di chi riconosce la bellezza effimera e vi si inchina, senza volerla catturare.

Nella cultura nipponica il komorebi richiama una dimensione spirituale e naturalistica insieme, in cui l’uomo è parte del paesaggio e non suo dominatore. Questo aspetto si integra perfettamente con la postura del protagonista, che rifiuta ogni protagonismo per abbracciare la sobrietà, l’ascolto, l’armonizzazione.

In termini di analisi esistenziale, potremmo dire che Hirayama incarna una modalità di essere-nel-mondo autentica, una presenza piena, consapevole della finitezza e capace di gratitudine. Come scrivo nel capitolo introduttivo del mio libro:

«L’analisi dell’esistenza si fa necessaria quando la vita richiede di essere osservata, quando un evento ci strappa dalla monotonia e ci costringe a confrontarci con il senso. […] Dobbiamo sviluppare un atteggiamento che dia una luce diversa alle cose della vita».

La dignità dei gesti semplici

Nel mondo di Hirayama non esiste l’idea di “tempo perso”. Ogni azione è compiuta con cura, che sia raccogliere una cartaccia, pulire uno specchio, ascoltare The House of the Rising Sun o osservare una foglia che cade. È proprio in questa cura che si dischiude la dignità silenziosa del suo lavoro. Wenders ci costringe a riconsiderare il concetto stesso di “lavoro umile”, ribaltando i parametri sociali con cui misuriamo il valore di una persona.

Hirayama non ha bisogno di dire nulla. Comunica tutto con la postura, con la lentezza, con la scelta di ogni singolo gesto. Come ho scritto nel mio capitolo L’analista come alchimista, la trasformazione non passa dalle parole, ma dalla qualità della presenza:

«Lo strumento terapeutico fondamentale è l’analista stesso, la sua capacità relazionale nel creare un terreno empatico favorevole. Non sono tanto titoli o tecniche a fare la differenza, ma la maturazione interiore e la capacità di abitare il momento».

Hirayama, pur non essendo un analista, vive nella stessa prospettiva. È un uomo che ha smesso di volere, e ha iniziato a essere. Ogni gesto, ogni scelta, è come un atto meditativo. Non reagisce, non rincorre. Vive. E questo vivere diventa un insegnamento tacito, una testimonianza che scavalca le parole.

L’assenza come forma di rivelazione

Nel film non c’è una trama nel senso classico. Non ci sono conflitti drammatici o colpi di scena. Ma ogni incontro – con la nipote adolescente, con la sorella che lo visita, con il collega più giovane – è occasione per svelare qualcosa. Wenders lavora sull’assenza: assenza di dialoghi, di spiegazioni, di psicologismi. E proprio in questa sottrazione emerge una verità più profonda.

Hirayama è un personaggio che ha scelto la propria solitudine, non come fuga, ma come spazio di coerenza. Non è un reietto, ma un resistente. Non ha bisogno di “guarire”, né di essere salvato. È intero. È sobrio. È vero.

Come scrivo nel mio capitolo Autenticità e inautenticità, l’autenticità non è un obiettivo da raggiungere, ma una modalità di vivere:

«L’esistenza autentica non coincide con l’assenza di problemi, ma con la capacità di affrontarli con coerenza, allineando il proprio sentire, il proprio pensiero e il proprio agire. […] L’essere autentico è colui che non recita, ma si espone con semplicità al flusso dell’esistenza».

Un’ecologia dell’anima

In un’epoca caratterizzata da sovraesposizione, consumismo e velocità, Perfect Days è un atto politico. Una rivoluzione silenziosa. Hirayama ci mostra che è possibile condurre una vita pienamente umana anche ai margini, anche senza riconoscimenti, anche senza visibilità. È una forma di ecologia dell’anima: rallentare, semplificare, ascoltare.

Il suo sguardo non è vuoto, ma raccolto. La sua routine non è alienazione, ma centratura. Il suo tempo non è perso, è redento.

Nel mio libro, nel capitolo sul progetto esistenziale, affermo:

«Il progetto esistenziale non è un piano strategico. È una forma di coerenza interna tra ciò che siamo e ciò che facciamo. […] Non si tratta di fare carriera o raggiungere traguardi, ma di vivere in accordo con la propria essenza».

Hirayama ha scelto il proprio progetto esistenziale. Lo abita. Lo custodisce. E senza mai proclamarlo, ce lo mostra.

Un film che cambia lo sguardo

Perfect Days non è un film su “qualcuno”, ma un film su “qualcosa”: sul senso del vivere, sul valore del gesto, sul rapporto con il tempo e con la bellezza. Non è un’opera che racconta, ma che accompagna. Come una guida silenziosa, ci prende per mano e ci invita a riconsiderare ogni dettaglio che avevamo dimenticato.

Come ho scritto nelle pagine finali del libro:

«Svelare l’esistenza, sia in senso personale che in senso generale, indagarla, comprenderla in profondità consente di gestirla, rispondere a domande, risolvere problemi. La conoscenza è il momento fondamentale che consente la possibilità di cambiamento».

Ecco, Hirayama non cambia il mondo.

Non predica. Non agisce. Ma cambia – lentamente, profondamente – il nostro modo di guardarlo.

Ci insegna, con i suoi giorni perfetti, che si può essere felici senza clamore, che si può essere umani senza rumore.

Lodovico Berra, Psichiatra, Psicoterapeuta, Psicoanalista, Direttore SSCF & ISFIPP

Medico specialista in psichiatria, psicoterapeuta e psicoanalista, Fondatore e Direttore della Scuola Superiore in Counseling Filosofico e del Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia e Psichiatria.
Ha iniziato ad occuparsi di psicoterapia esistenziale e dei rapporti tra psichiatria e filosofia alla fine degli anni 80, subito dopo la laurea in medicina e chirurgia.
Nel 1998 ha fondato la Scuola Italiana di Psicoterapia Esistenziale (SIPE) e nel 2007 l’Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia, Psichiatria (ISFIPP) di cui è attualmente direttore.
Ha studiato e si è perfezionato a Zurigo, Ginevra, Parigi, New York, Boston, Los Angeles.
È autore di una ventina di libri e di un centinaio di articoli su riviste nazionali ed internazionali nel campo della psichiatria, della psicologia e della filosofia.

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L’autore

Lodovico Berra, Psichiatra, Psicoterapeuta, Psicoanalista, Direttore SSCF & ISFIPP

Medico specialista in psichiatria, psicoterapeuta e psicoanalista, Fondatore e Direttore della Scuola Superiore in Counseling Filosofico e del Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia e Psichiatria.
Ha iniziato ad occuparsi di psicoterapia esistenziale e dei rapporti tra psichiatria e filosofia alla fine degli anni 80, subito dopo la laurea in medicina e chirurgia.
Nel 1998 ha fondato la Scuola Italiana di Psicoterapia Esistenziale (SIPE) e nel 2007 l’Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia, Psichiatria (ISFIPP) di cui è attualmente direttore.
Ha studiato e si è perfezionato a Zurigo, Ginevra, Parigi, New York, Boston, Los Angeles.
È autore di una ventina di libri e di un centinaio di articoli su riviste nazionali ed internazionali nel campo della psichiatria, della psicologia e della filosofia.

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