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Il concetto di normalità

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Il concetto di normalità società

I confini tra normalità e patologia: una riflessione su criteri, variabilità e interpretazioni multidimensionali

Per poter definire i confini della normalità è necessario innanzi tutto definire il campo della patologia. Il che non è per niente semplice e richiede una definizione di criteri che sono sempre deboli e discutibili. I concetti di normalità e patologia rimangono infatti concetti relativi e variabili a seconda del contesto, delle intenzioni, e del punto di vista da cui vengono analizzati.

“La normalità psichica può essere definita come uno stato di benessere, abbastanza costante, sufficientemente resistente a stimoli ambientali negativi, con equilibrio dinamico delle componenti emotive e razionali”.

La norma è comunque un concetto dimensionale, in contrapposizione a quello di categoria, ed implica la necessità di una misurazione che consenta di valutare quantitativamente l’ impatto che un determinato criterio ha sull’ individuo. Il giudizio di normalità e patologia non risponde a criteri del tipo tutto o niente ma ha carattere di continuità.

Questo rende più complessa la valutazione che non può basarsi su un unico criterio ma su una serie di differenti criteri (norma multidimensionale), poiché nessuno di essi, considerato singolarmente, è sufficiente a definire la norma.

Possiamo così riconoscere almeno nove distinti criteri di identificazione della norma psicologica.

1. La norma statistica.

Essa si basa sulla maggiore o minore frequenza di un determinato comportamento nella popolazione. Più frequente è un aspetto psicologico, più esso è normale. E così viceversa.

Questo criterio è facilmente applicabile attraverso parametri precisi e quantificabili, rappresentati da una vasta serie di test e di scale di valutazione, che danno risultati numerici.

Il riferimento matematico utilizzato è quello della curva a campana gaussiana in cui la normalità corrisponde alla porzione intermedia e gli estremi sono considerati patologici. In tal caso la variabilità è concepita solo nel contesto del gruppo e non della singola persona

2. La norma biologica.

Essa è caratterizzata dal normale e corretto funzionamento dei processi biologici cerebrali o periferici sottostanti al pensiero e al comportamento. La presenza di alterazioni biologiche (quali tumori, deficit vascolari, deficit enzimatici, alterazioni ormonali, infezioni,…), contraddistinguono la deviazione dalla norma. Queste possono avere caratteri macroscopici (anomalie della conformazione cerebrale) o microscopici (anomalie ematologiche, liquor, NT, …) e sono documentabili attravero esami neuroradiologici (Rx, Tac, RMN,…) o del sangue e dei liquidi.

3. La norma delle alterazioni di forma e contenuto del pensiero.

L’ adeguatezza della forma e del contenuto del pensiero rappresenta il parametro dirimente in questo criterio. Questo tipo di alterazione è uno degli elementi più importanti dell’ esame obiettivo psichiatrico. Esso viene analizzato nel colloquio e risente comunque della valutazione soggettiva dell’ esaminatore. Sebbene esistano criteri di riferimento, questi sono attendibili nelle alterazioni grossolane e gravi, ma sono più discutibili nelle forme più lievi.

Le alterazioni della forma del pensiero comprendono:

  • a) la fuga e confusione delle idee (mancanza di selezione in rapporto alla situazione),
  • b) la limitazione del campo del pensiero (eccesso di selezione nei confronti della situazione, perseverazione),
  • c) idee prevalenti e ossessive.

Le alterazioni del contenuto del pensiero includono i deliri (errori morbosi di giudizio che non si lasciano rettificare dall’ esperienza né dalla critica).

4. Norma della devianza di condotta sociale.

Il concetto di devianza sociale è stato introdotto da Scheff nel 1960 ed ha avuto molto seguito nella psichiatria e nella psicologia ad orientamento sociale negli anni ’60 e ’70. Questo criterio ha notevole analogia con il criterio della norma statistica; infatti il termine devianza è un termine tecnico appartenente alla statistica. Esso si basa sul rispetto di comportamenti che siano conformi alle norme sociali del gruppo o della comunità di appartenenza (abitudini di lavoro, famiglia, rapporti sociali…).

Mentre pochi problemi possono esserci nelle forme di devianza definite da violazioni legali, più difficile può essere la valutazione di alcuni tipi di comportamento detto stravagante.

L’ originalità dell’ abbigliamento, l’ anticonformismo nelle abitudini, la difficoltà di rispettare norme sociali, ecc. possono rappresentare variazioni “normali” del carattere, oppure essere espressione di quadri patologici, quali disturbi della personalità (es. dist. Antisociale) o fasi prodromiche di psicosi schizofreniche.

5. Norma antropologico-culturale (della cultura d’ appartenenza).

Questo criterio tiene conto della comprensibilità di un comportamento secondo la cultura d’ appartenenza. Comportamenti simili possono essere considerati patologici in alcune culture e normali in altre. La psichiatria transculturale si propone di studiare e considerare le diversità diagnostiche derivanti dall’ ambiente in cui viene osservato un determinato sintomo psicologico.

Esempi sono la varietà delle esperienze sessuali consentite da una certa cultura, le modalità di accudimento della prole (tempi di svezzamento, di nutrimento, di pulizia, la quantità del contatto fisico con la madre, la libertà comportamentale ed espressiva lasciata ai bambini – il bambino iperattivo-, la gestione della sessualità), aspettative di ruolo sessuale maschile e femminile, credenze religiose, magiche o soprannaturali – i comportamenti in stato di trance e gli stati di possessione – stati di trance isterica sono considerati assolutamente normali nei rituali di alcune popolazioni sudamericane ed africane, ma non nella cultura nordeuropea.

6. Norma soggettiva e del vissuto individuale.

Questo criterio risente del grado di sofferenza provata soggettivamente, quindi relativa ad una norma individuale. Il soggetto sente anomalo quel tipo di sofferenza o quel suo determinato vissuto, in relazione al suo abituale modo d’ essere. Possono essere riconosciuti quattro ulteriori componenti che rendono anomalo il vissuto individuale oltre allo

  • a) stato di sofferenza soggettiva;
  • b) la riduzione o perdita della libertà sui propri pensieri;
  • c) l’ alterazione del proprio progetto di esistenza e della capacità di progettare nel futuro;
  • d) l’ alterazione, riduzione o annullamento della volontà.

Il limite di questo criterio è il fatto che non sempre nel paziente psichiatrico è presente una stato di sofferenza, anzi a volte, come nello stato maniacale o nel delirio mistico, è il contrario.

7. Norma dello sviluppo psichico e affettivo.

Questo criterio implica che lo sviluppo psicologico si effettui in “fasi” successive, ciascuna delle quali è caratterizzata da un raggiunto equilibrio tra spinte pulsionali, esigenze di realtà e capacità dell’ Io. Per esempio ci si può riferire al modello psicoanalitico in cui vengono distinte varie fasi dello sviluppo (orale, anale, fallica, edipica) che devono essere adeguatamente superate per il raggiungimento di un valido equilibrio psichico. Il blocco (fissazione) o il ritorno (regressione) ad una fase determina le diverse psicopatologie.

Un criterio del genere risente naturalmente dell’ impostazione teorica presa a riferimento e del contesto psicoanalitico in cui si svolge l’ osservazione.

8. Norma etologica.

Il criterio utilizzato è relativo alla coerenza o meno con alcuni comportamenti di base della specie umana, istintuali (sopravvivenza, alimentazione, sessuali,…) o culturali (sociali, di gruppo,…). Verrebbe quindi considerato anomalo un comportamento non osservato in natura.

Esempi sono: l’ autismo, i doc, alterazioni ritmo sonno-veglia, bulimia, anoressia,…

9. Norma di funzionalità psicosociale e lavorativa.

Il criterio riguarda la capacità di rapportarsi con gli altri e di effettuare un lavoro in modo adeguato alle esigenze sociali.

Il DSM ha introdotto la scala di valutazione globale del funzionamento, Asse V, in cui viene posta una serie numerica di codici, da 0 a 100, a cui corrispondono differenti capacità di funzionamento psicologico, sociale e lavorativo nell’ ambito di un ipotetico continuum salute-malattia mentale.

Sono quindi da considerare una serie di condizioni psichiche con caratteri in grado di turbare radicalmente l’ esistenza e che ci consentono più facilmente di identificare situazioni non normali, e quindi con indicazione alla terapia.:

  1. Il grado di sofferenza soggettiva
  2. Assenza di cause evidenti del sintomo
  3. La grave compromissione delle capacità lavorative e sociali
  4. Il sovvertimento del rapporto con la realtà
  5. Sintomi gravemente inabilitanti
  6. Comportamenti pericolosi

In definitiva, il concetto di “normalità” non è un dato di natura, ma una costruzione sociale – un modello che ha radici in dinamiche storiche e statistiche, e che ha plasmato non solo la medicina e la psichiatria ma anche le nostre relazioni e aspirazioni.

Oggi, nelle più recenti riflessioni – come quelle che abbiamo esplorato in questo articolo – emerge quanto sia urgente rimettere in discussione questo ideale: non per negare la necessità di criteri, ma per restituire valore alla complessità di ciascuna vita.

Ripensare la normalità significa riconoscere che dietro a ogni valutazione c’è un pregiudizio, e dietro a ogni media c’è chi non rientra nei calcoli. Significa smettere di considerare la differenza come devianza e tornare a guardare ogni persona come portatrice di un’unicità irriducibile. Per una società davvero inclusiva, è il momento di superare definizioni rigide e alimentare una narrazione pluralista dell’umano, che valorizzi ogni espressione e garantisca pari dignità e opportunità.

Lodovico Berra, Psichiatra, Psicoterapeuta, Psicoanalista, Direttore SSCF & ISFIPP

Medico specialista in psichiatria, psicoterapeuta e psicoanalista, Fondatore e Direttore della Scuola Superiore in Counseling Filosofico e del Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia e Psichiatria.
Ha iniziato ad occuparsi di psicoterapia esistenziale e dei rapporti tra psichiatria e filosofia alla fine degli anni 80, subito dopo la laurea in medicina e chirurgia.
Nel 1998 ha fondato la Scuola Italiana di Psicoterapia Esistenziale (SIPE) e nel 2007 l’Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia, Psichiatria (ISFIPP) di cui è attualmente direttore.
Ha studiato e si è perfezionato a Zurigo, Ginevra, Parigi, New York, Boston, Los Angeles.
È autore di una ventina di libri e di un centinaio di articoli su riviste nazionali ed internazionali nel campo della psichiatria, della psicologia e della filosofia.