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Il meditare filosoficamente

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Meditazione Filosofica - Meditazione Metafisica

Perché andare oltre le apparenze è una competenza essenziale?

Secondo il World Economic Forum, oltre il 60% delle persone dichiara di sentirsi costantemente distratta e disconnessa dal senso profondo di ciò che fa. Non è solo stanchezza. È qualcosa di più …

Quando parlo di meditazione metafisica, non parlo di evasione. Parlo di precisione. Di uno sguardo che impara ad andare oltre le superfici, senza fuggire dal mondo. Anzi, abitandolo meglio. Questa pratica nasce da una domanda antica e radicale: che cosa stiamo davvero guardando, quando diciamo di conoscere la realtà?

La metafisica, intesa come filosofia prima, non è un esercizio astratto riservato a pochi. È un metodo concreto per riorientare la mente. Un allenamento del pensiero che sospende l’automatismo, riduce il rumore e crea spazio. Spazio per cogliere i principi che strutturano la nostra esperienza quotidiana, spesso invisibili proprio perché troppo familiari.

In questo articolo chiarisco la qualità filosofica della meditazione che proponiamo. Spiego perché “meta-fisico” non significa vago o mistico, ma operativo: un cambio di postura mentale che permette di leggere il lavoro, le relazioni e le decisioni strategiche con maggiore lucidità. Vedremo come la tradizione filosofica — da Platone a Husserl — offre strumenti pratici per affinare la percezione, sospendere i pregiudizi e accedere a un livello più essenziale di comprensione.

Non prometto risposte facili. Prometto però un metodo rigoroso per fare domande migliori. E, oggi, fare domande migliori è forse la competenza più sottovalutata che abbiamo!

È qui ora necessario cercare di specificare meglio la qualità filosofica (metafisica) della forma di meditazione che vogliamo proporre. Come accennato “meta-fisico” è qui da intendersi come qualcosa che cerca di andare oltre alle apparenze del mondo materiale che ci circonda, cercando di cogliere il reale significato della nostra esistenza.

Il termine di metafisica deriva da Aristotele per indicare i libri “successivi a quelli sulla fisica” nell’ordine delle sue opere, ove egli tratta della “filosofia prima”. Questa è considerata dal filosofo greco la scienza teoretica suprema rispetto alle altre due ad essa subordinate, la fisica e la matematica.

La filosofia prima, quindi la metafisica, studia la totalità di ciò che esiste ed ha per campo d’indagine il sovrasensibile.

Il filosofo “primo” deve quindi poter enunciare i principi più fondamentali di tutti, estesi a tutto quanto l’essere e non limitati ad un suo genere particolare.

Possiamo quindi dire che la metafisica equivale al “filosofare”, poiché il filosofo cerca di cogliere ed analizzare quelli che sono i principi primi e fondamentali della nostra esistenza, cercando di trascendere le apparenze del nostro mondo sensibile.

Eraclito sosteneva che per acquisire la conoscenza della realtà come essa è effettivamente, gli uomini devono essere svegliati dallo “stato di sonnambulismo” in cui vivono, condizionati da tutta una serie di pregiudizi che distorcono la loro percezione del mondo. È necessario quindi un mutamento di stato che consenta di dare nuova luce alla realtà che ci circonda.

Platone nella Repubblica afferma che la filosofia è conoscenza al massimo livello, superiore a tutte le scienze. Nelle sue opere ricorre continuamente la metafora dell’elevazione, dell’ascesa, della salita: fare filosofia significa inoltrarsi nelle regioni pure dell’essere, perchè solo chi conosce le regioni ultime delle cose, che per lui è il mondo delle idee, trova il senso delle altre scienze ed è in grado di organizzarle in un sapere unitario.

Egli riconosce che il filosofo è continuamente preso dalla tentazione di dedicarsi interamente ai suoi studi, i quali sono gli unici in grado di trarlo fuori dalla “barbara melma” e di elevarlo alle sublimi sfere dell’essere, come efficacemente descritto nel mito della caverna.

Qui egli descrive l’ascesa della mente da un mondo fatto unicamente di immagini, ombre e riflessi (eikasìa), al mondo delle cose reali, al mondo delle forme e infine all’intuizione del Bene.

Il compito di trascendenza del filosofia è visto da Platone come un processo di “educazione” che viene attuato spostando la mente dalle immagini della realtà, dal mondo sensibile del perpetuo divenire (pistis), al mondo stabile delle realtà intellegibili (dianoia), fino al mondo dei principi primi e delle idee (noesis).

Per Aristotele Dio è beato perchè la sua è un’attività esclusivamente contemplativa.

L’attività umana più affine a questa è il filosofare, e sarà quindi attraverso essa che si può raggiungere la felicità. . Se l’uomo aspira alla felicità, se essa è una sua necessità, allora è opportuno utilizzare i mezzi adatti al suo raggiungimento: la contemplazione e il filosofare che ne deriva.

Come noto, il termine “Filosofia” sta ad indicare l’«amore per la sapienza» e quindi l’aspirazione alla saggezza. Il filosofo non è necessariamente il sapiente, ma colui che, consapevole di non possedere il sapere, lo ricerca.

In questo senso il Filosofo per eccellenza è certamente Socrate, per il quale il “sapere di non sapere” contraddistingue uno stile di ricerca permanente, in cui il processo di conoscenza non si conclude mai.

Il filosofare può essere visto quindi come un metodico esercizio di pensiero, teso al raggiungimento della sapienza. Il saggio cerca di avere costantemente presente il tutto, pensando ed agendo in una prospettiva universale, col sentimento di appartenere ad una totalità che eccede i limiti della sua individualità.

Spesso si dice che il filosofare tende ad operare troppo distante dai problemi del mondo, perdendosi in questioni troppo astratte ed estranee alla vita reale. Questo non sempre è vero ma ispira una riflessione riguardante la necessità di uso più pratico della filosofia.

Come detto, la filosofia, come scienza meta-fisica, si pone oltre le altre scienze e prima di esse. Questa posizione privilegiata la situerebbe però lontana dalle scienze pratiche della vita quotidiana, pur precedendole e fornendogli la base. È luogo comune il fatto che il Filosofo viva “tra le nuvole”, ponendosi problemi eccessivamente teorici e lontani dal mondo. Ma questa presa di distanza è forse indispensabile per una osservazione ed una conoscenza corretta del mondo. La lontananza della metafisica pare distanziare la riflessione filosofica dalla realtà quotidiana, ma in verità ne rimane sempre connessa e dipendente. È difficile immaginare una filosofia che venga privata del mondo e di ogni suo contenuto. Il filosofo ha senza dubbio bisogno di una posizione diversa rispetto ad altri studiosi, una posizione che gli consenta una osservazione privilegiata dei fenomeni del mondo.

Il filosofo nella sua ricerca, interrogandosi, trascende una normale dimensione di pensiero. Egli è così genericamente proteso alla trascendenza, con l’aspirazione al raggiungimento di una visione ed una consapevolezza di quelli che sono i principi primi e della totalità del nostro essere.

Questo è possibile solo se ci si pone in modo diverso di fronte al problema della conoscenza. È possibile indagare e conoscere i principi primi o la totalità del nostro essere solo osservando in un certo modo sotto una certa e particolare luce.

Edmund Husserl trova nella epoché fenomenologica lo strumento fondamentale di indagine filosofica. Egli scrive nelle “Meditazioni Cartesiane”:

«Nella riflessione fenomenologica trascendentale noi lasciamo il terreno empirico, praticando l’epoché universale quanto alla esistenza o alla non esistenza del mondo».

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Per Karl Jaspers l’atto di trascendere è un atto di conoscenza attivo e consapevole che consente di porsi in contatto o in rapporto con una dimensione superiore dell’esistenza, quindi una condizione divina. Quali esseri finiti, noi siamo avvolti in una sfera di apparenze, anche se in noi sta implicita una profondità occulta che diviene sensibile nei momenti sublimi.

Secondo Japers la trascendenza può essere colta nell’esperienza mistica dell’unità in cui viene persa ogni oggettività.

Martin Heidegger (“Essenza del fondamento”,1929) scrive a proposito della trascendenza:

«L’Esserci che trascende non oltrepassa né un ostacolo anteposto al soggetto, in modo tale da costringerlo a restare dapprima in se stesso (immanenza), né un fosso che lo separerebbe dall’oggetto. Da parte loro gli oggetti (gli enti che gli sono presenti) non sono ciò verso cui l’oltrepassamento si attua. Ciò che viene oltrepassato è proprio e unicamente l’ente stesso, cioè qualsiasi ente che possa essere svelato o svelarsi all’Esserci e quindi anche proprio quell’ente che l’esserci è, in quanto, esistendo, è se stesso».

Heidegger pone l’accento, piuttosto che su una sorta di superamento oltre e verso qualcosa, su un modo di porsi nel mondo. Ciò verso cui l’uomo trascende è il mondo stesso e non vi è quindi alcun spostamento o oltrepassamento, bensì un mutamento della capacità percettiva del mondo.

Nel “I problemi fondamentali della fenomenologia” (1927) Heidegger scrive ancora al riguardo:

«L’esserci, in quanto monade, non ha bisogno di finestre per vedere qualcosa al di fuori di sé… solo perchè la monade, l’esserci, nel suo proprio essere (la trascendenza), è già fuori, cioè presso altri enti, e ciò significa sempre presso se stesso… A causa della sua trascendenza originaria sono superflue per l’esserci finestre».

Si evidenzia ancora qui la modalità percettiva della trascendenza, intesa come un diverso emergere dell’uomo e del suo mondo, che vengono conosciuti in un diverso orizzonte di osservazione, non ponendosi al di fuori di esso ma standovi dentro.

estratto dal libro Meditazione Metafisica. Manuale di pratica filosofica” di Lodovico Berra, ISFIPP Edizioni


Video dal Seminario SSCF & ISFIPP: Meditazione: Corpo, Mente, Spirito

Lodovico Berra, Psichiatra, Psicoterapeuta, Psicoanalista, Direttore SSCF & ISFIPP

Medico specialista in psichiatria, psicoterapeuta e psicoanalista, Fondatore e Direttore della Scuola Superiore in Counseling Filosofico e del Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia e Psichiatria.
Ha iniziato ad occuparsi di psicoterapia esistenziale e dei rapporti tra psichiatria e filosofia alla fine degli anni 80, subito dopo la laurea in medicina e chirurgia.
Nel 1998 ha fondato la Scuola Italiana di Psicoterapia Esistenziale (SIPE) e nel 2007 l’Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia, Psichiatria (ISFIPP) di cui è attualmente direttore.
Ha studiato e si è perfezionato a Zurigo, Ginevra, Parigi, New York, Boston, Los Angeles.
È autore di una ventina di libri e di un centinaio di articoli su riviste nazionali ed internazionali nel campo della psichiatria, della psicologia e della filosofia.


L’autore