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Che cosa è davvero reale?

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Che cosa è davvero reale, Lodovico Berra

Concetti, parole e la realtà che costruiamo (e distruggiamo) con la mente

Nel cuore della riflessione filosofica, la domanda «che cosa è realmente reale?» risuona come un invito alla vigilanza interiore, alla consapevolezza critica. Viviamo immersi in un mondo fatto di cose, nomi, emozioni, narrazioni—ma raramente ci fermiamo a considerare se ciò che chiamiamo “realtà” sia veramente ciò che è, o piuttosto ciò che pensiamo, sentiamo, diciamo che sia.

Non si tratta solo di filosofia astratta. E, soprattutto, riguarda le parole.

La realtà come configurazione della mente

Oggi sappiamo, con crescente chiarezza, che tutto ciò che conosciamo esiste nel cervello come configurazione neuronale. Ogni cosa—sia essa una mela, un ricordo, un’idea di giustizia o il dolore per una perdita—è rappresentata nella nostra mente come concetto distinto, con un’etichetta, un nome. Questo significa che tutte le cose che possiamo pensare sono reali—reali, quantomeno, per il soggetto che le pensa, le vive, le nomina.

Ma qui si impone una necessaria precisazione: la realtà soggettiva non coincide sempre con la verità oggettiva. Esiste, infatti, una distanza non trascurabile tra ciò che appare vero nella nostra esperienza interna e ciò che può essere verificato, condiviso, riconosciuto come vero da altri.

Pensare qualcosa, viverla intensamente, attribuirle un nome e un’emozione non la rende automaticamente vera in senso assoluto. La mente umana è potente, ma anche fragile: è soggetta a illusioni, distorsioni cognitive, memorie selettive, desideri e paure. Possiamo costruire nella nostra mente realtà estremamente vivide che, tuttavia, non trovano riscontro né nella logica né nell’esperienza comune.

Ciò che chiamiamo reale per noi può essere frutto di un’elaborazione soggettiva, e in alcuni casi anche di un fraintendimento. Questo non rende il nostro vissuto falso—anzi, è reale nella sua intensità—ma ci impone di distinguere tra il “vero per me” e il “vero in sé”. In altri termini, non tutto ciò che possiamo pensare è automaticamente vero nel mondo condiviso.

La mente è il luogo in cui tutto prende forma—ma non tutto ciò che prende forma nella mente può pretendere la forza della verità assoluta.

Concetti e cose: due volti della stessa realtà

Se i concetti sono le forme mentali delle cose, e le parole sono le loro etichette, allora parlare significa ordinare la realtà. Quando usiamo una parola, richiamiamo un concetto. E quando un concetto è evocato con forza, prende vita, orienta il pensiero, modella l’esperienza.

La distinzione tradizionale tra oggetti concreti e concetti astratti viene così ridiscussa. Dire che i concetti sono cose e le cose sono concetti significa riconsiderare l’intera architettura della nostra conoscenza. Un concetto non è meno reale di un oggetto, e viceversa. L’amico che abbracciamo è reale tanto quanto l’idea di amicizia. Il tempo che segna l’orologio è reale tanto quanto la sensazione che il tempo stia “volando”.

I concetti non hanno bisogno di forma fisica, di contorni visibili o di collocazione spaziale. Possono espandersi, distribuirsi, dissolversi nel tempo e nello spazio mentale, senza perdere consistenza.

Le parole sono etichette

Nel linguaggio, il segno si forma dall’unione tra il significato (il concetto) e il significante (la parola): “ognuno richiama l’altro”. Il nome richiama la cosa, e la cosa richiama il nome. Le parole non sono quindi strumenti neutrali, ma veicoli simbolici che danno forma e stabilità a ciò che pensiamo.

E se le parole sono etichette per i concetti, allora organizzare le parole significa organizzare le cose. Come sostenevano i filosofi del linguaggio Eric Margolis e Stephen Laurence, i concetti sono i “contenuti delle parole”. Usare le parole in un certo ordine equivale a definire relazioni, stabilire priorità, creare strutture di senso. In definitiva, dire è agire, e ogni azione linguistica ha effetti ontologici.

La leggerezza delle parole e il peso della realtà

Le parole non sono sempre fedeli ai concetti che dovrebbero rappresentare. Possono essere imprecise, manipolatorie, riduttive. In una società iperconnessa, in cui la reputazione può essere distrutta da un commento o da un titolo infelice, la leggerezza con cui vengono usate le parole può produrre danni profondi e duraturi.

Concetti, parole e la realtà che costruiamo (e distruggiamo) con la mente
Concetti, parole e la realtà che costruiamo (e distruggiamo) con la mente

Basta una parola—una sola parola sbagliata, pronunciata con disattenzione o malizia—per alterare l’immagine di una persona, per compromettere un’identità, per generare un’etichetta mentale difficile da rimuovere. Se è vero che tutto ciò che nominiamo diventa reale nella mente di qualcuno, allora le parole che non corrispondono a un concetto vero diventano pericolose. Possono creare realtà distorte, condizionare giudizi, perpetuare ingiustizie.

Verità, linguaggio e responsabilità

Non tutte le parole sono verità. Non tutte le etichette sono fedeli. Spesso, ciò che diciamo è il riflesso di modelli mentali automatici, di pregiudizi, di emozioni non elaborate. Se davvero riconosciamo che le parole costruiscono concetti e i concetti sono cose, allora dobbiamo assumerci la responsabilità di ciò che diciamo.

Ogni parola è una scelta. Ogni nome attribuito a una persona, a un’emozione, a un fatto, ha il potere di influenzare non solo il pensiero di chi ascolta, ma anche il vissuto di chi viene nominato. Parlare con consapevolezza significa anche scegliere di non dire, o di dire meglio. La verità non è solo un contenuto: è un impegno etico.

L’etica del nominare

Se è vero che tutto ciò che possiamo pensare è reale per noi, allora dobbiamo anche accettare che non tutto ciò che pensiamo o diciamo è vero per gli altri. La realtà è una costruzione interiore, ma la verità richiede un confronto, una verifica, una coerenza condivisa. In un mondo in cui le parole corrono veloci e spesso senza filtro, riscoprire il valore della parola significa riscoprire il valore dell’altro.

Ogni parola che pronunciamo può essere un atto di cura o un atto di ferita.

E se tutto ciò che diciamo diventa mondo per qualcuno, allora dovremmo imparare a parlare con il rispetto che si riserva a ciò che è fragile, profondo, irripetibile.

Non tutto ciò che possiamo pensare è verità. Ma tutto ciò che diciamo, diventa realtà mentale. Per questo, parlare è sempre anche un atto di coscienza.

Lodovico Berra, Psichiatra, Psicoterapeuta, Psicoanalista, Direttore SSCF & ISFIPP

Medico specialista in psichiatria, psicoterapeuta e psicoanalista, Fondatore e Direttore della Scuola Superiore in Counseling Filosofico e del Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia e Psichiatria.
Ha iniziato ad occuparsi di psicoterapia esistenziale e dei rapporti tra psichiatria e filosofia alla fine degli anni 80, subito dopo la laurea in medicina e chirurgia.
Nel 1998 ha fondato la Scuola Italiana di Psicoterapia Esistenziale (SIPE) e nel 2007 l’Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia, Psichiatria (ISFIPP) di cui è attualmente direttore.
Ha studiato e si è perfezionato a Zurigo, Ginevra, Parigi, New York, Boston, Los Angeles.
È autore di una ventina di libri e di un centinaio di articoli su riviste nazionali ed internazionali nel campo della psichiatria, della psicologia e della filosofia.