Ritratto fotografico di Sigmund Freud, fotografia di Max Halberstadt (1921)

Dostoevskij fu epilettico per tutta la vita adulta, o quantomeno così credeva lui stesso e così credevano i suoi contemporanei: crisi improvvise con perdita di coscienza, spasmi muscolari, una depressione profonda nei giorni successivi. Nel saggio “Dostoevskij e il parricidio” (1927), introduzione einaudiana a I fratelli Karamazov, Sigmund Freud mette in discussione proprio questo dato di fatto apparentemente scontato, e propone una lettura alternativa che ancora oggi resta uno dei casi più citati di diagnosi psicoanalitica retrospettiva applicata a uno scrittore: quella che Freud chiama “isteroepilessia”.

Ritratto fotografico di Sigmund Freud, fotografia di Max Halberstadt (1921)
Sigmund Freud, fotografia di Max Halberstadt — Wikimedia Commons, pubblico dominio

“Morbus sacer”: l’enigma clinico di un secolo

Per comprendere l’argomentazione di Freud bisogna partire dal contesto medico in cui scriveva. All’inizio del Novecento l’epilessia restava, nelle sue parole, l’antico morbus sacer, “la malattia perturbante con i suoi imprevedibili accessi convulsivi apparentemente non provocati, con la sua alterazione del carattere in direzione dell’eccitabilità e dell’aggressività e con la progressiva riduzione di ogni attività mentale.” Un quadro, scrive Freud, che “da qualunque parte lo si consideri, si stinge nell’indefinitezza”: mancava — e in parte manca tuttora nella storia della medicina che Freud descrive — un’unità clinica ben definita. Gli attacchi potevano iniziare “brutalmente, con morsi alla lingua e svuotamento di urina”, fino al pericoloso status epilepticus, oppure limitarsi a “semplici stati transitori di vertigine” o “brevi assenze”; potevano essere provocati da cause fisiche o “derivare in maniera incomprensibile […] da un’influenza esclusivamente psichica (il terrore)”. Le persone colpite mostravano spesso — ma non sempre — un abbassamento del rendimento intellettuale: Freud cita il caso di Hermann von Helmholtz come eccezione nota, un malato in cui il dolore non riusciva a intaccare l’altissimo rendimento intellettuale.

Di fronte a questa varietà di sintomi, la sua ipotesi è che dietro l’apparente unità della “reazione epilettica” si nasconda in realtà “un meccanismo della scarica pulsionale abnorme”, attivabile in situazioni molto diverse tra loro: sia in caso di disturbi dell’attività cerebrale provocati da malattie tossiche o dei tessuti, sia in caso di insufficiente controllo dell’economia psichica in condizioni critiche. Un meccanismo, cioè, che “non può essere estraneo neanche ai processi sessuali”: fin dall’antichità, ricorda Freud, i medici avevano definito il coito “una piccola epilessia”, riconoscendo nell’atto sessuale la stessa logica di attenuazione e scarica.

Epilessia organica contro epilessia “affettiva”

Da questa premessa nasce la distinzione che regge l’intero ragionamento di Freud: quella fra un’epilessia organica e un’epilessia affettiva. Il significato pratico, spiega, “è il seguente: chi è in preda alla prima soffre di una malattia del cervello, chi è in preda alla seconda è un nevrotico. Nel primo caso la vita psichica soggiace a un disturbo a lei estraneo proveniente dall’esterno, nel secondo caso il disturbo è un’espressione della vita psichica stessa.” L’accesso epilettico, precisa Freud, “diventa così un sintomo dell’isteria e ne viene adattato e modificato, analogamente a quanto gli succede col normale deflusso sessuale”: è quindi perfettamente legittimo, dal punto di vista clinico, distinguere un’epilessia organica da un’epilessia affettiva pur restando entrambe, in superficie, manifestazioni simili.

La tesi di Freud è netta: “È estremamente probabile che l’epilessia di Dostoevskij fosse del secondo tipo”, cioè non una malattia del cervello ma un’isteria grave — quella che chiama, con termine tecnico, “isteroepilessia”. Freud stesso però ammette i limiti della propria certezza, e lo fa con un’onestà metodologica rara in un testo così apertamente interpretativo: “una dimostrazione rigorosa non è possibile, perché occorrerebbe essere in grado di inserire nel contesto della sua vita psichica il primo affiorare e le successive fluttuazioni degli attacchi, e ne sappiamo troppo poco per farlo. Le descrizioni degli accessi non ci apprendono niente, le informazioni su rapporti tra accessi ed esperienze vissute sono lacunose e spesso contraddittorie.”

Le prime crisi: gli “accessi simili alla morte”

Il punto di partenza più solido, secondo Freud, è il significato dei primissimi accessi che Dostoevskij patì da ragazzo, “molto tempo prima che affiorasse l’epilessia”: crisi con un significato di morte, “consistevano in stati di sonnolenza letargica ceduti dal terrore della morte”. La malattia si annunciò dapprima in forma di “improvvisa malinconia priva di ragioni”, come lo stesso Dostoevskij raccontò in seguito riferendosi all’amico Solovëv: la sensazione, spiega Freud, “come se dovesse morire subitamente; e in effetti era seguita da uno stato assolutamente simile alla morte vera e propria.” Il fratello Andrej riferì che fin dagli anni giovanili Fëdor aveva l’abitudine, prima di addormentarsi, di lasciare dei biglietti sui quali era scritto che temeva di cadere preda durante la notte a questo sonno simile alla morte, e pregava perciò di non farlo seppellire che dopo cinque giorni.

Per Freud questi accessi “simili alla morte” hanno un significato preciso, che rappresenta il cuore della sua diagnosi: significano “un’identificazione con un morto, con una persona realmente morta oppure ancor viva ma della quale si desidera la morte.” Il secondo caso, aggiunge, è il più significativo: “l’accesso ha in tal caso il valore di una punizione. Si è desiderata la morte di qualcun altro, e adesso si è quest’altro e si è morti a propria volta.” E qui la teoria psicoanalitica avanza l’affermazione decisiva, già al centro del primo capitolo di questa serie sul complesso edipico: “questo ‘altro’ per il ragazzo è di regola il padre, e che l’attacco — definito isterico — è perciò un’autopunizione per il desiderio di morte nei confronti del padre odiato.”

Perché “isteroepilessia”: la sequenza cronologica come indizio

L’argomento più concreto a sostegno della diagnosi di isteria, per Freud, è cronologico. L’ipotesi più probabile, scrive, “è che gli accessi rimontino all’infanzia di Dostoevskij, che si siano manifestati dapprima mediante sintomi meno accentuati, e che abbiano assunto la forma epilettica soltanto dopo la terribile esperienza ch’egli fece a diciotto anni: l’assassinio del padre.” Sarebbe cioè proprio il trauma reale — la morte violenta del padre, realmente ucciso, secondo la tradizione biografica raccolta da Freud, dai propri servi — a trasformare accessi psichici più lievi in vere e proprie crisi convulsive di tipo epilettico. “Sarebbe assai calzante se si accertasse che gli accessi si arrestarono completamente durante il periodo di carcere in Siberia”, osserva Freud, poiché ciò confermerebbe che la punizione già inflitta dall’esterno rendeva superfluo il meccanismo di autopunizione interno — ma ammette subito che “altri dati contraddicono questa ipotesi”, e che le fonti biografiche disponibili (in primis gli studi di René Fülöp-Miller e le testimonianze raccolte da Orest Miller) sono a loro volta incerte e in parte reticenti.

I limiti dichiarati di una diagnosi a distanza

Ciò che rende questo secondo capitolo del saggio di Freud particolarmente interessante non è soltanto la diagnosi in sé, ma la cautela metodologica con cui viene formulata. Freud individua esplicitamente due ragioni per cui “è impossibile raggiungere in proposito una totale sicurezza”: primo, “i dati anamnestici sulla cosiddetta epilessia di Dostoevskij sono lacunosi e non meritano troppa fiducia”; secondo, “l’interpretazione degli stati morbosi connessi con accessi epilettoidi non è stata ancora chiarita” nemmeno sul piano più generale della neurologia del tempo. In altre parole, Freud non pretende di sostituire una diagnosi medica certa con un’altra diagnosi altrettanto certa: costruisce piuttosto un’ipotesi coerente con il resto della sua lettura psicoanalitica del personaggio, esplicitamente subordinata ai limiti delle fonti disponibili quasi cinquant’anni dopo la morte dello scrittore, avvenuta il 9 (21) febbraio 1881.

Questa prudenza non impedisce a Freud di trarre conseguenze biografiche di ampio respiro: se gli accessi infantili erano già, come sostiene, un’autopunizione per il desiderio inconscio di morte del padre, allora l’intera vicenda successiva di Dostoevskij — il rapporto con l’autorità dello zar, la condanna in Siberia accettata quasi come sostitutiva, la sottomissione religiosa finale — può essere letta come la prosecuzione, su un piano diverso, dello stesso conflitto edipico che nell’infanzia si manifestava attraverso il corpo. È un filo che lega direttamente la diagnosi clinica discussa in questo articolo al tema del complesso edipico approfondito nel primo capitolo di questa serie, e a quello, più propriamente letterario, del parricidio nei grandi capolavori della letteratura mondiale — Sofocle, Shakespeare e lo stesso Dostoevskij — che è oggetto del prossimo approfondimento.

Il tema del corpo, dell’angoscia e della loro elaborazione psichica è anche al centro del lavoro clinico del counseling filosofico della SSCF, e degli studi della SICoF sulla materia.

Domande frequenti

Dostoevskij era davvero epilettico?

Secondo la medicina del suo tempo sì, e lui stesso si definiva tale. Freud, tuttavia, ritiene “estremamente probabile” che si trattasse in realtà di isteria grave (isteroepilessia) piuttosto che di una vera malattia organica del cervello, anche se ammette di non poterlo dimostrare in modo rigoroso.

Che cos’è l'”isteroepilessia” di cui parla Freud?

È una forma di isteria i cui sintomi imitano quelli dell’epilessia — perdita di coscienza, convulsioni — ma che, a differenza dell’epilessia organica, avrebbe origine psichica: un disturbo che nasce dalla vita psichica stessa, non da una lesione o disfunzione cerebrale.

Su quali basi Freud costruisce questa diagnosi?

Soprattutto sulla descrizione dei primissimi accessi infantili di Dostoevskij — gli “accessi simili alla morte”, legati a una malinconia senza causa apparente — che Freud interpreta come identificazione punitiva con il padre, il cui carattere epilettico vero e proprio si sarebbe consolidato solo dopo il trauma dell’uccisione del padre, quando Dostoevskij aveva diciotto anni.

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Author Profile
Lodovico Berra, Psichiatra, Psicoterapeuta, Psicoanalista, Direttore SSCF & ISFIPP

Medico specialista in psichiatria, psicoterapeuta e psicoanalista, Fondatore e Direttore della Scuola Superiore in Counseling Filosofico e del Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia e Psichiatria.
Ha iniziato ad occuparsi di psicoterapia esistenziale e dei rapporti tra psichiatria e filosofia alla fine degli anni 80, subito dopo la laurea in medicina e chirurgia.
Nel 1998 ha fondato la Scuola Italiana di Psicoterapia Esistenziale (SIPE) e nel 2007 l’Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia, Psichiatria (ISFIPP) di cui è attualmente direttore.
Ha studiato e si è perfezionato a Zurigo, Ginevra, Parigi, New York, Boston, Los Angeles.
È autore di una ventina di libri e di un centinaio di articoli su riviste nazionali ed internazionali nel campo della psichiatria, della psicologia e della filosofia.

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