Scultura di maschera teatrale tragica greca, periodo ellenistico, Museo Archeologico di Atene

C’è un passaggio, nel saggio “Dostoevskij e il parricidio” (1927), in cui Sigmund Freud allarga lo sguardo dalla biografia dello scrittore russo all’intera storia della letteratura occidentale, e formula una delle sue tesi più citate dagli studiosi di critica letteraria: “Non è certo un caso che tre capolavori della letteratura di tutti i tempi trattino lo stesso tema, il parricidio: alludiamo all’Edipo re di Sofocle, all’Amleto di Shakespeare e ai Fratelli Karamazov di Dostoevskij. In tutte e tre le opere è messo a nudo anche il motivo del misfatto: la rivalità sessuale per la donna.” Per Freud queste tre opere non sono semplicemente accomunate da un tema ricorrente, ma rappresentano tre tappe di un progressivo occultamento dello stesso conflitto inconscio, sempre più velato, sempre più distribuito tra i personaggi, sempre più difficile da riconoscere a uno sguardo superficiale.

Scultura di maschera teatrale tragica greca, periodo ellenistico, Museo Archeologico di Atene
Maschera della tragedia greca, periodo ellenistico — Museo Archeologico Nazionale di Atene. Foto: DerHexer, Wikimedia Commons (CC BY-SA)

Perché proprio il parricidio: un delitto “primordiale”

Prima di arrivare al confronto fra i tre testi, Freud richiama la propria tesi antropologica, già esposta nel 1912-13 in Totem e tabù: “il parricidio è, secondo una nota concezione, il delitto principale e primordiale sia dell’umanità che dell’individuo […] la fonte principale del senso di colpa”. Non sappiamo con certezza, ammette Freud, se sia davvero l’unica fonte del senso di colpa universale, ma la sua centralità nella cultura simbolica dell’umanità gli sembra fuori discussione. È per questo che le grandi opere letterarie tornerebbero, in epoche e forme diverse, sullo stesso nucleo: non per convenzione narrativa, ma perché quel nucleo — il desiderio infantile, rimosso, di eliminare il padre rivale — appartiene a ogni lettore, e ogni capolavoro che lo rimette in scena tocca qualcosa di universale.

Edipo re: la colpa ammessa e interamente scontata

Nel dramma di Sofocle, osserva Freud, la rappresentazione è quella più diretta possibile: “l’autore del crimine è ancora l’eroe in persona.” Ma anche qui, precisa, “l’elaborazione poetica è impossibile senza stendere un velo, senza un’opera di attenuazione”: l’ammissione nuda e cruda dell’intenzione di commettere il parricidio, così come la psicoanalisi la ricostruisce in seduta, “sembra insopportabile senza una preparazione analitica.” Il modo in cui il teatro greco attenua la crudezza del nucleo inconscio è magistrale secondo Freud: il motivo, inconscio nell’eroe, viene proiettato nella realtà scenica come una costrizione del destino a lui del tutto estranea. Edipo commette il delitto involontariamente, senza sapere di uccidere il proprio padre, e apparentemente senza subire l’influenza del desiderio per la donna; eppure di questo nesso, nota Freud, “si tiene conto, in quanto egli può conquistare la madre-regina soltanto dopo aver ripetuto l’azione a spese del mostro che simboleggia il padre” — la Sfinge. Quando la sua colpa viene infine scoperta e resa cosciente, “non si verifica nessun tentativo di allontanarla da sé richiamandosi alla costrizione operata dal destino”: Edipo accetta la colpa come piena, e la punizione — l’accecamento, l’esilio — è altrettanto piena e diretta.

Amleto: l’eroe paralizzato dal proprio senso di colpa

Il caso shakespeariano è, per Freud, “perfettamente corretto dal punto di vista psicologico” ma costruito su una rappresentazione “più indiretta”. Qui non è l’eroe in persona a compiere il parricidio: Amleto deve vendicare l’uccisione del padre commessa da un altro, Claudio, “per la quale il misfatto non significa parricidio”. Bisogna, spiega Freud, “velare il motivo scandaloso della rivalità sessuale per il possesso della donna”: anche il complesso edipico dell’eroe compare solo “in una luce riflessa”, quando si apprende l’effetto che il delitto compiuto da un altro esercita su di lui. Amleto dovrebbe vendicare l’assassinio del padre, e “si trova stranamente incapace di farlo”. Ciò che lo paralizza, secondo Freud, “è il suo senso di colpa”: un senso di colpa che viene trasferito sulla percezione della propria inadeguatezza, in un modo che ricalca da vicino i processi tipici della nevrosi. Secondo diversi indizi, aggiunge Freud, Amleto sente questa colpa come una colpa che travalica l’individuo, tanto da poter dire agli altri, in una battuta che Freud cita esplicitamente: “Trattate ogni uomo secondo il suo merito, e chi sfuggirà alla frusta?”

I fratelli Karamazov: un passo ulteriore, la colpa condivisa da tutti

È nel romanzo di Dostoevskij, per Freud, che questo processo di distanziamento dall’atto compie “un altro passo innanzi”. Anche qui l’assassinio è opera di un altro — non di Dmitrij, l’eroe designato, il fratello maggiore che nutre un odio dichiarato verso il padre Fëdor Pavlovič per la rivalità nell’amore di Grušen’ka — ma di un altro personaggio che ha verso l’ucciso “lo stesso rapporto filiale dell’eroe Dmitrij”: Smerdjakov, il figlio illegittimo, fratello anche lui. In lui, a differenza che in Amleto, “il motivo della rivalità sessuale è ammesso apertamente”. E c’è di più: a questo fratello Dostoevskij attribuisce, “significativamente”, la propria stessa malattia — la sua supposta epilessia, discussa nel secondo articolo di questa serie — “come se volesse confessare: ‘l’epilettico, il nevrotico che è in me è un parricida’.”

Freud si sofferma poi su un dettaglio del processo a Dmitrij: la famosa battuta sarcastica pronunciata durante l’arringa finale, in cui la psicologia viene definita “un’arma a doppio taglio” (libro 12, capitolo 10 del romanzo). È, scrive Freud, “un mascheramento grandioso, perché basta capovolgerlo per scoprire il senso più profondo della concezione di Dostoevskij”: non è la psicologia a meritare la battuta sarcastica, bensì il metodo di accertamento seguito dalla giustizia penale. “È irrilevante sapere chi ha eseguito realmente il delitto, per la psicologia ciò che importa è soltanto sapere chi l’ha voluto nel suo intimo e ha accolto con soddisfazione il misfatto” — e per questo, conclude Freud, “tutti i fratelli [a eccezione di Alëša] sono ugualmente colpevoli: il sensuale impulsivo, il cinico scettico e il criminale epilettico.” Ognuno dei fratelli Karamazov, cioè, porta in sé — chi in forma di odio dichiarato, chi di indifferenza cinica, chi di esecuzione materiale — la stessa colpa inconscia verso il padre.

Come indizio ulteriore di questa lettura, Freud richiama una scena che considera “estremamente indicativa”: quella, nel libro secondo capitolo sesto, in cui lo starec Zosima si prostra davanti a Dmitrij nel corso del loro colloquio. Per Freud questo gesto non può significare disprezzo o condanna: “lo starec ha capito […] che questi reca in sé la predisposizione al parricidio”, e proprio per questo, invece di allontanarlo, “si umilia al suo cospetto” — un atto di ammirazione quasi religiosa verso chi porta apertamente, sulla propria persona, il conflitto che ogni figlio custodisce rimosso.

Una progressione, non una coincidenza

Letti in sequenza, i tre casi disegnano per Freud una vera e propria progressione storica del modo in cui la letteratura riesce a mettere in scena il nucleo del parricidio senza che diventi insopportabile per il pubblico. In Sofocle l’eroe agisce e sconta per intero la colpa, ma protetto dal velo del destino cieco che ignora. In Shakespeare l’atto passa a un altro, e l’eroe designato sprofonda nella paralisi provocata dal proprio senso di colpa inconscio. In Dostoevskij l’atto passa a un altro ancora — un fratello, un doppio — mentre la colpa si distribuisce, con lucidità quasi clinica, su tutti i figli, nessuno escluso salvo il puro Alëša. È una scala che misura, secondo Freud, anche il grado di consapevolezza psicologica raggiunto dai rispettivi autori: Dostoevskij, l’ultimo della serie cronologicamente, è anche quello che si spinge più a fondo nel mostrare come la colpa per il desiderio — non solo per l’atto — riguardi ogni essere umano.

Questa lettura letteraria non esaurisce, per Freud, il significato del romanzo: nelle pagine conclusive del saggio lo psicoanalista si sofferma ancora sul perché Dostoevskij scelga di provare, per i suoi criminali, una simpatia che va ben oltre la compassione — un tema che affronta il quarto e ultimo articolo di questa serie, dedicato al rapporto tra colpa, religione e redenzione nell’opera dello scrittore russo. Il primo articolo di questa serie ricostruisce invece il quadro complessivo del complesso edipico da cui questa lettura prende le mosse.

Un tema come questo, che intreccia letteratura, colpa e desiderio, è anche terreno di lavoro del counseling filosofico praticato dalla SSCF e studiato dalla SICoF.

Domande frequenti

Perché Freud accosta Edipo re, Amleto e I fratelli Karamazov?

Perché vede nelle tre opere lo stesso nucleo inconscio — il parricidio legato alla rivalità sessuale per una donna — rappresentato con un grado crescente di mascheramento: agito direttamente in Sofocle, spostato su un senso di colpa paralizzante in Shakespeare, distribuito tra più personaggi in Dostoevskij.

Chi uccide realmente Fëdor Karamazov, e perché per Freud non è la domanda giusta?

A uccidere materialmente è Smerdjakov, il figlio illegittimo. Ma Freud sostiene che, dal punto di vista psicologico, la colpa riguardi allo stesso modo tutti i fratelli, perché ciascuno ha desiderato la morte del padre: per la psicoanalisi conta chi ha voluto il delitto nel proprio intimo, non solo chi lo ha eseguito.

Che cosa significa la battuta sulla psicologia come “arma a doppio taglio” nel romanzo?

È la battuta pronunciata durante il processo a Dmitrij Karamazov. Freud la legge come un mascheramento ironico del vero bersaglio polemico di Dostoevskij: non l’inaffidabilità della psicologia, ma quella del metodo giudiziario, che si concentra su chi ha materialmente agito invece che su chi ha desiderato l’atto.

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Lodovico Berra, Psichiatra, Psicoterapeuta, Psicoanalista, Direttore SSCF & ISFIPP

Medico specialista in psichiatria, psicoterapeuta e psicoanalista, Fondatore e Direttore della Scuola Superiore in Counseling Filosofico e del Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia e Psichiatria.
Ha iniziato ad occuparsi di psicoterapia esistenziale e dei rapporti tra psichiatria e filosofia alla fine degli anni 80, subito dopo la laurea in medicina e chirurgia.
Nel 1998 ha fondato la Scuola Italiana di Psicoterapia Esistenziale (SIPE) e nel 2007 l’Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia, Psichiatria (ISFIPP) di cui è attualmente direttore.
Ha studiato e si è perfezionato a Zurigo, Ginevra, Parigi, New York, Boston, Los Angeles.
È autore di una ventina di libri e di un centinaio di articoli su riviste nazionali ed internazionali nel campo della psichiatria, della psicologia e della filosofia.

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