Cristo nel deserto, dipinto di Ivan Kramskoj (1872), Galleria Tret'jakov

Nelle pagine finali di “Dostoevskij e il parricidio” (1927), il saggio che Sigmund Freud dedicò allo scrittore russo come introduzione a I fratelli Karamazov, l’analisi si sposta dal singolo romanzo a un tratto che attraversa l’intera opera narrativa di Dostoevskij: la sua sconfinata simpatia per il criminale. È un tratto che Freud considera decisivo, e che collega, chiudendo il cerchio del saggio, alla vicenda religiosa e politica dello scrittore — il suo approdo, negli ultimi anni, a una fede sofferta e a un nazionalismo reazionario che Freud non esita a definire un punto debole della sua grande personalità.

Cristo nel deserto, dipinto di Ivan Kramskoj (1872), Galleria Tret'jakov
Ivan Kramskoj, “Cristo nel deserto” (1872), Galleria Tret’jakov — Wikimedia Commons, pubblico dominio

Il criminale come redentore

“La simpatia di Dostoevskij per il criminale”, scrive Freud, “è in effetti senza limiti, supera assai i confini della compassione alla quale l’infelice ha diritto, ricorda l’orrore sacro con cui l’antichità guardava all’epilettico e al malato di mente.” Il criminale, nei romanzi di Dostoevskij, non è un semplice oggetto di pietà: “è per lui quasi un redentore che ha preso su di sé la colpa che in caso contrario sarebbe toccato agli altri portare. Uccidere non è più necessario dopo che egli ha già compiuto il delitto, ma bisogna essergliene grati, perché altrimenti avremmo dovuto uccidere noi stessi.”

È un passaggio che Freud analizza con la consueta franchezza: questa non è soltanto “sollecita compassione”, è “identificazione fondata sugli stessi impulsi assassini, propriamente parlando un narcisismo appena spostato” — e aggiunge subito una precisazione che vale la pena sottolineare: “non per questo va contestato il valore etico di tale bontà.” Freud ipotizza che questo sia “il meccanismo generale della partecipazione sollecita alla sorte degli altri uomini”, osservabile con particolare chiarezza proprio nel caso estremo di uno scrittore dominato dal senso di colpa come Dostoevskij: chi porta dentro di sé, rimosso, lo stesso impulso del criminale, riconosce in lui un simile, e in quel riconoscimento trova sollievo.

Dal delinquente comune al parricida primordiale

Questa simpatia, osserva Freud, non nasce già compiuta: ha una sua storia interna all’opera di Dostoevskij, quasi un percorso. “Non c’è dubbio che in Dostoevskij questa simpatia da identificazione ha condizionato in maniera decisiva la scelta dell’argomento. Egli però ha ritratto dapprima il delinquente comune (quello che procede per egoismo) e il delinquente politico e religioso, prima di tornare, al termine della sua esistenza, al delinquente primordiale, al parricida, e di farlo depositario della sua confessione poetica.” È una traiettoria che ripercorre l’intera produzione narrativa dello scrittore — dai racconti giovanili fino a Delitto e castigo, I demoni, e infine I fratelli Karamazov — e che culmina proprio nel romanzo affidato, non a caso, alla figura del parricidio: il crimine che per Freud, come sostenuto già in Totem e tabù, resta “il delitto principale e primordiale sia dell’umanità che dell’individuo”.

Tra ribellione e sottomissione: lo zar e Dio

Se sul piano narrativo Dostoevskij riesce a dare voce e dignità quasi religiosa al criminale, sul piano della propria vita il conflitto con l’autorità paterna prende, secondo Freud, una direzione opposta: quella della sottomissione. “In tema di autorità statale”, scrive Freud, “egli approdò alla piena sottomissione allo zar, il Piccolo Padre che nella realtà aveva eseguito una volta con lui la stessa commedia dell’uccisione che le sue crisi epilettiche erano solite rappresentargli tanto spesso.” Freud si riferisce alla condanna a morte del 1849, commutata sul patibolo in quattro anni di lavori forzati in Siberia — l’episodio già discusso, sul piano clinico, nel secondo articolo di questa serie: una condanna che Freud giudica ingiusta — Dostoevskij “doveva saperlo” — ma che lo scrittore accettò dal “Piccolo Padre” come se fosse la punizione meritata “in sostituzione della pena che avevano meritato i suoi peccati contro il padre reale.” Qui, annota Freud, “fu la penitenza ad avere la meglio”, e allo zar restò poca libertà di manovra: “gli rimase più libertà” solo nel campo religioso, dove secondo resoconti ritenuti attendibili “Dostoevskij deve aver oscillato fino all’ultimo istante di vita tra fede e ateismo”.

Anche in questo campo, tuttavia, Freud legge un esito segnato dal medesimo conflitto irrisolto discusso nel primo articolo di questa serie. Ripetendo a livello individuale un’evoluzione già avvenuta nella storia del mondo, Dostoevskij sperò di trovare “nell’ideale di Cristo una via d’uscita e una liberazione dalla colpa, di sfruttare le sue stesse sofferenze per pretendere la parte del Cristo.” Ma se, tutto sommato, non approdò alla libertà e divenne reazionario, ciò fu dovuto, per Freud, al fatto che “la colpa universalmente umana del figlio, sulla quale è costruito il sentimento religioso, aveva raggiunto in lui una forza superindividuale e restò insuperabile perfino alla sua grande intelligenza.” È il punto in cui Freud formula il proprio giudizio più netto e insieme più cauto: “un conservatore prenderebbe le parti del Grande Inquisitore e darebbe di Dostoevskij un giudizio diverso.” Lo psicoanalista ammette apertamente il rischio insito nella propria lettura — “noi ci esponiamo qui al rimprovero di rinunciare all’imparzialità dell’analisi e di sottoporre Dostoevskij a valutazioni giustificate soltanto dal punto di vista partigiano di una determinata concezione del mondo” — e attenua il giudizio dicendo che la decisione di Dostoevskij “sembra determinata dall’inibizione intellettuale conseguente alla sua nevrosi.”

I limiti dichiarati di un’analisi controversa

Questo passaggio finale è, per certi versi, la chiave di lettura più utile per chiunque si avvicini oggi al saggio di Freud: uno psicoanalista che applica i propri strumenti a uno scrittore morto da decenni, e che ammette candidamente dove la propria interpretazione rischia di scivolare dal terreno clinico a quello ideologico. È una cautela che non compare spesso nei testi di psicobiografia successivi a Freud, e che rende “Dostoevskij e il parricidio” un caso di studio interessante non solo per il suo contenuto, ma per il modo in cui affronta — dichiarandoli — i propri limiti metodologici.

Chi era Fëdor Dostoevskij: cenni biografici essenziali

Per collocare l’analisi di Freud nel suo contesto storico, vale la pena ricordare i tratti essenziali della biografia di Dostoevskij. Fëdor Michajlovič Dostoevskij nacque a Mosca il 30 ottobre (11 novembre) 1821; frequentò la Scuola militare d’ingegneria e ne uscì ufficiale del genio nel 1843, lasciando poi il servizio l’anno seguente per dedicarsi alla letteratura. Il romanzo d’esordio, Povera gente (1845), fu accolto con entusiasmo dal grande critico Belinskij e gli procurò una vasta popolarità, mentre i racconti successivi, tra cui Il sosia (1846), sconcertarono pubblico e critica. Nel 1849 fu arrestato come membro del gruppo fourierista che faceva capo a Butaševič-Petraševskij e condannato a morte, pena commutata dinanzi al patibolo in quattro anni di lavori forzati in Siberia.

Tornato in libertà, Dostoevskij ottenne un primo vero successo con le Memorie di una casa di morti (1861-62), dedicate alle proprie esperienze di galera; seguirono, nel giro di pochi anni, i grandi romanzi che segnarono la letteratura russa e mondiale: Delitto e castigo (1866), Il giocatore (1867), L’idiota (1868-69), I demoni (1872-73), L’adolescente (1875) e infine I fratelli Karamazov (1879-80). Ebbe inoltre grande risonanza la sua attività pubblicistica, in particolare il Diario di uno scrittore, pubblicato dapprima come rubrica e poi come rivista autonoma negli anni 1876-77. Dostoevskij morì a San Pietroburgo il 9 (21) febbraio 1881, pochi mesi dopo aver pronunciato, l’8 giugno 1880, il celebre discorso per l’inaugurazione del monumento a Puškin a Mosca.

Una lettura, non l’ultima parola

Il saggio di Freud, pubblicato in Italia per gentile concessione dell’editore Boringhieri di Torino nella traduzione di Silvano Daniele, resta a quasi un secolo di distanza uno dei testi più discussi della psicoanalisi applicata alla letteratura — non perché offra risposte definitive, ma perché mostra con chiarezza esemplare il metodo, i rischi e le ambizioni di questo approccio. Letto insieme agli altri tre capitoli di questa serie — dedicati rispettivamente al complesso edipico, alla diagnosi di isteroepilessia e al confronto fra Edipo, Amleto e i fratelli Karamazov — restituisce un ritratto complesso di uno scrittore che Freud stesso, in fondo, non smette mai di ammirare: “il suo posto viene poco dopo Shakespeare.”

Un tema come quello del rapporto tra colpa, coscienza e libertà attraversa non solo la lettura psicoanalitica della grande letteratura, ma anche la pratica del counseling filosofico, che da oltre vent’anni la SSCF sviluppa in Italia, e a cui la SICoF dedica ricerca e divulgazione.

Domande frequenti

Perché Dostoevskij simpatizzava con i criminali, secondo Freud?

Perché, sostiene Freud, riconosceva in loro lo stesso impulso distruttivo che portava dentro di sé, rimosso: la simpatia per il criminale sarebbe quindi un’identificazione narcisistica, non una semplice forma di compassione.

Che cos’è “Dostoevskij e il parricidio” e dove è stato pubblicato in Italia?

È il saggio Dostojewski und die Vatertötung (1927) di Sigmund Freud, pubblicato in Italia come introduzione a I fratelli Karamazov nell’edizione Giulio Einaudi Editore, con il testo di Freud tradotto da Silvano Daniele per gentile concessione dell’editore Boringhieri di Torino.

Quando è morto Dostoevskij e quali sono i suoi romanzi principali?

Dostoevskij morì il 9 (21) febbraio 1881. I suoi romanzi principali sono Delitto e castigo (1866), L’idiota (1868-69), I demoni (1872-73) e I fratelli Karamazov (1879-80), l’ultimo e più ambizioso, oggetto centrale dell’analisi di Freud.

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Lodovico Berra, Psichiatra, Psicoterapeuta, Psicoanalista, Direttore SSCF & ISFIPP

Medico specialista in psichiatria, psicoterapeuta e psicoanalista, Fondatore e Direttore della Scuola Superiore in Counseling Filosofico e del Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia e Psichiatria.
Ha iniziato ad occuparsi di psicoterapia esistenziale e dei rapporti tra psichiatria e filosofia alla fine degli anni 80, subito dopo la laurea in medicina e chirurgia.
Nel 1998 ha fondato la Scuola Italiana di Psicoterapia Esistenziale (SIPE) e nel 2007 l’Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia, Psichiatria (ISFIPP) di cui è attualmente direttore.
Ha studiato e si è perfezionato a Zurigo, Ginevra, Parigi, New York, Boston, Los Angeles.
È autore di una ventina di libri e di un centinaio di articoli su riviste nazionali ed internazionali nel campo della psichiatria, della psicologia e della filosofia.

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