Il pensiero di Friedrich Nietzsche rappresenta il punto di passaggio tra Otto e Novecento.
Da un lato guarda indietro al secolo che sta terminando e ne dissolve i concetti portanti, le cornici entro le quali sono stati formulati e, infine, le fondamenta stesse. Dall’altro apre strade che verranno percorse da filosofie anche molto diverse tra loro e si presta a innumerevoli interpretazioni.

Sulla scia di Schopenhauer riconduce il pensiero alle sue radici pre-riflessive e lo riavvicina alla vita, da cui sorge e da cui trae alimento.
Nella sua prima grande opera, La nascita della tragedia dallo spirito della musica (1872), ritorna alle origini della filosofia e dell’arte occidentale, alla Grecia dei presocratici e di Eschilo. In questi primi pensatori si realizza una sintesi mirabile tra l’elemento apollineo, razionale, astratto, portatore di ordine e forma, e quello dionisiaco, vitale, pre-razionale, creativo e distruttivo al tempo stesso, anteriore anche al processo di individuazione.
Il pensiero, per essere autentico, non dovrebbe mai abbandonare il terreno da cui nasce e la sua intima vicinanza al divenire incessante della vita, essenzialmente incontrollabile. Si tratta di un’impresa necessaria ma anche sempre precaria. Gli stessi dei olimpici furono in fondo creati proprio per dare all’uomo la possibilità, illusoria, di sfuggire al volto meraviglioso e terribile della vita, a quella sua infinita generatività che comporta anche dolore, morte, distruzione: “Fu per poter vivere che i Greci dovettero, per profondissima necessità, creare questi dèi”. Ma il rischio è che l’apollineo induca l’uomo a dimenticare l’origine e la ragione di queste rappresentazioni, e con ciò perda la radice vitale del dionisiaco e la capacità di gettare “lo sguardo nell’abisso”.
Nel teatro greco la sintesi venne raggiunta, ma poi inesorabilmente persa con Euripide, quando emerse una concezione più razionalistica della vita.
Responsabile di questa perdita è soprattutto l’affermarsi di un pensiero che ricerca la purezza dell’idea e sottolinea la propria estraneità rispetto alla tragicità della vita, al corpo, alla morte. Questo pensiero ha come suoi artefici Socrate e Platone.
La concezione di un’anima che alla morte del corpo abbandona la sua prigione terrena, la teoria che concepisce l’esistenza di un mondo delle idee lontane e indipendenti dalle esperienze sensibili e dalle pulsioni umane, forniscono la cornice entro la quale si muoveranno tutti quei sistemi di pensiero che chiedono all’uomo di sacrificare la propria esistenza di fronte a valori trascendenti che egli stesso, in realtà, ha prodotto.
Il Cristianesimo è, secondo Nietzsche, la massima espressione di questo sacrificio della vita e della sua generatività. Altro non è, in fondo, che un “platonismo popolare”.

Ma questi sistemi di valori sono un frutto “umano, troppo umano”, come recita il titolo di un’opera nietzscheana ( Umano, troppo umano. Un libro per spiriti liberi, 1878-79), per potervi sottomettere la potenza creativa della vita. Costruiamo idoli, rimuoviamo la loro radice umana, e poi ci sottomettiamo ad essi considerandoli eterni, immutabili, trascendenti, soprattutto vincolanti: ma è l’uomo, e solamente l’uomo, il responsabile di ciò che diventerà poi la gabbia che lo imprigionerà.
Tuttavia Nietzsche rileva che la sua epoca ha progressivamente consumato quei valori che avevano dato ordine e senso alla società umana. Si è progressivamente e silenziosamente affermato un nichilismo passivo, si è smarrita la fede in quei valori. Gli uomini li hanno abbandonati, hanno “ucciso Dio”, ma lo hanno ucciso inconsapevolmente, involontariamente. La “morte di Dio” rivela non solo la irreversibile perdita di terreno della religione, di ogni religione, ma anche lo smascheramento di quelle illusorie rappresentazioni che ci avevano sinora rassicurati. Ora non abbiamo più punti di riferimento stabili:
“Che facemmo sciogliendo la terra dal suo sole? Dove va essa, ora? Dove andiamo noi lontano da ogni sole? Non continuiamo a precipitare: e indietro e dai lati, e in avanti? C’è ancora un alto e un basso? Non andiamo forse errando in un infinito nulla?” (La gaia scienza, 1882)

Così annuncia agli uomini il saggio folle, venuto troppo presto perché la sua rivelazione possa venir compresa. La morte di Dio si manifesta nel conformismo delle masse, nella sostituzione degli antichi valori con nuovi che consentono di eludere la consapevolezza dell’assenza di ogni fondamento. La morte di Dio si manifesta, oggi, nel consumismo, nella sostituzione dell’essere con l’avere (come direbbe Fromm), nell’ottundimento di ogni velleità critica, nella mediocrità che diventa norma sociale, nella rinuncia ad accettare i rischi che una vita vissuta fino in fondo comporta.
Non più le grandi verità alle quali i secoli passati ci hanno abituati e di fronte alle quali gli uomini si sono prostrati in adorazione, ma le piccole virtù che fanno dell’uomo moderno “la pulce della terra”, per il quale vale il detto: “Una vogliuzza per il giorno e una vogliuzza per la notte: salva restando la salute” (Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno, 1883-85).
A questa forma di nichilismo, propria dell’“ultimo uomo”, Nietzsche contrappone una forma attiva, consapevole e creativa di nichilismo, di cui sarà portatore invece un uomo nuovo, l’oltreuomo, generatore di una cultura e di una società che ancora devono essere edificate. Ma per compiere quest’opera bisogna prima comprendere l’origine di quei valori che, nel tempo, hanno rivelato tutta la loro debolezza; occorre farne la “genealogia”.
Filosofo pratico, Counselor Filosofico Professionista, Docente di Filosofia e di Filosofia Applicata SSCF & ISFiPP, esperto di Fenomenologia ed Esistenzialismo, autore di numerose pubblicazioni sull’argomento.









