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Un dialogo tra logica, follia e intuizione
Come può la ragione, così ordinata, rigorosa, metodica, confrontarsi con ciò che sembra contraddirla, negarla, talvolta persino umiliarla? In che modo la mente razionale affronta l’irruzione dell’irrazionale — un sogno, un delirio, un gesto inspiegabile, un’intuizione?
La domanda, che sembra solo filosofica, è in realtà profondamente clinica. Ogni psichiatra lo sa: il pensiero razionale dell’uomo non è mai puro, mai autonomo, mai assoluto. Vive sempre al confine. E spesso traballa.
La ragione, nella sua forma più classica, si fonda su concatenazioni lineari. È un nesso necessario tra proposizioni, un filo logico che lega le cose tra loro. Come nel sillogismo aristotelico: Socrate è un uomo; tutti gli uomini sono mortali; dunque Socrate è mortale. Eppure, questo modello, così rassicurante, non basta a esaurire il mondo. Non basta a spiegare perché un uomo colto e razionale possa, in un momento di crisi, abbracciare il fanatismo. Non basta a spiegare l’esplosione di una psicosi. Non basta, in fondo, a spiegare la vita.
I limiti della ragione?
La ragione ha limiti — ma non sempre li riconosce. Talvolta li nega, li rimuove, oppure cerca di inglobarli, di ridurli a momenti transitori del suo stesso sviluppo. È questa la via del razionalismo integrale: ogni apparente irrazionalità, ogni contraddizione, ogni rottura, è solo il segnale di una ragione ancora incompleta, che deve evolversi, ampliarsi, sofisticarsi. Non è un caso che proprio la scoperta dell’irrazionale — come nel caso del numero π o delle radici non intere — abbia rappresentato una rivoluzione nel pensiero matematico greco: non una sconfitta della ragione, ma la sua espansione.
Secondo questa visione, l’irrazionale non esiste in sé: è solo un effetto collaterale della nostra visione limitata. Quando la matematica, o la logica, inciampano in qualcosa che non sanno spiegare, non è il mondo ad essere assurdo: è la nostra ragione a dover fare un passo in avanti.
Hegel porta questa visione alle estreme conseguenze: non solo l’irrazionale non è un nemico della ragione, ma ne è parte costitutiva. La vera Ragione — quella con la maiuscola — è quella che riesce ad abbracciare anche la follia, il negativo, il dolore. È ragione dialettica, che non fugge l’incoerenza ma la attraversa, la integra, la trasforma in sviluppo. Anche nella mente umana, ciò che appare come irrazionale — l’angoscia, il trauma, l’impulso autodistruttivo — è in realtà espressione di una razionalità profonda, che però si scontra con la propria ombra.
Oltre la ragione?
E se invece l’irrazionale non fosse solo un aspetto incompleto della ragione, ma qualcosa di radicalmente altro? Se esistesse un fuori, un fuori-della-ragione, che nessun concetto, nessun sillogismo, nessuna dialettica potrà mai del tutto addomesticare? Qui ci avviciniamo a un’altra linea di pensiero, che attraversa non solo la filosofia ma anche la clinica: quella che riconosce nel caos, nel disordine, nel non-senso, una realtà con cui dobbiamo convivere.
C’è un’irrazionalità che non è semplicemente ignoranza, ma resistenza. È la follia che non si lascia tradurre, l’angoscia che non si lascia simbolizzare, il trauma che non si lascia integrare. È il perturbante, direbbe Freud. È il reale che ritorna, direbbe Lacan.
In questo senso, la ragione si misura con un’esteriorità che la trascende: un’intuizione, un sentire profondo, una risonanza che non si spiega ma si sperimenta. Bergson la chiamava intuizione metafisica: un modo di conoscere che precede il linguaggio, che non scompone ma coglie l’unità viva del tempo e della coscienza. Per lui, la ragione è utile, ma resta esterna alla vita. È l’intelligenza pratica che ci aiuta a sopravvivere, non a comprendere. Solo l’intuizione, quella profonda, quella che non distingue ma sente, può cogliere la vera realtà del vivente.
Gaston Bachelard, al contrario, sosteneva che fosse la scienza — e il suo rigore critico — a portarci oltre la ragione ingenua. Per lui, l’intelletto naturale è illusorio, infantile: è la ragione scientifica, complessa, a poter affrontare l’irrazionale e farne oggetto di studio. Il sogno, l’assurdo, la discontinuità non sono nemici, ma materiali da interrogare.
Follia e ragione? un confronto clinico
Chi lavora con la mente sa quanto questo dibattito non sia solo teorico. Di fronte alla psicosi, alla depressione profonda, ai vissuti di derealizzazione o di frammentazione del sé, la ragione — anche quella clinica — vacilla.
Il paziente non è “irrazionale” in senso volgare: spesso è oltre la logica, o al di fuori di essa. Le sue parole non seguono il principio di non contraddizione; le sue emozioni non sono rapportabili a un sistema simbolico coerente. E tuttavia, in quella disgregazione, c’è qualcosa che chiede ascolto. C’è un’altra forma di senso, che non parla il linguaggio della ragione, ma che tuttavia dice qualcosa di vero — qualcosa che urge.
La psichiatria, quando è profonda, lo sa. Lo sapeva Jaspers, che distingueva tra “comprendere” e “spiegare”. Lo sapeva Minkowski, che parlava di tempo vissuto e slancio vitale. Lo sapeva Binswanger, quando studiava le strutture dell’essere-nel-mondo nello schizofrenico. E lo sapeva anche Foucault, quando decostruiva i confini tra follia e ragione, mostrando come la loro distinzione fosse sempre, anche, un atto di potere.
Come abitare la soglia?
Forse non si tratta tanto di superare la ragione o di difenderla a oltranza. Forse si tratta di accettare che l’umano si dà sempre su una soglia: tra luce e ombra, tra coerenza e rottura, tra ordine e caos. La ragione non è tutto, ma senza ragione saremmo travolti. L’irrazionale non è un nemico, ma senza un minimo di ordine, ci smarriremmo.
In fondo, forse la vera saggezza sta nel tenere insieme le due istanze. Come diceva Paul Ricoeur, si tratta di “una ragione inquieta”, capace di riconoscere i propri limiti e di aprirsi al mistero. Una ragione che non pretende di spiegare tutto, ma che ascolta, accoglie, sta.
E, proprio per questo, guarisce.
Medico specialista in psichiatria, psicoterapeuta e psicoanalista, Fondatore e Direttore della Scuola Superiore in Counseling Filosofico e del Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia e Psichiatria.
Ha iniziato ad occuparsi di psicoterapia esistenziale e dei rapporti tra psichiatria e filosofia alla fine degli anni 80, subito dopo la laurea in medicina e chirurgia.
Nel 1998 ha fondato la Scuola Italiana di Psicoterapia Esistenziale (SIPE) e nel 2007 l’Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia, Psichiatria (ISFIPP) di cui è attualmente direttore.
Ha studiato e si è perfezionato a Zurigo, Ginevra, Parigi, New York, Boston, Los Angeles.
È autore di una ventina di libri e di un centinaio di articoli su riviste nazionali ed internazionali nel campo della psichiatria, della psicologia e della filosofia.





