In questo articolo
“Non so più chi sono.”
È una frase che torna spesso nei racconti di chi vive il disturbo bipolare. E non è un sintomo. È un grido esistenziale.
Parlare di disturbo bipolare non significa parlare solo di psichiatria. Significa entrare nel cuore pulsante di un’esperienza umana che sfida ogni etichetta. Non è solo una questione di fasi maniacali e depressive, ma di identità che si scompongono e si ricompongono, di vite che cercano coerenza mentre tutto dentro oscilla. Il disturbo bipolare è una soglia: tra normalità e alterazione, tra sensibilità e patologia, tra il bisogno di stabilità e la vertigine del cambiamento.
Questo articolo non propone facili soluzioni, ma domande scomode e necessarie. Dove finisce la diagnosi? Dove inizia la persona? Cosa significa davvero “aiutare”? Se lavorate nella salute mentale, se accompagnate persone in questa condizione, o se ci siete dentro voi stessi — questo è uno spazio di riflessione che vi riguarda. Entreremo nel vissuto profondo di chi affronta questa realtà ogni giorno, cercando strumenti per comprendere, e non solo per contenere.
Affronteremo la frammentazione dell’identità, la fatica del raccontarsi, la potenza trasformativa della parola. Ma parleremo anche della nostra epoca: di quanto essa stessa sembri attraversata da una bipolarità collettiva, sempre in bilico tra eccessi e vuoti.
Questo non è un semplice approfondimento clinico. È un invito a pensare. A rallentare. A osservare, senza giudicare, la complessità di ciò che chiamiamo “disturbo” e che, in molti casi, è un’espressione amplificata delle tensioni che abitano tutti noi.
Il disturbo bipolare, al di là della diagnosi clinica, ci interroga su una verità più profonda: l’essere umano è, per natura, un essere oscillante. Vive costantemente nella tensione tra opposti — luce e ombra, entusiasmo e scoramento, desiderio e frustrazione — e il soggetto bipolare sembra portare all’estremo questa naturale alternanza.
A differenza delle forme più stabili della sofferenza psichica, il disturbo bipolare non si lascia catturare facilmente in un’unica immagine, in un’unica voce. È come un’onda che travolge e si ritira, che afferra l’individuo e lo costringe a un viaggio emotivo che può essere tanto estenuante quanto rivelatore. Il soggetto si trova a vivere fasi in cui si sente invincibile, onnipotente, in totale sintonia con l’universo — e subito dopo viene trascinato in un buio silenzioso, dove ogni cosa perde senso e consistenza.
Questa altalena non è solo clinica. È ontologica. È una testimonianza vivente di quanto l’essere umano sia, strutturalmente, un equilibrio fragile tra opposti. In fondo, chi non ha mai sperimentato un senso di esaltazione davanti a un progetto riuscito o un nuovo amore? E chi non ha mai conosciuto la stanchezza esistenziale, il dubbio di essere fuori posto, la paura che tutto sia privo di senso?
Nel soggetto bipolare, queste esperienze universali si amplificano, si caricano di intensità, diventano travolgenti. Ma proprio per questo motivo, esse ci invitano a una riflessione profonda: dove finisce la malattia e dove comincia l’essere umano? Qual è il confine tra sofferenza e sensibilità? Tra follia e verità?
Un soggetto in lotta con l’identità: disturbo bipolare

Il disturbo bipolare mette a dura prova l’identità personale. L’individuo non è solo chi sperimenta stati d’animo contrastanti, ma è anche — e soprattutto — chi deve fare i conti con l’instabilità della propria immagine di sé. Spesso, i pazienti riportano una sensazione disturbante: “Non so più chi sono”, “Quando sto bene, faccio cose che non mi appartengono; quando sto male, non riesco a riconoscermi”.
Questa frammentazione identitaria non è un semplice effetto collaterale del disturbo, ma ne rappresenta il nucleo più profondo e lacerante. È l’esperienza, drammatica e fondativa, dell’essere molti e nessuno. Di abitare una molteplicità di sé che non riescono a parlarsi, a riconoscersi, a convivere.
Nel soggetto bipolare si consuma, spesso nel silenzio, una battaglia interiore tra il bisogno di stabilità e l’impossibilità di mantenerla. La coscienza di questa oscillazione permanente può diventare insostenibile, generando un senso di alienazione profonda. Il mondo appare ora troppo veloce, ora troppo distante. Le relazioni diventano fragili, il lavoro precario, il senso della propria vita incerto.
Il disturbo bipolare: Oltre la patologia
Eppure, in questa lacerazione può aprirsi anche uno spazio di verità. Non si tratta di mitizzare la sofferenza né di idealizzarla, ma di riconoscere che, talvolta, è proprio nelle crepe dell’equilibrio che si apre la possibilità di una comprensione più autentica dell’esistenza. Il soggetto bipolare è spesso costretto a guardare in faccia le grandi domande: Chi sono davvero? Che senso ha quello che provo? Perché la felicità mi spaventa quanto la tristezza?
Domande che, per chi non ha mai messo in discussione la propria stabilità psichica, possono restare a lungo inespresse.
È in questo spirito che la psicoterapia esistenziale e il counseling filosofico trovano il loro spazio più fecondo. Non si pongono l’obiettivo di “normalizzare” o “curare” in senso stretto, ma di accompagnare. Accompagnare nel senso etimologico: “camminare insieme”. Aiutare il soggetto a esplorare i propri significati, a mettere in parole il proprio vissuto, a riappropriarsi della narrazione di sé — anche quando questa si fa contraddittoria, ambivalente, spezzata.
Il disturbo bipolare, se affrontato con uno sguardo multidimensionale, può diventare una via per comprendere la struttura stessa della condizione umana, fatta di instabilità, mutamento, polarità, dolore e desiderio. Non è un destino, ma una condizione con cui si può — e si deve — entrare in dialogo.
Bipolarità come metafora dell’epoca
C’è poi una dimensione collettiva della bipolarità. Viviamo in un tempo storico che sembra, esso stesso, bipolare. Oscilliamo tra euforia e collasso, tra iperconnessione e isolamento, tra promesse di felicità perpetua e un diffuso senso di vuoto. Il soggetto bipolare diventa così, involontariamente, il sintomo di una società che ha perso il senso dell’equilibrio, che fatica a tollerare la stasi, che teme il silenzio, che corre da un estremo all’altro in cerca di un’identità smarrita.
In questo senso, il disturbo bipolare non riguarda solo chi ne è clinicamente affetto. Riguarda tutti noi, come cultura, come comunità, come esseri umani travolti da una modernità che richiede sempre più velocità, prestazione, visibilità. Il soggetto bipolare, con la sua fragilità estrema, può diventare una figura di resistenza: colui che, suo malgrado, ci costringe a fermarci, a riconsiderare, a pensare.
In ultima analisi, comprendere la dimensione esistenziale del disturbo bipolare significa restituire profondità all’esperienza umana della sofferenza. Non basta contare i sintomi, dosare i farmaci, stilare protocolli. È necessario ascoltare il vissuto, accogliere la fragilità, riconoscere che in ogni soggetto bipolare vive un essere umano che lotta — spesso in silenzio — per dare coerenza a un’esistenza in frantumi.
E in questa lotta si cela, forse, una delle più radicali forme di dignità: quella di chi continua, nonostante tutto, a cercare un senso.
Medico specialista in psichiatria, psicoterapeuta e psicoanalista, Fondatore e Direttore della Scuola Superiore in Counseling Filosofico e del Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia e Psichiatria.
Ha iniziato ad occuparsi di psicoterapia esistenziale e dei rapporti tra psichiatria e filosofia alla fine degli anni 80, subito dopo la laurea in medicina e chirurgia.
Nel 1998 ha fondato la Scuola Italiana di Psicoterapia Esistenziale (SIPE) e nel 2007 l’Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia, Psichiatria (ISFIPP) di cui è attualmente direttore.
Ha studiato e si è perfezionato a Zurigo, Ginevra, Parigi, New York, Boston, Los Angeles.
È autore di una ventina di libri e di un centinaio di articoli su riviste nazionali ed internazionali nel campo della psichiatria, della psicologia e della filosofia.





