L’elemento umore depresso è la caratteristica distintiva di quella area della psichiatria che comprende i disturbi dell’umore. Vi è però da notare che il solo tono dell’umore depresso di per sé non è mai un elemento sufficiente a definire patologico un determinato stato affettivo.
Possiamo definire l’umore quella tonalità affettiva che dà variabile colore alla vita. Esso può essere elevato, illuminando il mondo di una luce intensa e vivace, che rende le cose belle, affascinanti ed entusiasmanti. Oppure può essere basso, e colorare l’esistenza in modo cupo e fosco, rendendo ciò che ci circonda e noi stessi sgradevoli, insignificanti e vuoti. Tra questi due estremi vi è la più frequente condizione affettiva che dà il mondo nella sua più equilibrata visione; né troppo vivace, né troppo spenta.
Lo stato d’animo non è comunque sempre stabile ed eguale nel tempo, ma risente in modo continuo di oscillazioni, verso l’alto e verso il basso, seppur di lieve entità. Così osserviamo nella nostra vita quotidiana giornate eccitanti, in cui tutto sembra volgersi al meglio e giornate nere in cui tutto ci sembra difficile ed insormontabile. Questa variazione è considerata una normale e fisiologica caratteristica dell’animo umano, anche se alcuni hanno voluto riconoscere in tale moderata variazione il cosiddetto temperamento o personalità ciclotimica.
Kurt Schneider, ha introdotto una interessante distinzione tra fondo e sfondo dell’umore. Il fondo (Untergrund) sottende il colorito costante dell’affettività ed è definito come un «fondale sotterraneo, non ‘vissuto’, non motivante, ma agente in maniera puramente causale». Su di esso influiscono gli avvenimenti, i momenti della giornata, le condizioni atmosferiche, la disposizione d’animo, la cenestesi, lo stato somatico, il sonno, la soddisfazione dell’appetito, le sostanze voluttuarie, ecc. Spesso il fondale sotterraneo si può modificare anche senza cause evidenti, configurando le cosiddette depressioni del “fondo”, prive di ragione e di elementi reattivi.

Per Schneider che cosa sia questo “fondo” è un problema puramente filosofico, che trascende l’esperienza. Esso è un concetto-limite, cioè con esso noi cogliamo un limite oltre il quale non arriva esperienza alcuna, né vi è testimonianza. Come tale non può quindi divenire oggetto di investigazione se non nella ricerca del come vengono provate le variazioni dell’umore, vale a dire nei modi di esperienza.
Lo sfondo (Hintergrund) è invece uno stato affettivo motivato da una particolare circostanza e si esprime a distanza di tempo dal momento in cui ha avuto origine, condizionando le risposte emotive del soggetto.
L’umore è comunque considerato in psichiatria uno stato emotivo che non ha oggetto o il cui oggetto è indeterminabile, ed in questo si distingue dall’emozione, che nasce in conseguenza di un fattore scatenante.
L’umore è quindi una modalità affettiva, vale a dire un modo di sentire o percepire che condiziona la nostra valutazione del mondo. Potremmo domandarci se questo sentire o percepire risenta di qualcosa d’altro per variare nella sua qualità.
Il modo di percepire il mondo, me stesso e l’esistenza in modo negativo o positivo deriva infatti da una condizione globale del nostro stato psichico. Ogni funzione ed espressione psichica deriva dalla interazione di più aree, a differenti livelli. L’emozionalità riconosce certo aree cerebrali specifiche, ma non può, molto probabilmente, essere limitata ad una sola determinata area.
Il funzionamento mentale è, in tutte le sue espressione, la risultante della interazione delle diverse aree cerebrali, corticali e profonde. Ogni manifestazione psichica è espressione della totalità cerebrale e, sebbene siano localizzabili funzioni diverse in aree specifiche, non possiamo negare che fenomeni come l’umore risentano della confluenza di più fattori quali la percezione, la memoria, l’inconscio, lo stato stenico, ormoni, neurotrasmettitori, variazioni vascolari, e così via.
La psiche è la risultante della funzionalità dell’intera massa cerebrale, non solo, ma anche del corpo intero. Se esaminiamo anche superficialmente la struttura anatomica del nostro sistema nervoso ci accorgiamo che ogni parte del nostro corpo è raggiunta da fibre nervose, e che contemporaneamente esse conducono segnali alla centrale operativa posta all’interno della scatola cranica. Superando la ormai obsoleta distinzione di mente e corpo, tutto il nostro corpo è parte del cervello, tutto il nostro corpo è cervello. Il nostro cervello, come struttura anatomica, non deve essere visto come limitato all’organo posto all’interno del cranio, ma si espande attraverso i nervi cranici, il midollo ed i nervi spinali a tutto l’organismo raggiungendo organi interni, vasi sanguigni e ghiandole endocrine. È innegabile l’utilità pratica, clinica e terapeutica, conseguente al localizzare per regioni le funzioni cerebrali, ma in realtà è l’intero nostro corpo che contribuisce al funzionamento psichico.
La nostra mente è tutto il nostro corpo, che si organizza in pensieri subendo l’azione di sensazioni provenienti da ogni nostra regione somatica. La riorganizzazione mentale ha certo sede nel nostro cervello, ma risente sempre ed inevitabilmente di tutto il corpo. E così che sensazioni, o modalità di percepire somatiche, possono influenzare l’umore. Ma le stesse sensazioni possono risentire di una diversa rielaborazione a livello centrale e così variarne la risultante affettiva. Il nostro stato fisico, di stanchezza o riposo, fattori ormonali, malattie o algie, così come eventi, ricordi, fantasie interagiscono tra loro producendo variazioni dell’umore.
In ogni caso, questa è di certo una banalizzazione della irraggiungibile complessità del nostro funzionamento mentale, e non ci rimane che accettare il fatto che l’umore è un modo di percepire e sentire il mondo influenzato da una infinità di elementi, interni ed esterni, psichici e fisici.
Che il tono dell’umore risieda in una determinata regione cerebrale, o che dipenda da alterazioni neurotrasmettitoriali, poco importa. Rimane infatti insoluto il fatto se le manifestazioni psichiche siano effetto o causa delle alterazioni biologiche. E, in ogni caso, l’identificazione della base biologica di uno stato psichico non ne annulla il valore di una analisi fenomenologica ed esistenziale.
Come accennato, l’orientamento dell’umore condiziona la percezione di sé e del mondo circostante e contemporaneamente la modalità percettiva influenza l’umore stesso.
Tra percezione ed umore vi è quindi un rapporto diretto e reciproco, che risente di fattori fisici e di fattori psichici di vario livello.

Così la variazione dell’umore in senso depressivo produce una modificazione della percezione tale da indurre per esempio, a livello somatico, ipersensibilità, iperestesie, dolori, sensazioni di astenia o, a un livello psichico, sensazioni di incapacità e di inadeguatezza. In modo analogo la percezione negativa di sé, del proprio corpo e del mondo circostante compromette lo stato timico in un circolo vizioso interminabile che si autoalimenta.
Come per le altre funzioni psichiche, anche per l’umore è difficile, se non impossibile, riuscire a studiarne le caratteristiche isolandolo dal resto delle attività mentali.
L’inestricabile interconnessione, anatomica e funzionale, esistente tra le aree cerebrali rende, come detto, inevitabile lo studio della psiche nella sua totalità. La tendenza a circoscrivere aree e funzioni pare semplificarne la comprensione, quando invece non fa che allontanarci dalla realtà.
Così come il tono dell’umore è in rapporto con la percezione, lo è anche nei confronti della attenzione, della volontà, della memoria, del pensiero, della coscienza. E ciò giustifica la progressiva complessità dei quadri sintomatici osservabili nelle depressioni dell’umore, che vengono a coinvolgere differenti aspetti della vita psichica e fisica. L’estensione della compromissione nelle varie aree psichiche corrisponde al livello di gravità della alterazione dell’umore, e in modo analogo anche in riferimento alla frequente presenza di sintomi somatici nel depresso.
Estratto dal libro “La dimensione depressiva. Dalla depressione patologica alla depressione esistenziale” di Lodovico Berra, Edizioni Libreria Universitaria 2017.
Medico specialista in psichiatria, psicoterapeuta e psicoanalista, Fondatore e Direttore della Scuola Superiore in Counseling Filosofico e del Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia e Psichiatria.
Ha iniziato ad occuparsi di psicoterapia esistenziale e dei rapporti tra psichiatria e filosofia alla fine degli anni 80, subito dopo la laurea in medicina e chirurgia.
Nel 1998 ha fondato la Scuola Italiana di Psicoterapia Esistenziale (SIPE) e nel 2007 l’Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia, Psichiatria (ISFIPP) di cui è attualmente direttore.
Ha studiato e si è perfezionato a Zurigo, Ginevra, Parigi, New York, Boston, Los Angeles.
È autore di una ventina di libri e di un centinaio di articoli su riviste nazionali ed internazionali nel campo della psichiatria, della psicologia e della filosofia.





