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E dopo l’amore, cosa rimane?

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e dopo amore cosa rimane

Quando la passione si trasforma, l’amore non scompare: cambia forma. E può durare.

C’è chi pensa che l’amore sia destinato a spegnersi con il tempo. Che la passione debba inevitabilmente lasciare spazio all’abitudine. Ma la scienza racconta un’altra storia. E i dati parlano chiaro.

Uno studio della Stony Brook University, pubblicato nel 2011, ha sorpreso anche gli stessi ricercatori: alcune coppie, sposate da oltre vent’anni, mostravano — al momento della risonanza magnetica — le stesse aree cerebrali attive di due amanti appena innamorati. Il circuito della ricompensa, quello che si attiva nei primi mesi di una relazione, era ancora vivo. Ancora lì, dopo decenni.

Certo, la fase iniziale — quella del batticuore, delle farfalle nello stomaco, della serotonina fuori controllo — non dura in eterno. La passione dei primi tempi è, letteralmente, uno stress per il cervello. Ma questo non significa che debba finire in noia o distacco. Secondo diverse ricerche, dopo uno o due anni, quella tempesta ormonale si placa, si assesta. E ciò che resta può essere ancora più profondo.

Perché l’amore, quando smette di essere febbre, può diventare rifugio.

In questo articolo esploriamo cosa accade davvero al cervello (e al cuore) nelle relazioni a lungo termine. Come cambia la chimica, come si trasforma la connessione, e soprattutto — cosa si può fare per coltivarla. Perché l’amore duraturo non è una favola: è una pratica. E sì, anche una possibilità concreta.

L’amore, con la sua forza, ha il potere di sconvolgere l’anima, ridefinire le priorità e ridisegnare il senso stesso dell’esistenza. Ma cosa accade quando il vortice della passione iniziale si placa? Dopo l’amore, cosa rimane? È davvero inevitabile il declino della relazione o è possibile costruire qualcosa di più profondo e duraturo?

Le ricerche sulla soddisfazione relazionale confermano che la passione iniziale, con il suo carico di eccitazione e instabilità, tende a trasformarsi entro uno o due anni in un sentimento più calmo, ma non per questo meno intenso​. Lo stress ormonale dei primi tempi si attenua: i livelli di cortisolo e serotonina si stabilizzano, e l’amore, che era inizialmente un fattore di stress per il cervello, diventa un elemento di protezione e sicurezza.

Secondo lo studio condotto dalla Stony Brook University nel 2011, è possibile essere ancora “follemente innamorati” dopo decenni di matrimonio​. Le risonanze magnetiche funzionali hanno rivelato che alcune coppie, sposate da oltre vent’anni, mostrano lo stesso livello di attivazione nelle aree cerebrali legate alla ricompensa e al piacere di chi è nella fase dell’innamoramento iniziale.

Le tre traiettorie dell’amore nel tempo.

Dopo l’apice della passione, le relazioni possono seguire tre principali direzioni:

L’evoluzione in un amore profondo

In alcune coppie, l’amore si trasforma in un legame stabile e duraturo, con complicità, rispetto e affetto. La passione non si spegne, ma diventa meno frenetica, lasciando spazio a una connessione più matura.

Il mantenimento di un legame abitudinario

Altre relazioni entrano in una routine, mantenendo una coesione più per dovere che per desiderio. Questo può portare a una convivenza pacifica, ma priva di reale coinvolgimento emotivo.

La separazione come rinascita

Quando il legame si svuota di senso, la fine può rappresentare una nuova opportunità di crescita personale, piuttosto che un fallimento.

L’illusione della perdita: cosa rimane davvero dopo l’amore?

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E dopo l’amore cosa rimane? Credits Pixabay

L’angoscia della fine di una relazione è spesso legata alla sensazione di aver perso una parte di sé​ (Angoscia Esistenziale, di Lodovico Berra). Freud e Jung suggerivano che l’attaccamento amoroso non è solo un processo biologico, ma anche una costruzione dell’identità individuale.

Quando l’altro se ne va, non perdiamo solo una persona, ma anche una versione di noi stessi che esisteva nella relazione.

Ma è proprio qui che risiede il paradosso: nulla di ciò che è stato amato va davvero perso. Ogni amore, anche quello che finisce, lascia un’impronta profonda. Come suggerisce la Meditazione Metafisica, la nostra esistenza è un continuo processo di trasformazione, e l’esperienza amorosa, anche nel suo concludersi, apre nuove possibilità di comprensione del sé​ (Meditazione Metafisica, di Lodovico Berra).

L’amore come pratica, non come possesso

Una delle illusioni più diffuse è quella di considerare l’amore come qualcosa da possedere e mantenere immutato nel tempo.

Ma l’amore, come la vita, è un processo in divenire. Le relazioni che durano non sono quelle che restano identiche, ma quelle che sanno adattarsi e crescere insieme.

L’amore come pratica, non come possesso
L’amore come pratica, non come possesso. Credits Getty Images

Come dimostra lo studio meta-analitico sulla soddisfazione relazionale, l’amore segue una traiettoria non lineare. Dopo un iniziale calo nei primi dieci anni, molte coppie ritrovano un nuovo equilibrio tra i 20 e i 30 anni di relazione. Questo dimostra che l’amore può rinnovarsi, a patto che si trovi il coraggio di trasformarlo.

L’amore non finisce, cambia forma

E dopo l’amore, cosa rimane?

La risposta non è univoca. Rimane il ricordo, rimane l’esperienza che ci ha cambiati, rimane la possibilità di amare di nuovo, in modo diverso.

Rimane la consapevolezza che l’amore non è un oggetto, ma un cammino di vita. E, come in ogni percorso, ciò che conta non è solo la meta, ma il modo in cui scegliamo di percorrerlo.
Lodovico Berra, Psichiatra, Psicoterapeuta, Psicoanalista, Direttore SSCF & ISFIPP

Medico specialista in psichiatria, psicoterapeuta e psicoanalista, Fondatore e Direttore della Scuola Superiore in Counseling Filosofico e del Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia e Psichiatria.
Ha iniziato ad occuparsi di psicoterapia esistenziale e dei rapporti tra psichiatria e filosofia alla fine degli anni 80, subito dopo la laurea in medicina e chirurgia.
Nel 1998 ha fondato la Scuola Italiana di Psicoterapia Esistenziale (SIPE) e nel 2007 l’Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia, Psichiatria (ISFIPP) di cui è attualmente direttore.
Ha studiato e si è perfezionato a Zurigo, Ginevra, Parigi, New York, Boston, Los Angeles.
È autore di una ventina di libri e di un centinaio di articoli su riviste nazionali ed internazionali nel campo della psichiatria, della psicologia e della filosofia.


L’autore