, , ,

Bipolarità e intersoggettività: il sé tra sguardi e alienazione

di

·

Bipolarità e intersoggettività: il sé tra sguardi

“Chi vive un disturbo bipolare

non è mai solo: è in costante compagnia di sé stesso, e spesso di sé stesso in conflitto.”

La diagnosi arriva, a volte, dopo anni. E non spiega tutto. Perché la bipolarità non è soltanto un disturbo dell’umore. È una frattura nell’identità, un cortocircuito tra il bisogno di essere visti e la paura di sparire. . E chi lavora nella salute mentale, nella filosofia, nella relazione d’aiuto, non può più permettersi di affrontarla solo con il DSM in mano.

Serve una mappa diversa. Una che tenga conto della carne e della coscienza, del corpo e del simbolo, dell’io che accelera e poi si svuota. Questo articolo è un invito a cambiare sguardo. A spostare il fuoco dalla classificazione alla comprensione. Dal sintomo al significato. Parleremo del tempo soggettivo che si spezza, del corpo che grida o si spegne, dello sguardo dell’altro che può curare o frantumare. E di ciò che accade davvero in uno spazio terapeutico che non giudica, ma accompagna.

Con strumenti presi dalla psichiatria, dalla psicologia dinamica e dalla filosofia esistenziale, proveremo a rispondere a una domanda urgente: come si prende cura di un’identità che oscilla? E soprattutto — come si protegge, in quel movimento, la dignità dell’essere umano?

Perché la vera cura comincia lì, dove qualcuno ti guarda e dice: “Io ti vedo, anche quando tu non ti riconosci più.”

La condizione bipolare è molto più di una diagnosi clinica: è un’esperienza esistenziale profonda, che interroga il significato dell’identità, della relazione, della libertà personale. Chi vive un disturbo bipolare sa cosa significa sentirsi a volte troppo esposto, altre volte irrimediabilmente assente. Il mondo diventa un teatro senza regole, dove l’altro osserva, giudica, a volte accoglie, spesso aliena.

Questa non è solo una questione psicopatologica, ma — come ho cercato di mostrare nei miei lavori precedenti — un problema ontologico. Perché il soggetto bipolare, più di altri, incarna la fragilità della soggettività nel mondo contemporaneo. In questo articolo, cercherò di esplorare le intersezioni tra la condizione bipolare e la dimensione intersoggettiva dell’esistenza, facendo dialogare psichiatria, filosofia e psicologia dinamica.

L’oscillazione dell’essere: mania, depressione e il tempo soggettivo

Chi soffre di disturbo bipolare non vive solo sbalzi d’umore. Vive l’alternanza radicale tra due polarità dell’essere: l’eccesso e il vuoto, l’espansione e la contrazione. . Ma questa potenza è fragile. Basta un niente, e la stessa persona piomba in un abisso di impotenza e colpa.

In questa dinamica, il tempo è distorto. Come scrisse Eugen Bleuler, “le forme maniacodepressive si definiscono più per la loro discontinuità che per il loro contenuto”. Il tempo non è più lineare, ma spezzato. Ogni fase cancella l’altra: nella mania, il soggetto dimentica il proprio dolore; nella depressione, dimentica di aver mai avuto accesso alla gioia. Questo rende la costruzione di un sé coerente estremamente difficile.

Lo sguardo dell’Altro: tra riconoscimento e alienazione

Ogni soggetto si costituisce nel rapporto con l’altro. Come ci ricorda Jean-Paul Sartre, “l’essere guardato è l’essere giudicato”. Nella condizione bipolare, questo sguardo assume un potere ambivalente. Può essere un’ancora o una condanna. Può restituire dignità oppure frammentare ulteriormente un’identità già fragile.

Nella fase maniacale, il soggetto tende a imporsi sull’altro, a voler dominare la relazione, a presentarsi come soggetto assoluto. Ma spesso questa posizione si ribalta: nella depressione, si sente oggetto passivo, privo di valore, esposto a un giudizio impietoso. Lo sguardo dell’altro non è più un riconoscimento, ma una minaccia.

Nel mio libro La Dimensione Depressiva ho descritto questa dinamica come un continuo passaggio tra essere-oggetto-per-Altri e essere-soggetto-che-rende-oggetto-l’altro. Quando questa oscillazione si irrigidisce, si entra nel territorio della psicopatologia. La mania è la cristallizzazione dell’Io come soggetto assoluto. La depressione è la cristallizzazione dell’Io come oggetto assoluto.

Il corpo come luogo di senso e conflitto

La bipolarità si manifesta anche nel corpo. Non solo nel senso biologico, ma come luogo di espressione simbolica. Il corpo maniacale è un corpo euforico, esibito, iper-sessualizzato, performativo. Il corpo depresso, al contrario, è un corpo stanco, chiuso, a volte vissuto come “inutile” o “inadeguato”.

Carl Gustav Jung, riflettendo sulla sofferenza psichica, scriveva: “Il corpo è il teatro della psiche”. In questa prospettiva, possiamo leggere la bipolarità come una rappresentazione estrema del conflitto tra energia vitale e pulsione di morte, tra Eros e Thanatos, per usare la terminologia freudiana.

Nella mania, domina Eros: il desiderio di unirsi, creare, espandersi. Nella depressione, Thanatos prende il sopravvento: la spinta alla dissoluzione, alla chiusura, al ritiro.

L’incontro terapeutico come spazio intersoggettivo

Bipolarità e intersoggettività: il sé tra sguardi
Bipolarità e intersoggettività: il sé tra sguardi. Credits Getty image

La cura non è solo farmacologica. Anzi, spesso i farmaci da soli non bastano. Ciò che guarisce è la relazione. L’incontro terapeutico è un laboratorio di intersoggettività.

Quando un terapeuta guarda un paziente bipolare non come un “disturbo”, ma come un essere umano che soffre, compie un atto rivoluzionario. Offre un nuovo sguardo. Uno sguardo che non giudica, ma riconosce. Che non etichetta, ma accompagna.

Come scrive Donald Winnicott, “la felicità è la capacità di stare da soli in presenza dell’altro”. Questo paradosso è centrale nella terapia del disturbo bipolare: aiutare il soggetto a essere se stesso, nella continuità dell’alterità.

Un’alleanza tra filosofia e psichiatria

Il disturbo bipolare non è una deviazione da una norma fittizia di stabilità. È una forma di esistenza che porta con sé verità profonde, che ci interpellano come terapeuti, come filosofi, come esseri umani.

La medicina può contenere, la psicoterapia può accompagnare, ma è solo nel dialogo con la filosofia che possiamo dare un senso pieno alla sofferenza. L’angoscia non è un errore da correggere, ma una possibilità da attraversare.

Come scriveva Viktor Frankl:

«A un uomo si può togliere tutto, tranne una cosa: l’ultima delle libertà umane — scegliere il proprio atteggiamento in qualsiasi circostanza.»

E dentro ogni soggetto bipolare, anche quando tutto sembra perduto, brilla ancora questa possibilità: essere visto, compreso, accolto. E forse, un giorno, anche amato.

Lodovico Berra, Psichiatra, Psicoterapeuta, Psicoanalista, Direttore SSCF & ISFIPP

Medico specialista in psichiatria, psicoterapeuta e psicoanalista, Fondatore e Direttore della Scuola Superiore in Counseling Filosofico e del Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia e Psichiatria.
Ha iniziato ad occuparsi di psicoterapia esistenziale e dei rapporti tra psichiatria e filosofia alla fine degli anni 80, subito dopo la laurea in medicina e chirurgia.
Nel 1998 ha fondato la Scuola Italiana di Psicoterapia Esistenziale (SIPE) e nel 2007 l’Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia, Psichiatria (ISFIPP) di cui è attualmente direttore.
Ha studiato e si è perfezionato a Zurigo, Ginevra, Parigi, New York, Boston, Los Angeles.
È autore di una ventina di libri e di un centinaio di articoli su riviste nazionali ed internazionali nel campo della psichiatria, della psicologia e della filosofia.


L’autore