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Solitudine connessa: il fenomeno hikikomori

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Hikikomori e solitudine digitale nei giovani

Il paradosso relazionale della generazione iperconnessa

Viviamo nell’epoca della connessione perenne

Ma qualcosa non torna.

Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, in Italia oltre 100.000 giovani vivono forme di ritiro sociale simili a quelle degli hikikomori giapponesi. Un dato che inquieta. Non perché manchino i contatti, ma perché le relazioni stanno cambiando forma. E non sempre in meglio.

I social ci avvicinano? Sì, ma spesso solo in superficie. Scrolliamo, reagiamo, commentiamo. Ma nel profondo, molti di noi si sentono soli. Drammaticamente soli. Lo vedo ogni giorno nelle aule, nei percorsi di psicoterapia e counseling, nei dialoghi che si aprono quando si spegne il telefono.

Questa non è più solo una questione psicologica o educativa: è una questione esistenziale. Cosa significa davvero “esserci” per qualcuno, in un mondo dove tutto è condiviso e nulla è realmente vissuto?

Perché è ora di tornare a chiederci: che cosa stiamo davvero cercando dietro uno schermo acceso?

Insieme, ma soli

Mai come oggi siamo stati così connessi, eppure mai così profondamente soli. In un mondo dove ogni gesto può essere condiviso in tempo reale e ogni pensiero pubblicato in un istante, cresce il numero di persone che si sentono abbandonate, invisibili, escluse. La solitudine connessa è il volto nuovo di un disagio antico, ma con caratteristiche inedite: è una solitudine popolata di notifiche, conversazioni digitali e selfie perfetti, ma svuotata di relazioni autentiche. È un’illusione di compagnia che spesso si rivela essere una nuova forma di abbandono.

Comprendere la solitudine connessa: definizioni e distinzioni

Quando parliamo di “solitudine connessa”, ci riferiamo a una forma di isolamento che non coincide con l’assenza fisica dell’altro, ma con la qualità relazionale deteriorata nel contesto dell’iperconnessione digitale. È una condizione ambivalente: può offrire spazi di crescita e introspezione, ma anche rischi gravi per la salute mentale e fisica. Come ha ben espresso Umberto Galimberti, viviamo in una società in cui le relazioni sono spesso sostituite da interazioni, e dove la mancanza di profondità genera un’“assenza dell’altro” anche in sua presenza. L’iperconnessione non è relazione, ma esposizione continua.

L’esperienza della solitudine connessa è spesso accompagnata da un paradosso: si può avere una fitta rete di contatti digitali e, allo stesso tempo, sentirsi profondamente soli. I social media, in particolare, alimentano questa illusione di presenza, offrendo una compagnia artificiale che raramente si traduce in connessione empatica.

La solitudine secondo Emil Cioran: un esercizio spirituale

Emil Cioran Filosofo Rumeno
Emil Cioran Filosofo Rumeno

Emil Cioran, filosofo della solitudine per eccellenza, vedeva nel ritiro dal mondo un modo per cogliere con lucidità la tragicità dell’esistenza. Per lui, la solitudine non era fuga, ma condizione naturale del pensiero profondo. Scriveva: “La solitudine è una cura contro l’idiozia” (L’inconveniente di essere nati, 1973). In Cioran, il distacco dal rumore del mondo permetteva di osservare la vita come da un’altura: nella distanza, il pensiero si liberava dalle convenzioni, il dolore trovava uno spazio di elaborazione.

Ma quella di Cioran era una solitudine scelta, silenziosa, meditativa. Oggi, invece, ci troviamo immersi in una solitudine molto diversa: quella connessa. Un paradosso che non nasce dal ritiro, ma dalla sovraesposizione. Una solitudine affollata, dove l’anima si perde nel rumore di fondo del digitale.

Le età più coinvolte: adolescenti e anziani

Le fasce più colpite dalla solitudine connessa sono gli adolescenti e gli anziani. Gli adolescenti, in particolare, vivono immersi in un mondo digitale che detta ritmi, linguaggi e valori. All’interno della rete cercano riconoscimento, ma spesso ricevono solo confronto e ansia da prestazione. Il bisogno di appartenenza si trasforma in dipendenza da like e conferme continue. Fuori dalla rete, molti di loro faticano a sostenere il contatto diretto, temono il giudizio, soffrono di ansia sociale.

Cosa accade nel cervello degli adolescenti

Hikikomori e solitudine digitale nei giovani
Hikikomori e solitudine digitale nei giovani

Recenti studi neuroscientifici hanno mostrato che la solitudine connessa produce alterazioni significative a livello cerebrale nei giovani. Secondo una ricerca pubblicata su Nature Neuroscience, l’isolamento sociale cronico in adolescenza attiva in modo anomalo l’amigdala e la corteccia prefrontale, aree coinvolte nella regolazione delle emozioni e nel processo decisionale.

Inoltre, la carenza di interazioni autentiche riduce la produzione di ossitocina e dopamina, neurotrasmettitori legati al piacere relazionale e al senso di appartenenza. Ciò si traduce in un aumento della vulnerabilità alla depressione, all’ansia e a forme di dipendenza da dispositivi digitali.

Un altro studio condotto dall’Università di Chicago ha evidenziato come i giovani digitalmente iperconnessi mostrino una minore attività nella default mode network, l’area del cervello deputata alla riflessione su di sé e alla costruzione di senso. In pratica, più si è connessi in modo superficiale, meno si sviluppa la capacità di autoascolto e introspezione.

Questi cambiamenti neurali non sono irrilevanti: plasmano il modo in cui il giovane percepisce sé stesso e il mondo, rendendolo spesso incapace di riconoscere la propria sofferenza o di verbalizzarla in modo efficace.

La depressione esistenziale: un vuoto di senso

Nel mio libro La dimensione depressiva. Dalla depressione patologica alla depressione esistenziale, ho analizzato come la solitudine, nelle sue forme più profonde, possa condurre a una condizione che definisco “depressione esistenziale”: non una patologia in senso clinico, ma una crisi di senso, un vuoto identitario che ha radici filosofiche prima ancora che psicologiche.

Scrivo:

La depressione esistenziale evidenzia come lo stato depressivo possa rappresentare in alcuni casi un momento fondamentale dell’esistenza da non sopprimere o negare, ma da valorizzare ed evidenziare. Non sempre quindi la depressione è da vedere come malattia inopportuna, ma a volte come un’occasione che ci consente una nuova e più autentica visione della nostra esistenza” (La dimensione depressiva, p. 9).

In questo senso, la solitudine connessa può agire da detonatore: sotto l’apparente compagnia virtuale si cela una radicale disconnessione da sé, che porta alla perdita di significato e al senso di vuoto.

Il Counseling Filosofico: un ascolto che accoglie.

È qui che il counseling filosofico si rivela prezioso, come luogo di ascolto e riflessione, in cui la persona può esplorare le proprie domande esistenziali, senza paura di medicalizzare ogni sofferenza.

Un altro passaggio centrale, a mio avviso, è questo:

“La depressione esistenziale non nasce da una disfunzione, ma da una rivelazione. È lo scoprire che l’esistenza, così come è, non basta. Che la felicità proposta dal mondo, dai media, dalle relazioni liquide, è insoddisfacente. È questo vuoto che chiede di essere colmato, non con soluzioni tecniche, ma con senso” (La dimensione depressiva, p. 74).

Da qui l’importanza di un approccio che sia allo stesso tempo filosofico ed empatico. Il counseling filosofico non ha l’obiettivo di curare, ma di comprendere. E, comprendendo, apre strade nuove, non sempre per uscirne, ma per abitare con dignità e consapevolezza anche il dolore.

Ricostruire il legame per tornare all’incontro autentico

Affrontare la solitudine connessa non significa solo comprenderla, ma anche agire. Occorre sviluppare strategie di riconnessione umana, capaci di restituire centralità alla relazione, alla lentezza, alla profondità. In un tempo dominato dalla velocità e dalla quantità, la qualità dell’incontro va custodita come bene raro.

Una prima strategia è quella di rivalutare la presenza fisica. Eventi, laboratori, momenti di ascolto collettivo nelle scuole, nelle università, nei luoghi di lavoro, possono diventare occasioni preziose per allenare l’empatia e la capacità di ascolto.

Un secondo aspetto riguarda l’educazione digitale: imparare a usare i social senza esserne usati, coltivare una consapevolezza critica del tempo trascorso online, distinguere tra relazione reale e semplice esposizione. Le scuole, in particolare, possono diventare luoghi di formazione a un uso etico e umano della tecnologia.

Infine, va recuperato il valore del silenzio condiviso. Troppo spesso associato al vuoto, il silenzio può invece rappresentare uno spazio di contatto autentico, in cui la relazione si fa profonda proprio perché non immediatamente produttiva o verbale.

Come suggerivo sempre, solo dove c’è vuoto e pausa può sorgere l’ascolto vero. Ricostruire il legame significa anche educarsi alla pazienza dell’attesa, alla non-immediatezza dell’incontro, alla vulnerabilità della parola umana.

La solitudine connessa non è solo un fenomeno sociale: è un fenomeno esistenziale. Coinvolge il senso che diamo alla relazione, al tempo, alla presenza. E proprio perché è così radicata nella nostra epoca, ha bisogno di essere affrontata non solo con strumenti tecnici, ma con pensiero critico, con profondità umana.

Ed è in questa profondità che la filosofia, ancora una volta, può offrirci un cammino.

Bibliografia

  • Lodovico Berra, La dimensione depressiva. Dalla depressione patologica alla depressione esistenziale, Libreria Universitaria edizioni, 2017
  • Emil Cioran, L’inconveniente di essere nati, Adelphi, 1973
  • Marco Crepaldi, Hikikomori. I giovani che non escono di casa, Edizioni Erickson, 2019
  • Umberto Galimberti, L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, Feltrinelli, 2007
  • Tomova, L. et al., “Acute social isolation evokes midbrain craving responses similar to hunger”, Nature Neuroscience, 2020
  • Cacioppo, J.T. & Hawkley, L.C., “Perceived social isolation and cognition”, Trends in Cognitive Sciences, 2009
Lodovico Berra, Psichiatra, Psicoterapeuta, Psicoanalista, Direttore SSCF & ISFIPP

Medico specialista in psichiatria, psicoterapeuta e psicoanalista, Fondatore e Direttore della Scuola Superiore in Counseling Filosofico e del Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia e Psichiatria.
Ha iniziato ad occuparsi di psicoterapia esistenziale e dei rapporti tra psichiatria e filosofia alla fine degli anni 80, subito dopo la laurea in medicina e chirurgia.
Nel 1998 ha fondato la Scuola Italiana di Psicoterapia Esistenziale (SIPE) e nel 2007 l’Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia, Psichiatria (ISFIPP) di cui è attualmente direttore.
Ha studiato e si è perfezionato a Zurigo, Ginevra, Parigi, New York, Boston, Los Angeles.
È autore di una ventina di libri e di un centinaio di articoli su riviste nazionali ed internazionali nel campo della psichiatria, della psicologia e della filosofia.


L’autore