In questo articolo
- Disfunzioni cognitive: di cosa parliamo esattamente?
- Il peso dell’infiammazione: perché il Lupus “colpisce” anche la mente?
- Lo studio di Knight, ElBagir e Costenbader: metodologia e risultati principali
- Il legame tra disfunzioni cognitive e psicosi
- Il peso dei fattori psicosociali: perché l’empatia conta
- Strategie di intervento: cosa possiamo fare?
- Limiti dello studio e prospettive future
- La prospettiva dei pazienti LES: storie di resilienza
Disfunzioni cognitive: di cosa parliamo esattamente?
Quando si parla di disfunzioni cognitive in pazienti affetti da Lupus, ci si riferisce a un’ampia gamma di difficoltà che possono includere problemi di memoria, lentezza nel processare le informazioni, scarsa concentrazione o difficoltà nel risolvere problemi complessi. Tali problematiche possono essere transitorie o persistenti. In alcuni casi, restano lievi e sfumate, tanto da non essere immediatamente notate dal paziente o dai suoi familiari; in altri, assumono una rilevanza clinica tale da compromettere le normali attività della vita quotidiana (lavoro, studio, relazioni interpersonali).
Lo studio retrospettivo condotto da Knight AM, ElBagir S, Costenbader KH, realizzato presso un importante centro di cura di terzo livello (un “Tertiary Care Center” affiliata ad Harvard), si è proposto di analizzare la frequenza e la tipologia di questi sintomi neurocognitivi, valutandone l’impatto sulla qualità di vita dei pazienti con LES. I ricercatori hanno preso in esame le cartelle cliniche di un campione di pazienti afferenti alla struttura, esplorando la presenza di riferimenti a deficit cognitivi, depressione, ansia, psicosi o altri disturbi psichiatrici associati.
Uno degli aspetti più interessanti di questa indagine risiede nel tentativo di correlare la severità delle disfunzioni cognitive con l’attività di malattia del Lupus (ad esempio, livelli di anticorpi anti-dsDNA, punteggi di attività clinica come l’SLEDAI e così via). In molti soggetti, infatti, i sintomi neuropsichiatrici sembrano intensificarsi durante le fasi di riacutizzazione della patologia, suggerendo un legame tra l’infiammazione sistemica e le alterazioni cerebrali.
Il peso dell’infiammazione: perché il Lupus “colpisce” anche la mente?
Per comprendere meglio il fenomeno, occorre ricordare la natura autoimmune del LES. In questa condizione, il sistema immunitario del paziente produce anticorpi che, invece di attaccare soltanto gli agenti patogeni esterni, finiscono per aggredire gli stessi tessuti dell’organismo. Questi “autoanticorpi” possono raggiungere anche il cervello, innescando una cascata di eventi infiammatori e vascolari. Si ipotizza che l’infiammazione cronica e i fenomeni microvascolari (come la vasculite, ovvero l’infiammazione dei piccoli vasi) possano essere alla base di quelle “piccole lesioni” cerebrali che, sommate nel tempo, determinano alterazioni cognitive.
Nel mondo medico si usa il termine “Neuropsychiatric SLE” (o NPSLE) per definire l’insieme di sintomi neurologici e psichiatrici direttamente correlati all’attività di malattia del lupus. Da un punto di vista pratico, questo si traduce in una vasta gamma di manifestazioni: disturbi d’ansia, umore depresso, disturbi della personalità e, nei casi più estremi, episodi psicotici. Non è un caso che lo studio di Knight e colleghi abbia posto particolare enfasi sul rilevare la presenza di ansia, depressione e problematiche di tipo cognitivo, cercando di stabilire se sussistesse una correlazione fra l’entità di questi disturbi e la gravità del LES.
Un elemento importante che emerge dalla letteratura è il ruolo delle citochine – sostanze chimiche prodotte dal sistema immunitario che modulano la risposta infiammatoria. Citochine pro-infiammatorie come TNF-α, IL-6 e IL-1β possono “alterare” il microambiente cerebrale, favorendo stati di neuroinfiammazione capaci di impattare negativamente su attenzione, memoria e concentrazione. Alcuni studi (anche al di fuori del lavoro di Knight, ElBagir e Costenbader) suggeriscono che la riduzione dei livelli di attività infiammatoria mediante farmaci immunosoppressivi possa migliorare parallelamente i sintomi cognitivi e psichiatrici, corroborando l’idea di una solida connessione tra processo autoimmune e manifestazioni neuropsichiche.
Talvolta, quando si parla di “cognitive dysfunction” in medicina, si rischia di usare terminologie che suonano fredde e distanti. Ma è importante sottolineare l’impatto molto concreto che tali difficoltà possono avere nella vita quotidiana. Immaginiamo una persona che, fino a poco tempo prima, era abituata a svolgere un lavoro d’ufficio dinamico, a gestire scadenze e relazioni lavorative con efficienza. Se, progressivamente, questa persona inizia a notare di non ricordare più appuntamenti importanti, di avere difficoltà a memorizzare conversazioni o a portare avanti compiti complessi, ecco che la sua autostima potrebbe essere messa a dura prova.
Molti pazienti affetti da LES riferiscono un senso di “nebbia mentale” (in inglese “brain fog”), come se avessero un velo che li separa dalla consueta lucidità. Nel contesto familiare, ciò può tradursi in tensioni o incomprensioni: il coniuge può trovarsi improvvisamente a dover gestire compiti o responsabilità che prima appartenevano all’altra persona, generando stress, frustrazione e perfino senso di colpa.
Emerge qui l’importanza di un approccio clinico che non si limiti ad analizzare dati di laboratorio e punteggi di malattia, ma che tenga conto del vissuto soggettivo di ciascun paziente. In molti casi, un supporto psicologico o un percorso di riabilitazione cognitiva può fare la differenza, aiutando la persona a sviluppare strategie di compensazione e a sentire che la sua situazione non è irrecuperabile, ma può essere gestita in modo costruttivo.
Lo studio di Knight, ElBagir e Costenbader: metodologia e risultati principali
Per entrare più nel vivo dei risultati, vale la pena descrivere, almeno a grandi linee, l’approccio metodologico seguito dai ricercatori. Knight, ElBagir e Costenbader hanno preso in esame un campione di pazienti con diagnosi di LES, seguiti nel corso degli anni presso un centro di riferimento terziario. Hanno selezionato le cartelle cliniche che presentavano riferimenti a disturbi cognitivi o psichiatrici, registrando parametri quali:
- Età, sesso, durata di malattia.
- Eventuali punteggi di attività del LES (es. SLEDAI).
- Esiti di test neuropsicologici, quando disponibili.
- Presenza di farmaci specifici (corticosteroidi, immunosoppressori, antipsicotici, antidepressivi).
- Eventuali diagnosi psichiatriche formali (depressione maggiore, disturbo d’ansia, psicosi, disturbo bipolare, ecc.).
Essendo uno studio retrospettivo, i ricercatori hanno dovuto fare i conti con i limiti intrinseci di questa modalità di indagine, per cui non è stato possibile stabilire un nesso di causalità certo o un timeline perfettamente dettagliato di quando e come ciascun sintomo si sia manifestato. Ciononostante, i dati raccolti hanno indicato una consistente percentuale di pazienti con problemi cognitivi e/o psichiatrici rilevanti, spesso correlati a un più alto livello di attività di malattia sistemica.
Inoltre, lo studio ha sottolineato come la presenza di disturbi cognitivi o psichiatrici si accompagnasse a una peggiore qualità di vita percepita, con impatti negativi sulla sfera lavorativa e personale. Il trattamento con farmaci immunosoppressivi, combinato eventualmente con terapie psicofarmacologiche (come antidepressivi o antipsicotici), ha mostrato di poter fornire un miglioramento clinico, sebbene permangano variabili individuali importanti.
Il legame tra disfunzioni cognitive e psicosi
Un passaggio cruciale che emerge dal lavoro di Knight e colleghi riguarda la possibilità che, in alcuni pazienti, i deficit cognitivi possano precedere o accompagnare forme più severe di manifestazioni neuropsichiatriche, come la psicosi. Quest’ultima, pur essendo meno comune rispetto alla depressione o all’ansia, rappresenta un segnale di coinvolgimento grave del sistema nervoso centrale. L’infiammazione e gli autoanticorpi possono, infatti, alterare funzioni cerebrali più complesse, sfociando in sintomi allucinatori o deliranti.
Per i pazienti, trovarsi a vivere un episodio psicotico può essere estremamente destabilizzante: “Non ero più io,” racconta Anna (nome di fantasia), una paziente che ha condiviso la sua esperienza sul forum di un’associazione di malati di LES. “Vedevo e sentivo cose che sapevo non essere reali, eppure non riuscivo a uscirne. La confusione e la paura erano così forti da paralizzarmi.” Storie come quella di Anna offrono una dimensione umana al dato clinico, ricordandoci che dietro le percentuali e le sigle mediche ci sono vite reali, con emozioni complesse e bisogni individuali.
Il peso dei fattori psicosociali: perché l’empatia conta
Spesso, quando si discute di disfunzioni cognitive e manifestazioni psichiatriche nel LES, ci si concentra quasi esclusivamente sugli aspetti biologici. Knight, ElBagir e Costenbader nel loro studio hanno evidenziato quanto sia imprescindibile valutare anche i fattori psicosociali. Un paziente con Lupus che sperimenta dolore cronico, spossatezza, limitazioni nelle attività quotidiane, e che magari deve far fronte a ricoveri o visite specialistiche frequenti, può sviluppare un senso di isolamento o ansia costante.
A questo si aggiunge spesso la mancanza di comprensione da parte di chi non conosce la malattia, compresi amici o colleghi di lavoro. Le frasi come “Ma se all’apparenza stai bene, perché dici di sentirti così stanco?” possono accentuare il senso di frustrazione e di solitudine del paziente. In un simile contesto, il rischio che eventuali deficit cognitivi passino inosservati o vengano sottovalutati è alto, peggiorando la situazione complessiva.
È qui che entra in gioco l’empatia: un team medico multidisciplinare (reumatologo, neurologo, psichiatra, psicologo) capace di ascoltare attivamente il paziente, di validarne le sensazioni e di offrire un sostegno concreto, può fare la differenza tra un percorso vissuto con solitudine e uno in cui il paziente si sente accompagnato e compreso.
Strategie di intervento: cosa possiamo fare?
Lo studio retrospettivo di Knight et al. non fornisce linee guida operative univoche, ma contribuisce a confermare quanto già emerso in altre ricerche su Lupus e manifestazioni neuropsichiatriche. Alcuni punti chiave da sottolineare:
- Monitoraggio costante dell’attività di malattia: il mantenimento di un buon controllo del LES (riducendo al minimo le riacutizzazioni) sembra correlarsi a una minore intensità dei sintomi cognitivi e psichiatrici. Farmaci immunosoppressivi e corticosteroidi possono aiutare a frenare l’infiammazione, anche se vanno maneggiati con cautela per i possibili effetti collaterali (ad esempio, alti dosaggi di steroidi possono a loro volta influenzare l’umore).
- Valutazione neuropsicologica periodica: specialmente in pazienti che iniziano a riferire problemi di memoria o concentrazione, l’esecuzione di test neuropsicologici standardizzati può identificare precocemente i deficit e consentire l’avvio di percorsi di riabilitazione cognitiva.
- Supporto psichiatrico e psicologico: se emergono depressione, ansia, disturbi del sonno o sintomi psicotici, la collaborazione con uno psichiatra è fondamentale. In alcune situazioni, l’uso di antidepressivi o antipsicotici può stabilizzare la sintomatologia, migliorando anche l’aderenza alla terapia reumatologica.
- Riabilitazione cognitiva e strategie compensative: tecniche di “memory training”, esercizi di attenzione e l’uso di strumenti pratici (agenda, note su smartphone, reminder) possono mitigare le difficoltà nella vita di tutti i giorni. In alcuni ospedali esistono percorsi strutturati di riabilitazione, gestiti da neuropsicologi.
- Educazione del paziente e dei familiari: spiegare in modo semplice e chiaro che le manifestazioni cognitive e psichiatriche fanno parte del quadro del LES, e non sono “colpe” del paziente, aiuta a creare un ambiente di comprensione e sostegno. I familiari, se adeguatamente formati, possono contribuire a riconoscere precocemente segni di peggioramento e a facilitare la comunicazione con i medici.
Limiti dello studio e prospettive future
È doveroso sottolineare che lo studio di Knight, ElBagir e Costenbader presenta alcuni limiti tipici delle ricerche retrospettive. Tra questi, spicca l’eterogeneità della documentazione clinica disponibile: non tutti i pazienti avevano svolto gli stessi test neuropsicologici, e non sempre era possibile distinguere nettamente i sintomi primari del LES da altri fattori confondenti (ad esempio l’uso di farmaci steroidei ad alte dosi, che possono influire sull’umore e sulla lucidità mentale).
Tuttavia, i risultati restano significativi in quanto confermano la frequente coesistenza di disturbi cognitivi e manifestazioni psichiatriche nei pazienti con Lupus, ribadendo la necessità di un approccio integrato e multidisciplinare. Dal punto di vista della ricerca futura, sarebbe auspicabile:
- Progettare studi prospettici su larga scala, in cui pazienti con diagnosi di LES vengano seguiti nel tempo con valutazioni periodiche standardizzate (test cognitivi, questionari sulla qualità di vita, esami di imaging cerebrale, ecc.).
- Approfondire l’efficacia di interventi specifici, come la riabilitazione cognitiva e la psicoterapia di sostegno, misurandone l’impatto sul funzionamento quotidiano e sui livelli di attività di malattia.
- Investigare ulteriormente il ruolo dei biomarcatori (autoanticorpi, citochine, fattori genetici) nel predire l’insorgenza di disturbi cognitivi e psichiatrici, così da poter identificare i soggetti a più alto rischio e intervenire in modo preventivo.
La prospettiva dei pazienti LES: storie di resilienza
Spesso, la lettura di dati clinici e statistiche lascia in secondo piano la dimensione personale e umana della malattia. Eppure, ascoltare le testimonianze di chi vive in prima persona con il LES può risultare illuminante. Molti pazienti descrivono un percorso fatto di alti e bassi, in cui periodi di relativo benessere si alternano a momenti di riacutizzazione e di peggioramento cognitivo o psichico.
Anna, di cui abbiamo parlato precedentemente, spiega come abbia imparato ad accettare la propria “nebbia mentale” chiedendo aiuto ai familiari e al proprio medico: “Ho iniziato a tenere un diario giornaliero, annotando quando mi sentivo particolarmente confusa o affaticata mentalmente. Poi ne ho parlato in dettaglio con il mio reumatologo e con una psicologa. Scoprire che non ero sola e che esistono esercizi specifici per migliorare la memoria e l’attenzione mi ha dato tanta speranza.”
Un altro paziente, Marco (nome di fantasia), racconta invece di aver avuto difficoltà nel gestire episodi di depressione profonda: “All’inizio pensavo di dover essere ‘forte’ e di poter affrontare tutto da solo. Ma la verità è che la depressione correlata al Lupus non è una debolezza caratteriale: ha basi anche biologiche, e serve un approccio medico mirato. Prendere antidepressivi, all’inizio, mi sembrava un fallimento, ma poi ho capito che poteva essere un passo verso la stabilità.” La sua storia evidenzia quanto le componenti emotive e biologiche possano intrecciarsi, e quanto sia importante un sostegno multidisciplinare che integri la terapia farmacologica con il supporto psicologico e sociale.
La disfunzione cognitiva e le manifestazioni psichiatriche nel Lupus non sono soltanto numeri e percentuali: rappresentano uno spaccato di vita vissuta, di complessità clinica e umana che richiede comprensione e un approccio globale. Lo studio retrospettivo condotto da Knight, ElBagir e Costenbader, pur con i limiti di un’indagine basata su cartelle cliniche passate, getta luce su aspetti cruciali per la gestione dei pazienti con LES, ricordandoci che il cervello e la mente possono essere colpiti tanto quanto le articolazioni o i reni.
Dal punto di vista del paziente, è fondamentale sapere che i sintomi cognitivi o psichiatrici non sono un segnale di “debolezza” o di “semplice stress”, ma fanno parte del quadro sistemico del Lupus. Riconoscerlo può aiutare a chiedere aiuto per tempo, rivolgendosi ai professionisti più adatti (reumatologi, psicologi, psichiatri), e a costruire una rete di sostegno basata su familiari, amici e associazioni di pazienti. A livello medico, gli specialisti dovrebbero essere pronti a cogliere i segnali di disagio cognitivo e psichico, integrando eventuali test neuropsicologici e una valutazione psichiatrica nella routine di follow-up del LES.
Non bisogna dimenticare che la ricerca sta facendo passi avanti, sia nello sviluppo di farmaci immunomodulatori (come alcuni biologici introdotti negli ultimi anni) sia nella messa a punto di strategie non farmacologiche (dalla riabilitazione cognitiva alla psicoterapia).
Nel frattempo, è importante continuare a raccontare le storie di chi vive quotidianamente con questi sintomi, dando voce alle loro paure, ma anche alla loro resilienza. Solo unendo l’evidenza scientifica alla dimensione empatica si potrà costruire una medicina in grado di prendersi cura non solo degli organi, ma anche delle menti e dei cuori delle persone che affrontano, con coraggio, il viaggio non sempre semplice all’interno del mondo del LES.
Medico specialista in psichiatria, psicoterapeuta e psicoanalista, Fondatore e Direttore della Scuola Superiore in Counseling Filosofico e del Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia e Psichiatria.
Ha iniziato ad occuparsi di psicoterapia esistenziale e dei rapporti tra psichiatria e filosofia alla fine degli anni 80, subito dopo la laurea in medicina e chirurgia.
Nel 1998 ha fondato la Scuola Italiana di Psicoterapia Esistenziale (SIPE) e nel 2007 l’Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia, Psichiatria (ISFIPP) di cui è attualmente direttore.
Ha studiato e si è perfezionato a Zurigo, Ginevra, Parigi, New York, Boston, Los Angeles.
È autore di una ventina di libri e di un centinaio di articoli su riviste nazionali ed internazionali nel campo della psichiatria, della psicologia e della filosofia.









