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Stalking: verità, mistificazione e psicopatologia

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Lo stalking è una manifestazione relazionale patologica che travalica i confini della comunicazione affettiva e dell’interazione sociale per divenire un comportamento persecutorio, la cui valutazione e gestione richiedono strumenti specialistici e un’attenta integrazione tra psicopatologia, criminologia clinica e giurisprudenza.

Studi internazionali sul fenomeno delle denunce false per stalking documentano che circa l’25,5% dei casi denunciati e risultato falso e tra questi il 70% era associato a soggetti con deliri persecutori o disturbi psicotici (Sheridan e Blaauw, 2004)

Anche se le percentuali variano tra paese e paese, la ricerca internazionale suggerisce che una non trascurabile quota di denunce di stalking è falsa (tra il 7% e l’25,5%), spesso correlata a psicopatologie di tipo delirante.

Stalking come psicopatologia della presunta vittima

Lo stalking come espressione di un delirio di persecuzione rappresenta una problematica clinica di particolare complessità, in quanto sovverte il consueto schema vittima-persecutore: la persona che si percepisce come vittima può, in realtà, essere portatrice di una psicopatologia delirante che la induce a interpretare erroneamente comportamenti neutri o non intenzionali come minacciosi, intrusivi o ossessivi. In questi casi, l’attribuzione di condotte persecutorie allo “stalker” è frutto di una distorsione della realtà, sostenuta da convinzioni incrollabili e non emendabili con l’argomentazione logica.

Il delirio di persecuzione è una delle forme più comuni di delirio in ambito psichiatrico. È definito come una convinzione falsa, incrollabile e non condivisibile secondo cui l’individuo è oggetto di danneggiamento, sorveglianza o aggressione da parte di altri. Esso può presentarsi in varie condizioni psicopatologiche, tra cui:

  • Disturbo delirante di tipo persecutorio;
  • Schizofrenia paranoide;
  • Disturbi affettivi con sintomi psicotici;
  • Disturbi paranoidi di personalità.

A fianco del delirio di persecuzione, si riscontra frequentemente il delirio di riferimento, ovvero la convinzione che segnali ambientali neutri (come sguardi, parole, gesti, rumori, oggetti) siano riferiti direttamente alla persona, con intento comunicativo, minaccioso o denigratorio.

Queste configurazioni deliranti modificano profondamente il vissuto del paziente, che si sente costantemente osservato, giudicato, deriso, spiato, perseguitato. La mente dell’individuo è colonizzata da una narrazione paranoica coerente e autosufficiente, che interpreta qualsiasi stimolo in funzione della trama persecutoria costruita.

Nel contesto clinico, si definisce “stalking percepito” (Meloy, 2001) quella situazione in cui una persona ritiene erroneamente di essere vittima di stalking, pur in assenza di evidenze comportamentali oggettive da parte del presunto persecutore. Tale percezione è sostenuta da un quadro delirante strutturato, che trasforma interazioni banali, coincidenze, segnali neutri o gesti involontari in elementi di una persecuzione sistematica.

In queste circostanze, la costruzione di un persecutore esterno (il presunto stalker) rappresenta per il paziente una spiegazione delle sue angosce; un tentativo di esternare il conflitto interno; una difesa contro l’integrazione di parti di sé minacciose o disorganizzate.

È frequente che il soggetto con delirio persecutorio si rivolga alle autorità, ai media o ad altri interlocutori per denunciare presunte persecuzioni, costruendo una narrativa coerente, apparentemente logica, ma fondata su assunti falsati. Tale condotta può includere querele, denunce, lettere, appelli pubblici, e coinvolgere in modo ingiustificato individui del tutto ignari o marginalmente coinvolti.

Il soggetto accusato, in realtà non persecutore, si trova a essere involontariamente collocato nel ruolo di “stalker”, subendo conseguenze psicologiche, sociali e legali potenzialmente gravi quali:

  • isolamento sociale o sospetto da parte della comunità;
  • danni reputazionali e professionali; procedimenti legali infondati;
  • esposizione mediatica distorta;
  • disturbi psicologici reattivi, come ansia, disturbi del sonno, sintomi depressivi o da stress.

Tale fenomeno configura ciò che in letteratura è noto come false accusation of stalking (Purcell et al., 2004). Gli autori sottolineano che le accuse infondate, sorrette da convinzioni deliranti, hanno una rilevanza clinica specifica e dovrebbero essere chiaramente distinte dalle denunce autentiche. Ma la domanda che pongono è cruciale: se non lo sono, se non si dà importanza a differenziarle, cosa accade? Quali sono le conseguenze, anche sul piano umano e giudiziario?

Inoltre, l’insistenza nel percepirsi vittima di stalking può costituire un sintomo di esordio o riacutizzazione di una psicosis latente, che richiede diagnosi differenziale accurata e intervento tempestivo.

Per distinguere uno stalking reale da una percezione delirante di stalking, è fondamentale ricorrere a una valutazione clinica accurata, che tenga conto di: assenza di evidenze comportamentali oggettive da parte del presunto stalker; presenza di interpretazioni idiosincratiche, bizzarre o sproporzionate dei comportamenti altrui; persistenza della convinzione persecutoria nonostante le smentite razionali; storia psichiatrica del soggetto denunciante, incluse eventuali diagnosi precedenti di disturbo psicotico o tratti paranoidi.

IL trattamento della persona con delirio di persecuzione che accusa un altro soggetto di stalking prevede un approccio multimodale che comprende un intervento farmacologico antipsicotico, associato a psicoterapia di sostegno o cognitivo-comportamentale, con particolare attenzione alla gestione delle convinzioni persecutorie. È un necessario infine un attento monitoraggio del rischio di comportamenti aggressivi verso il presunto persecutore, che può diventare bersaglio di azioni ritorsive.

Lo stalking come sintomo di un delirio di persecuzione o di riferimento rappresenta una sfida clinica e forense delicata, in cui è necessario ribaltare lo schema vittima-persecutore e riconoscere che, in alcuni casi, colui che accusa è in realtà portatore di una sofferenza psicotica, e colui che è accusato diviene, suo malgrado, oggetto di una costruzione delirante. Il reconoscimento di questa dinamica è fondamentale per evitare diagnosi erronee, trattamenti inadeguati e, soprattutto, per prevenire forme gravi di vittimizzazione secondaria e di ingiustizia sociale.

Bibliografia essenziale

  • Meloy, J.R. (2001). The psychology of stalking: Clinical and forensic perspectives. Academic Press.
  • Purcell, R., Pathé, M., Mullen, P. E. (2004). False allegations of stalking. British Journal of Psychiatry, 184, 110–115.
  • American Psychiatric Association (2022). DSM-5-TR. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Raffaello Cortina Editore.

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Lodovico Berra, Psichiatra, Psicoterapeuta, Psicoanalista, Direttore SSCF & ISFIPP

Medico specialista in psichiatria, psicoterapeuta e psicoanalista, Fondatore e Direttore della Scuola Superiore in Counseling Filosofico e del Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia e Psichiatria.
Ha iniziato ad occuparsi di psicoterapia esistenziale e dei rapporti tra psichiatria e filosofia alla fine degli anni 80, subito dopo la laurea in medicina e chirurgia.
Nel 1998 ha fondato la Scuola Italiana di Psicoterapia Esistenziale (SIPE) e nel 2007 l’Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia, Psichiatria (ISFIPP) di cui è attualmente direttore.
Ha studiato e si è perfezionato a Zurigo, Ginevra, Parigi, New York, Boston, Los Angeles.
È autore di una ventina di libri e di un centinaio di articoli su riviste nazionali ed internazionali nel campo della psichiatria, della psicologia e della filosofia.


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