In questo articolo
- Introduzione: quando il pensiero diventa voce
- Il sintomo non nemico, ma messaggero
- Il corpo vissuto nell’anoressia: dal Leib al Körper
- La voce anoressica come Ich-Monolog
- La Voce della Coscienza: un’eco heideggeriana inquietante
- I limiti dell’approccio sintomatico: il caso della CBT-E
- Un caso clinico esemplificativo
- La cura esistenziale: ritessere il senso
- Integrazione, non esclusione
- Conclusione: ascoltare la voce per ascoltare l’esistenza
- Riferimenti bibliografici
La voce anoressica Una lettura esistenziale del sintomo anoressico
Introduzione: quando il pensiero diventa voce
Nella pratica clinica con pazienti affette da anoressia nervosa, capita con crescente frequenza di ascoltare descrizioni che vanno oltre il semplice pensiero disfunzionale. Le pazienti non riferiscono soltanto preoccupazioni per il peso, paure legate al cibo o convinzioni rigide sul proprio corpo; raccontano di una “voce” che guida, ordina, giudica, punisce e, talvolta, conforta. Una voce che sembra possedere un’identità propria, un tono caratteristico, una logica interna coerente.
Questa esperienza, nota in letteratura come “anorexic voice” (AV), rappresenta oggi uno dei costrutti più studiati e clinicamente rilevanti nel campo dei disturbi alimentari. Gli studi pubblicati tra il 2024 e il 2025 hanno progressivamente ridefinito il modo in cui concepiamo questo fenomeno, spostando l’attenzione dal piano cognitivo a una prospettiva dialogica, relazionale e identitaria.
Questa evoluzione teorica, tuttavia, non rappresenta una vera novità per chi si muove nell’orizzonte dell’analisi esistenziale. La fenomenologia clinica aveva già descritto, con grande precisione, fenomeni analoghi: voci interne che giudicano e comandano, presenze soggettive non riconosciute come proprie, scissioni dell’identità, forme di “Io senza Altro. L’anoressia, in questa prospettiva, non è mai stata un semplice disturbo del comportamento alimentare, ma una modalità specifica di essere-nel-mondo, un’esistenza che si esprime attraverso il corpo e il suo rifiuto.
Comprendere la voce anoressica significa allora non semplicemente identificare un sintomo da ridurre, ma ascoltare un messaggio sull’esistenza di chi soffre — e sull’esistenza in quanto tale.
Il sintomo non nemico, ma messaggero
Nell’orizzonte dell’analisi esistenziale, il sintomo non viene concepito come un’anomalia da eliminare, ma come espressione di un’interruzione o distorsione nel modo di essere-nel-mondo. Come sottolineano Binswanger e Boss, il sintomo custodisce un sapere implicito: è il modo in cui l’esistenza si manifesta quando perde contatto con le sue possibilità autentiche.
Questa prospettiva capovolge radicalmente l’approccio sintomatico-comportamentale che domina larga parte della psichiatria contemporanea. Laddove i modelli medici tendono a considerare il disturbo come disfunzione da correggere, l’analisi esistenziale lo interroga come forma di verità. La sofferenza non è un errore di sistema; è una crisi del progetto esistenziale, un blocco nel fluire delle possibilità, una perdita di senso o di orientamento.
Applicato all’anoressia, questo capovolgimento produce conseguenze cliniche profonde. La restrizione alimentare, il calo ponderale, l’ossessione per il peso non sono primariamente comportamenti da modificare, ma espressioni di una trasformazione profonda dell’esperienza del corpo e del rapporto del soggetto con il proprio essere-nel-mondo. E la voce anoressica, lungi dall’essere un pensiero automatico da ristrutturare, è una delle manifestazioni più eloquenti di questa trasformazione.
Il corpo vissuto nell’anoressia: dal Leib al Körper
Per comprendere la voce anoressica bisogna prima comprendere il rapporto che la paziente ha con il proprio corpo. E qui la fenomenologia offre strumenti insostituibili. Husserl ha distinto il Leib — il corpo vissuto, soggettivo, medium trasparente dell’esistenza — dal Körper — il corpo-oggetto, misurabile, osservabile dall’esterno. Nell’esperienza ordinaria queste due dimensioni coesistono in equilibrio: il corpo è insieme ciò che siamo e ciò che abbiamo.
Nell’anoressia questo equilibrio si incrina radicalmente. Il corpo vissuto cessa di essere trasparente e diventa opaco, estraneo, talvolta persecutorio. Se il corpo è il nostro mezzo generale per avere un mondo, nell’anoressia questa funzione si interrompe. Il corpo non è più vissuto come soglia verso il mondo, ma come limite, peso, ostacolo alla realizzazione di sé. Il soggetto anoressico tende a oggettivare il proprio corpo, a considerarlo come qualcosa da dominare, ridurre o cancellare. Si assiste a una disincarnazione progressiva, a un tentativo di separarsi dalla propria materialità, vissuta come indegna, ingombrante.
Ludwig Binswanger (1965) ha sottolineato che i disturbi alimentari, e in particolare l’anoressia, vadano intesi come tentativi esistenziali di costruzione dell’identità. Il corpo diventa il luogo concreto in cui si esprime un progetto ontologico di controllo e di affermazione, ma anche di negazione del sé. Il rifiuto del cibo non è solo rifiuto dell’alimentazione biologica, è anche il rifiuto simbolico della dipendenza e della passività. In questa illusione di libertà si cela un vincolo profondo, una coazione che trasforma il corpo in teatro del dolore e della colpa. Il soggetto anoressico sperimenta un senso di colpa primordiale legato all’esserci, al semplice fatto di occupare spazio, di desiderare, di esistere.
Un altro elemento centrale nella fenomenologia dell’anoressia è la tematizzazione del corpo come visibilità, come oggetto dello sguardo altrui. Sartre, ne L’essere e il nulla, descrive il momento in cui la coscienza si scopre corpo attraverso lo sguardo dell’altro. Nell’anoressia questo sguardo diventa insostenibile, carico di giudizio reale o immaginato. Il soggetto si percepisce continuamente osservato, pesato, misurato. Il desiderio di sparire è così il correlato di un essere troppo visibile, di un essere intrappolati nello sguardo dell’altro.
Blankenburg (1971) ha analizzato l’anoressia come espressione di una “perdita dell’evidenza naturale”, ovvero della capacità di orientarsi nel mondo in modo spontaneo. Il tempo vissuto si contrae, il futuro viene sospeso, il presente è abitato da rituali ripetitivi. Ogni variazione di grammo assume un significato esistenziale sproporzionato, legato alla colpa, al controllo o alla disintegrazione del sé.
È all’interno di questa radicale trasformazione dell’esistenza — del corpo, dello sguardo, del tempo — che dobbiamo collocare la voce anoressica. Essa non è un epifenomeno cognitivo: è la manifestazione verbale di un’intera struttura dell’essere.
La voce anoressica come Ich-Monolog
Binswanger ha coniato un concetto di straordinaria pregnanza clinica: l’Ich-Monolog, il monologo dell’Io. Con questo termine egli indicava una voce interna totalizzante che esclude ogni autentica apertura all’altro, l’esito di una regressione verso una soggettività autarchica e solipsistica. Il Verfall der Mitwelt, il deterioramento del mondo-condiviso, si accompagna a questa chiusura monologica. L’essere-nel-mondo viene ridotto a una forma chiusa, ripiegata, dominata da un discorso interno che ha perso il suo interlocutore.
La voce anoressica, letta in questa chiave, appare come un Ich-Monolog particolarmente strutturato. Essa occupa progressivamente lo spazio interiore della paziente, sostituendosi al dialogo con l’Altro reale, colonizzando il mondo del Mitsein (con-essere) con un discorso autoreferenziale che si avvita su se stesso. La correlazione tra intensità della voce anoressica e solitudine percepita trova qui la sua spiegazione più profonda: la voce prospera là dove l’Altro si ritira. Diventa, letteralmente, un surrogato monologico dell’intersoggettività perduta.

C’è però qualcosa di ancora più sottile. Gli studi fenomenologici classici hanno descritto, nel caso di voci interne persistenti, l’emergere di ciò che De Clérambault (1927) chiamava una “personalità seconda” — un doppio Io che convive nella stessa coscienza dell’Io primario, sviluppando giudizi autonomi e interferendo con le decisioni della persona. L’individuo si percepisce abitato da una presenza soggettiva interna, dotata di intenzionalità, giudizio, affettività, spesso contraria a quella dell’Io originario. Le formulazioni che le pazienti anoressiche usano per descrivere la propria voce — “Ana che mi comanda”, “la voce che mi giudica ogni boccone” — non sono diverse, nella struttura fenomenologica, da queste descrizioni classiche.
Non si tratta, beninteso, di psicosi. Il confine è netto e clinicamente importante: l’anoressica riconosce la voce come interna al proprio Sé, anche se personificata, e non ha fenomeni di percezione senza oggetto. Ma la struttura dialogica dell’esperienza — una parte del Sé che assume voce, posizione, intenzionalità, e che entra in un rapporto non paritario con il resto della persona — è fenomenologicamente contigua a queste configurazioni studiate dalla psicopatologia fenomenologica classica. Riconoscerlo significa disporre di strumenti concettuali molto più raffinati di quelli offerti dalla semplice categoria di “pensiero automatico disfunzionale”.
La Voce della Coscienza: un’eco heideggeriana inquietante
C’è un passaggio heideggeriano che, letto alla luce della clinica anoressica, apre una prospettiva inaspettata. In Essere e Tempo, Heidegger descrive la Voce della Coscienza (Stimme des Gewissens) come una chiamata che risveglia l’Esserci dalla sua dispersione nel Si-anonimo e lo richiama al poter-essere autentico. Chi chiama risulta poco familiare al Si-stesso quotidiano e appare inizialmente come una voce estranea, anche se il chiamante è in realtà l’Esserci stesso, chiamato a destarsi al suo proprio poter-essere autentico. L’Esserci è contemporaneamente il chiamante e il chiamato.
Questa descrizione presenta una somiglianza strutturale impressionante con l’esperienza della voce anoressica: una voce che sembra venire da altrove ma in realtà viene dal Sé, una voce estranea e insieme intimamente propria, una chiamata che si accompagna al sentimento dell’angoscia. Ma qui la somiglianza si incrina e si rovescia in contraddizione radicale.
La Voce della Coscienza heideggeriana chiama all’autenticità, apre all’essere-per-la-morte, libera dall’inautenticità del Si. La voce anoressica, al contrario, chiama a una forma di inautenticità estrema, mascherata da autenticità: promette identità, controllo, purezza, ma costruisce una prigione solipsistica. Offre una *falsa voce della coscienza* che si traveste da liberazione ma produce schiavitù.
Molte pazienti descrivono la voce anoressica come ciò che “le ha salvate”, che dà loro “senso”, che le rende “qualcuno”. Percepiscono la voce come autentica chiamata del loro vero Sé. E in un certo senso lo è — nel senso che è prodotta dal loro stesso Esserci. Ma è una chiamata che devia verso la chiusura, non verso l’apertura; verso il congelamento del tempo, non verso l’anticipazione del poter-essere; verso la dissoluzione del corpo, non verso l’incarnazione dell’esistenza. Il lavoro terapeutico, allora, non è tanto “zittire la voce” quanto aiutare la paziente a distinguere tra la falsa chiamata della voce anoressica e l’autentica chiamata della propria coscienza — quella che l’anoressia ha sepolto.
I limiti dell’approccio sintomatico: il caso della CBT-E
Le evidenze empiriche recenti offrono un riscontro sorprendente a queste intuizioni teoriche. La Terapia Cognitivo-Comportamentale Enhanced (CBT-E), storicamente considerata trattamento di prima linea per i disturbi alimentari, mostra oggi limiti che la sola dimensione tecnica non basta a spiegare.
Una sintesi di quattro meta-analisi pubblicate tra il 2024 e il 2025 ha concluso che l’evidenza a sostegno dell’efficacia della CBT per i disturbi alimentari rimane “mixed and limited”, in particolare per l’anoressia nervosa, dove i trial randomizzati di alta qualità scarseggiano. La meta-analisi di de Rijk e colleghi (2024) sull’ International Journal of Eating Disorders ha documentato un tasso medio di ricaduta del 37% in un follow-up medio di 31 mesi, con picchi fino al 52% in altri studi. Anche nei casi in cui la CBT-E ottiene recupero ponderale e riduzione della sintomatologia alimentare nella fase acuta, una porzione significativa di pazienti ricade nel disturbo entro due-tre anni, con massimo rischio nel primo anno dopo la dimissione. Inoltre, negli studi comparativi, la CBT-E non si è dimostrata significativamente più efficace di altre psicoterapie
In questo contesto la lettura esistenziale offre una risposta che i modelli cognitivi non possono formulare. La CBT-E si concentra sui meccanismi di mantenimento cognitivi — sopravvalutazione di peso e forma, perfezionismo clinico, bassa autostima nucleare — e lavora per ristrutturarli. Ma quando il nucleo psicopatologico è un’intera modalità di essere-nel-mondo, quando la voce anoressica è un Ich-Monolog strutturato con funzione identitaria, quando il corpo è diventato Körper opaco e il mondo si è contratto nello spazio interno, la ristrutturazione cognitiva opera inevitabilmente in superficie. La paziente può riconoscere razionalmente che la voce “dice cose sbagliate” e nondimeno continuare a obbedirle, perché la voce non è un errore di pensiero da correggere: è una parte di sé che svolge una funzione esistenziale. Attaccarla frontalmente significa, per molte pazienti, sentirsi attaccate nella propria identità — con conseguente aumento della resistenza, del drop-out e delle ricadute.
Come scriveva Jaspers, ogni costruzione teorica è una violenza sulla realtà vissuta. I protocolli standardizzati sono strumenti utili, ma diventano violenza quando pretendono di ridurre l’esistenza anoressica a una somma di comportamenti da modificare. L’uomo non è un insieme di sintomi, non è una diagnosi: è un’esistenza che si interroga, che soffre, che progetta. L’anoressia non sfugge a questa verità.
Un caso clinico esemplificativo
Per rendere più concreto quanto finora delineato, consideriamo un caso clinica esemplificativo.
Giulia ha 22 anni e soffre di anoressia nervosa da sei anni. Nei primi colloqui descrive la sua esperienza in termini cognitivi: “penso sempre al cibo”, “ho paura di ingrassare”. Con il procedere del lavoro terapeutico, emerge una descrizione diversa: “C’è una voce. La chiamo Ana. Mi parla dal mattino alla sera. Mi dice quanto valgo in base a cosa ho mangiato. Se mangio quello che mi ha detto lei, sono brava. Se sgarro, mi punisce con pensieri orribili, mi tiene sveglia la notte. Ma se me la togliessero, chi sarei? Ana è l’unica cosa che mi fa sentire qualcuno.”
In questa descrizione troviamo condensati tutti i temi fin qui discussi. La personificazione (Ana ha un nome). L’autonomia percepita (ha una volontà propria). Il carattere moralizzante della voce, che giudica in termini di merito e colpa. La funzione identitaria: “chi sarei senza di lei?” — precisamente quel punto in cui la voce si sostituisce al Sé autentico, diventando falsa voce della coscienza. La dimensione dell’Ich-Monolog: Ana parla sempre, occupa tutto lo spazio interno, non lascia posto all’Altro. E l’ambivalenza costitutiva: Ana è nemica e alleata, tormento e identità.
Un approccio meramente sintomatico chiederebbe a Giulia di “sfidare” Ana, di “ristrutturare” i suoi messaggi, di riconoscere che sono “pensieri irrazionali”. Ma per Giulia, Ana non è irrazionale: è la sua storia, la sua identità, il suo rapporto con il mondo. Un approccio esistenziale invece non chiede a Giulia di combattere Ana, ma di comprendere cosa Ana sia venuta a dire, da quale sofferenza, da quale vuoto, da quale impossibilità di essere-con-l’altro si sia generata. Il sintomo è messaggero: bisogna leggerne il messaggio prima di silenziarlo.
La cura esistenziale: ritessere il senso
Se il sintomo anoressico è una modalità dell’essere-nel-mondo, la sua cura non può consistere nella semplice normalizzazione del peso o nel contenimento dei comportamenti restrittivi. Essa richiede una ricostruzione del rapporto tra soggetto e corpo, un ritorno al corpo proprio come luogo abitabile, sentito, pensabile. Come propone Thomas Fuchs (2010), una “riabilitazione fenomenologica della corporeità”, che implica un accompagnamento terapeutico orientato a restituire alla paziente un senso incarnato di sé.
L’approccio esistenziale si configura come un incontro dialogico e incarnato in cui il corpo del terapeuta stesso, nella sua presenza viva, svolge una funzione di contenimento e di rispecchiamento. Non si tratta di parlare del corpo, ma di creare le condizioni perché il corpo possa parlare, ritrovando una forma simbolica e relazionale della propria esistenza. Non si tratta di correggere una voce, ma di ristabilire un dialogo.
L’analista, in questo contesto, funge da “Altro significativo” che non si impone, ma offre una presenza empatica e non minacciosa, tale da riattivare il processo di differenziazione tra Sé e Altro — quella differenziazione che l’Ich-Monolog anoressico ha progressivamente dissolto. Come suggerisce Binswanger nel suo celebre studio su Ellen West, la cura consiste non tanto nel correggere un sintomo, quanto nell’offrire alla persona l’opportunità di riprendere un dialogo con la propria esistenza, interrotta o deviata.
Sul piano operativo questo comporta alcuni orientamenti che distinguono profondamente l’analisi esistenziale dagli approcci sintomatici. Anzitutto, una posizione ontologica del terapeuta. La sofferenza della paziente non viene ridotta a sintomo, ma accolta come parola di un’esistenza che chiede di essere riconosciuta. La terapia diventa uno spazio in cui la paziente può finalmente sperimentare un’alterità non giudicante, un Tu che non minaccia ma sostiene, che non invade ma accompagna. Questo è il contrario esatto della struttura relazionale che la voce anoressica ha colonizzato: una voce che giudica, invade, comanda.
In secondo luogo, un’attitudine ermeneutica verso la voce. La voce anoressica non viene né patologizzata né combattuta: viene interrogata. Cosa dice? Da dove viene? Che funzione svolge? Quale sofferenza custodisce? Quale rifiuto dell’essere-con-l’altro nasconde? Ogni voce anoressica è singolare, e la sua comprensione passa attraverso la storia unica della paziente.
In terzo luogo, un lavoro sul tempo e sulla progettualità. L’anoressia è, come ha mostrato Minkowski, una patologia del tempo vissuto: il futuro sospeso, il presente congelato nei rituali, l’élan vital spento. La cura esistenziale lavora per restituire il tempo all’esperienza, reintegrare il soggetto nel flusso della vita, riaprire la dimensione del poter-essere. Questo non si ottiene con tecniche, ma attraverso la relazione stessa, che introduce nella vita della paziente un’esperienza di continuità, di riconoscimento, di progetto condiviso.
Infine, il rapporto con il corpo come esperienza dialogica. Non si tratta di “educare” la paziente a mangiare correttamente, ma di accompagnarla in un recupero del corpo come Leib, come dimora abitabile, come presenza che non va cancellata ma riabitata. Il lavoro con il corpo, in un setting esistenziale, include la consapevolezza sensoriale, l’attenzione al respiro, il riconoscimento delle emozioni incarnate, la graduale riapertura al contatto.
Integrazione, non esclusione
Sarebbe ingenuo opporre l’analisi esistenziale agli approcci empirico-evidence-based come se si trattasse di una scelta binaria. La realtà clinica è più complessa. Il Körper esiste, e i suoi parametri vanno monitorati: l’esame clinico del corpo (peso, massa muscolare, parametri vitali) costituisce un riferimento imprescindibile, che può smentire o confermare le narrazioni soggettive. Nei casi di grave sottopeso la rinutrizione è priorità assoluta, e nessuna elaborazione esistenziale è possibile in un cervello malnutrito. La farmacoterapia, quando indicata per comorbilità depressive, ansiose o ossessive, va utilizzata — pur riconoscendone i limiti specifici nelle fasi di denutrizione acuta.
Ma questi interventi non sostituiscono il lavoro esistenziale: lo preparano. Ristabilita una soglia minima di sicurezza somatica, si apre lo spazio per il vero lavoro terapeutico, che è lavoro sull’esistenza e sul senso. Anche gli approcci psicoterapeutici più recenti — MANTRA, Compassion Focused Therapy, Internal Family Systems, Mentalization-Based Treatments — contengono intuizioni che convergono verso la prospettiva esistenziale, ciascuno a suo modo. MANTRA riconosce la dimensione identitaria; CFT lavora sulla relazione interna compassionevole; IFS concettualizza la voce come parte protettiva da integrare; la mentalizzazione apre allo spazio interno dialogico. L’analisi esistenziale può dialogare con tutti questi approcci, offrendo loro la cornice antropologica e filosofica che li radica in una visione unitaria dell’essere umano.
Conclusione: ascoltare la voce per ascoltare l’esistenza
La voce anoressica non è un pensiero disfunzionale da correggere. È la manifestazione verbale di un’intera modalità di essere-nel-mondo, un Ich-Monolog che ha sostituito il dialogo con l’Altro, una falsa voce della coscienza che chiama a un’inautenticità mascherata da purezza, un’ombra che abita il corpo vissuto e lo trasforma in Körper da dominare.
Comprenderla in questa luce cambia tutto. Cambia il modo in cui il clinico si pone davanti alla paziente: non come tecnico di un protocollo, ma come interlocutore partecipe di una ricerca di senso. Cambia il modo in cui si legge il sintomo: non come nemico da abbattere, ma come messaggero da ascoltare. Cambia il modo in cui si concepisce la cura: non come normalizzazione comportamentale, ma come ritessitura della trama dialogica dell’esistenza.
I dati empirici sui limiti della CBT-E — tassi di ricaduta elevati, non-superiorità rispetto ad altri approcci, efficacia che si esaurisce nel lungo termine — trovano, nella prospettiva esistenziale, non una semplice critica ma una spiegazione: si colpisce il sintomo mancando l’esistenza che lo genera. Finché non si affronta quella, il sintomo tornerà, sotto la stessa forma o sotto altre.
L’analisi esistenziale non promette guarigioni miracolose né soluzioni rapide. Propone un lavoro lento, esigente, talvolta doloroso, ma necessario. Non riduce la sofferenza a un errore di sistema, non anestetizza troppo in fretta l’angoscia che la paziente porta con sé. Accoglie la voce anoressica come parola di un’esistenza che chiede di essere riconosciuta e, attraverso il riconoscimento, aiuta quella esistenza a riprendere cammino.
Per il clinico che si avvicina alla cura dei disturbi alimentari, questo comporta un cambio di sguardo. Non guardare più alla paziente come caso da trattare, ma come *Esserci* da incontrare. Non misurare solo il peso, ma ascoltare il senso. Non silenziare la voce, ma domandarle: cosa sei venuta a dire? L’anoressia, allora, smette di essere una malattia da sconfiggere e diventa ciò che realmente è: un’esistenza ferita che, attraverso il sintomo, chiede l’accesso alla propria possibilità di essere.
Riferimenti bibliografici
Berra L. (2026). *Analisi Esistenziale. Teoria, pratica e clinica di un approccio filosofico ai problemi della vita*. ISFiPP Edizioni.
Medico specialista in psichiatria, psicoterapeuta e psicoanalista, Fondatore e Direttore della Scuola Superiore in Counseling Filosofico e del Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia e Psichiatria.
Ha iniziato ad occuparsi di psicoterapia esistenziale e dei rapporti tra psichiatria e filosofia alla fine degli anni 80, subito dopo la laurea in medicina e chirurgia.
Nel 1998 ha fondato la Scuola Italiana di Psicoterapia Esistenziale (SIPE) e nel 2007 l’Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia, Psichiatria (ISFIPP) di cui è attualmente direttore.
Ha studiato e si è perfezionato a Zurigo, Ginevra, Parigi, New York, Boston, Los Angeles.
È autore di una ventina di libri e di un centinaio di articoli su riviste nazionali ed internazionali nel campo della psichiatria, della psicologia e della filosofia.





