“Ci si ammala un po’, per non morire.”
Una frase che scuote, che porta con sé tutta la complessità di un’esperienza vissuta al limite tra la sopravvivenza e il desiderio di esistere davvero. I disturbi alimentari non sono solo una questione di cibo o di peso, ma il tentativo disperato di dare forma a un dolore invisibile, di riempire un vuoto esistenziale che altrimenti inghiotte.
Chi soffre di un disturbo alimentare non cerca la malattia, ma un senso. Lo sguardo clinico può analizzare sintomi e diagnosi, ma cosa accade quando si cerca di comprendere l’esperienza soggettiva di chi vive questo dolore? Umberto Galimberti ci ricorda che il cibo, nella bulimia, diventa un modo per combattere l’angoscia del nulla, per riconnettersi con il proprio corpo e, in un certo senso, per restare aggrappati alla vita. Ma come si può trasformare questa lotta in una possibilità di cura autentica?
La pratica filosofica offre una via diversa, un modo di abitare il dolore senza ridurlo a un’etichetta diagnostica, ma riconoscendolo come un’esperienza che merita ascolto e comprensione. Con il suo sguardo fenomenologico, la filosofia accoglie il disagio senza negarlo, aprendosi alla narrazione, al confronto e alla ricerca di significati nuovi. Perché dietro ogni diagnosi c’è una persona, con la sua storia, le sue domande, il suo desiderio di essere vista.
In questo articolo, la Dott.ssa Beatrice Anderlini, Counselor Filosofico SSCF & ISFiPP, approfondisce il ruolo della pratica filosofica nell’accompagnare chi vive i disturbi alimentari, offrendo uno sguardo che restituisce dignità alla sofferenza e apre alla possibilità di una ritrovata meraviglia.
15 marzo Giornata Mondiale del fiocchetto lilla
La pratica filosofica nel vivere il dolore e sperare in una ritrovata meraviglia
“Quando guardo a me prima della malattia mi commuovo nel pensare all’incanto, allo stupore, alla spontaneità con cui mi muovevo. […] Il mio corpo a un certo punto ha cominciato a stringermi troppo, così io l’ho fatto sanguinare. E mi sono infranta. È un attimo ritrovarsi dal palcoscenico della Vita a dietro le sue quinte. Non ho parole per descrivere il mio dolore, un tempo credevo di averle, ma quando dico: “Oggi mi sono sentita male di nuovo”
e mi si chiede ancora: “Perché? Che ti è successo?” o quando all’ospedale su cui troneggiava la targa DISTURBI ALIMENTARI gente è venuta a farmi visita portandomi in regalo dei torroncini, ho capito che non si possono trovare. […]
“Che schifo” ed eccole le due dita in gola e il vomito che trascina con sé pezzi di anima.” Questi pezzi di anima che Chiara Gamberale dona in “Una vita sottile” si rispecchiano in un altro titolo nato dalla mano di Umberto Galimberti: “Paesaggi dell’anima”, paesaggi che sono l’invisibile di un visibile, ma soprattutto paesaggi di un’invisibile che grida silenziosamente di essere visto.
La filosofia come pratica con il suo sguardo fenomenologico, disorientando sguardi abituali e abituati come ricorda Galimberti,
“con il suo sapere che la parola è terapeutica e nella sua ricerca di parole in-audite, quelle che non capita di udire ogni giorno, quelle insolite, inabituali, non corrotte ancora dal logorio dell’abitudine”,
può accogliere con la sua essenza di dolore e meraviglia che le ha dato vita, come diceva Aristotele, chi vive il dolore e spera in una ritrovata meraviglia. Non basta osservare la malattia nella diagnosi, nel decorso e nell’esito perchè la malattia non dimentica l’individuo con i suoi paesaggi dell’anima, non dimentica l’unicità del personale progetto esistenziale mettendolo in sospeso, annientandolo, ne fa dubitare e ne oscura la possibilità, ma allo stesso tempo la malattia fa vivere o forse sarebbe bene scrivere, fa sopravvivere la persona che soffre di disturbi del comportamento alimentare, la fa sentire vista, la fa esistere.
Ed ecco che tornano le parole di Umberto Galimberti:
“Le sensazioni violente provocate dall’assunzione di cibo consentono a un’esistenza evanescente di recuperare sostanza e di riempirsi di gioia, certamente breve, ma intensa, selvaggia, essenziale. Col cibo si combatte l’angoscia del niente e si ripara il vuoto esistenziale ristabilendo il contatto con i propri punti di riferimento corporeo. In un certo senso, come tutte le malattie, anche la bulimia ha un ruolo funzionale, anzi terapeutico: ci si ammala un po’, per non morire.”.

Queste ultime parole risuonano così interrogative nell’essere un Counselor Filosofico.
Che cosa può significare “Ci si ammala un po’, per non morire”? Quale significato esistenziale c’è in queste parole?

Ciò che viene da sottolineare, come se si ponessero queste parole al centro del vivere e fare esperienza di una pratica filosofica di gruppo come una Comunità di Ricerca, dove si genera un libero confronto tra tutti i punti di vista presenti per approfondire nel FilosoFare un tema specifico, è il riconoscimento delle differenze dell’unicità della persona che si ammala.
Questo fa tornare in mente la riflessione di Hans-Georg in “Dove si nasconde la salute”:
“Considerata da un punto di vista formale ogni diagnosi consiste nell’includere un caso specifico nella generalità di una malattia, ma la vera arte sta nel “riconoscere le differenze” ed è questo aspetto a costruire il suo reale significato.”.
Una vera arte questa dell’esserci, del prendersi cura di chi soffre, un’arte che sprigiona la sua essenza etimologica di abilità creativa e intellettuale, una creatività generativa che mette al cento le domande esistenziali di chi vive la malattia, che non possono essere tralasciate, ma accolte dai professionisti per assumere quella “postura narrativa”, come “metafora dello stare con la giusta attitudine, dritti quando serve, mai immobili, incontro all’altra persona. Con le competenze, le tecniche e i saperi necessari in tasca, pronti a stupirsi e a cambiarla questa postura, di fronte a un seppur minino segno o significato. […] postura narrativa che è il modo di essere nella cura della Medicina Narrativa per una pratica clinica personalizzata, co-costruita, basata su narrazioni e sulla comunicazione”, come affermano Stefania Polvani, Presidente SIMeN e Paolo Trenta, cofondatore e membro del consiglio direttivo della Società Italiana di Medicina Narrativa.
Considerare la persona che si “ammala un po’, per non morire”, nella situazione complessiva della sua vita, nella sua anima che altro non è che la vita del corpo, lasciando aperto pur nella sofferenza più devastante, l’avvenire e lo schiudere di nuove prospettive per quel progetto esistenziale interrotto bruscamente dal dolore che è “un’emorragia di senso”, utilizzando questa espressione evocativa di David Le Breton.
Nell’immaginare quel foglio bianco del piano della discussione della Comunità di Ricerca, ecco che “l’ammalarsi un po’”, diviene espressione e momento per narrare di sé e del dialogare con sé e con l’altro, cercando l’altro.
È nella narrazione che il toccarsi di anima e corpo, che si vive nei DCA, si fa domanda esistenziale, si fa domanda di quel chiedere silenzioso, ma visibile, si fa domanda di una rete di prospettive che non si vedono ma che si sperano, è ciò che Ricoeur denomina “funzione del racconto in cerca di narrazione”, ovvero quella possibilità di costruire e ricostruire il proprio sé, per continuare a scrivere quel filo narrativo della esistenza.
Grazie a questa narrazione si compie quello che scrive Alba Eletto, lettrice di “Una vita sottile”, al temine del libro, perché forse abbiamo tutti Una vita sottile…I lettori scrivono:
“E il miracolo di essere visti, e di vedersi uno nell’altro, è un prodigio che cura.”
Quell’essere visti che nella pratica filosofica può condurre alla ritrovata meraviglia, non dimenticando mai la cooperazione di tutti i punti di vista dei professionisti del prendersi cura.
La sofferenza legata ai disturbi alimentari è un’esperienza complessa, che va oltre il dato clinico e investe la profondità dell’essere. La pratica filosofica non offre risposte preconfezionate, ma uno spazio di ascolto, di dialogo e di ricerca di senso. Riconoscere la fragilità senza ridurla a una diagnosi significa restituire dignità a chi soffre, aprendo la possibilità di una trasformazione. Perché, come suggerisce Galimberti, talvolta ci si ammala un po’ per non morire, ma è proprio in quella ferita che può nascere una nuova forma di esistenza, capace di riscoprire la meraviglia del vivere.
Nata il 27 giugno 1994 a Gualdo Tadino (PG), un paese alle pendici dell’Appennino umbro che, come ricorda Cesare Pavese, “vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. Conseguendo una Laurea triennale in Filosofia ed una magistrale in Filosofia ed etica delle relazioni presso l’Università degli Studi di Perugia, ho posto sempre attenzione nelle mie ricerche ad un recupero del Sè e del sentire la vita emotiva come canale di apertura al mondo della persona. Interpretando la Filosofia come strumento d’aiuto per affrontare e gestire le problematiche esistenziali ho deciso di intraprendere il percorso di formazione professionale e personale del Master di specializzazione Triennale in Counseling Filosofico della SSCF-ISFiPP di Torino conseguendo il diploma di Counselor Filosofico. Essere persona significa partecipare ai gesti altrui, in quanto l’Altro è fonte di scambio e crescita, per questo sono impegnata nel mondo del volontariato e associazioni culturali.


