Indice dell’articolo
- Il capo che pensa, ascolta e accompagna: la rivoluzione gentile del leader counselor filosofico
- Una biografia che diventa laboratorio di trasformazione
- Dalla burocrazia alla ricerca di senso
- La terza lingua: la filosofia come pratica di cura
- L’approccio fenomenologico di matrice husserliana come “filosofia del leader counselor filosofico”
- Applicare la fenomenologia al lavoro
- L’alterità: l’altro come maestro
- «L’alter è un alter». La lezione di Sartre
- Quando la filosofia entra in RSA
- Carl Rogers e l’arte dell’ascolto
- Il giardino dell’Eden: la RSA come luogo di fioritura
- Il pensiero come forma di cura
- Bibliografia essenziale
- Master in Counseling Filosofico
Un nuovo modo di intendere il ruolo del capo nelle organizzazioni complesse con particolare riferimento alle Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA)
Il capo che pensa, ascolta e accompagna: la rivoluzione gentile del leader counselor filosofico
La storia e la visione del Dr. Marco Maffeis, dirigente, filosofo e umanista della cura
Il Dr. Marco Maffeis è un dirigente esperto nel settore sociale e socio-sanitario, con oltre venticinque anni di esperienza nella gestione di Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA) e servizi pubblici alla persona in Provincia di Bolzano.
Laureato in Scienze Politiche all’Università di Milano, ha trascorso un periodo di insegnamento nella Repubblica Federale di Germania, esperienza che gli ha permesso di confrontarsi con modelli organizzativi e culturali diversi, sviluppando una profonda sensibilità per il dialogo interculturale e per la dimensione etica del lavoro.
Tornato in Italia, ha intrapreso una lunga carriera nella pubblica amministrazione, arrivando a dirigere complessi servizi socio-sanitari.
Parallelamente ha continuato a formarsi: prima con un Master in Management delle RSA all’Università Carlo Cattaneo – LIUC di Castellanza, poi con un Master in Counseling Filosofico presso la Scuola Superiore di Counseling Filosofico (SSCF) di Torino.
Oggi il Dr. Maffeis è riconosciuto come uno dei promotori di un nuovo paradigma di leadership che unisce filosofia, etica della relazione e ben-essere organizzativo.
La sua tesi di master, “Il leader counselor filosofico. Un nuovo modo di intendere il ruolo del capo nelle organizzazioni complesse con particolare riferimento alle Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA)“, è una riflessione profonda — e coraggiosa — su come i capi possano ritrovare la loro dimensione più umana e consapevole.
Una biografia che diventa laboratorio di trasformazione

La vita professionale di Marco Maffeis è una narrazione di ricerca continua.
«:
- Il linguaggio burocratico, che ordina ma può irrigidire.
- Il linguaggio manageriale, che misura ma rischia di svuotare di senso.
- Il linguaggio filosofico, che finalmente restituisce profondità, consapevolezza e libertà interiore.
«È come se cominciassi a parlare un terzo idioma», racconta Maffeis, «un linguaggio che integra tecnica, sensibilità e pensiero, per raggiungere una forma più alta di perfezione individuale, professionale e collettiva».
Dalla burocrazia alla ricerca di senso
Gli inizi di Maffeis sono segnati dal rigore della pubblica amministrazione.
Dopo la laurea e il periodo in Germania, entra nel mondo dei servizi sociali altoatesini, dove frequenta un corso per Segretari comunali e diventa dirigente di enti locali.
È il tempo della burocrazia come architettura della legalità, come garanzia di equità e trasparenza.
Eppure, dietro quella razionalità impeccabile, si nasconde un rischio: la disumanizzazione.
«Ho vissuto in prima persona alcune delle conseguenze inattese del fenomeno burocratico: rigidità, lentezza, mancanza di stimoli, deresponsabilizzazione».
Il suo sguardo — nutrito anche dall’esperienza tedesca, dove il principio di efficienza si coniuga con un forte senso civico — lo porta a interrogarsi: come si può servire il bene pubblico senza soffocare l’anima delle persone che vi lavorano?
Nel passaggio successivo, Maffeis si forma come manager, diplomandosi all’Accademia Europea di Bolzano e completando un master in management delle RSA.
È il periodo del New Public Management, l’ondata anglosassone che porta nella pubblica amministrazione concetti come efficienza, qualità, performance, leadership.
E i risultati arrivano: le organizzazioni diventano più snelle, i servizi più misurabili.
Ma il prezzo è alto.
«Il lavoro rischia di essere inteso non come fine in sé, ma come mezzo per produrre servizi», scrive Maffeis.
E aggiunge: «L’Azienda diventa la casa della tecnica manageriale, se edificata sul fare piuttosto che sull’essere».
È in questo momento che qualcosa cambia.
Dietro la competenza e l’efficienza, Maffeis avverte una mancanza di anima.
Capisce che il management non basta se non è radicato nella riflessione etica e nella cura delle relazioni.
La terza lingua: la filosofia come pratica di cura
Dalla crisi nasce una nuova ricerca.
Alla Scuola Superiore di Counseling Filosofico di Torino, Maffeis scopre la filosofia come strumento pratico di crescita personale e professionale.
Non una disciplina astratta, ma un metodo per comprendere, ascoltare, trasformare.
«: un dirigente che guida attraverso la consapevolezza, l’empatia e la riflessione.
Non si tratta di un capo “più gentile”, ma di un capo più consapevole.
Un capo che conosce la potenza del linguaggio e del silenzio, che trasforma il dialogo in strumento di ben-essere.
L’approccio fenomenologico di matrice husserliana come “filosofia del leader counselor filosofico”
La filosofia diventa per Maffeis un modo di vivere il comando in chiave fenomenologica, ispirandosi a Edmund Husserl: la realtà, insegna Husserl, non è data, ma costruita dal modo in cui la percepiamo.
«La mente fenomenologica è il centro di attribuzione di significato al mondo, la fucina delle idee».
L’etimo del termine “fenomeno” (derivante dal greco antico, “ciò che si mostra, appare”) richiama fin da subito il senso dell’approccio: per fenomeno si intende qualsiasi fatto o evento suscettibile di osservazione diretta o indiretta attraverso l’apparato sensibile/esperienziale del soggetto.
L’approccio fenomenologico aderisce in tal senso al vissuto del consultante “così come appare” qui e ora, e alla sua attività di significazione del mondo, partendo dall’ascolto empatico della sua esperienza vissuta.
Il termine empatia fu introdotto all’inizio del Novecento da Theodore Flournoy, psicologo svizzero, che la definì inizialmente “intropatia”, come equivalente del termine tedesco Einfühlung. Einfühlung viene tradotto con “immedesimazione”, ed è composto da fühlen (sentire) e ein(dentro).
Nell’empatia è quindi presente un profondo stato di identificazione fra persone, in cui l’una si sente come dentro l’altra, nel senso che l’uno comprende la situazione dell’altro come se fosse nei suoi panni, tanto da avere la sensazione di perdere temporaneamente la propria identità.
Il professionista della relazione di aiuto deve perciò avere la capacità di uscire da sé stesso per entrare nell’altro, fondendosi in un’entità psichica comune. Accade come se il problema del cliente venisse a ricadere sul counselor stesso che, solo entrandone direttamente in possesso e vivendolo in prima persona, può veramente divenire in grado di “comprendere”.
(Berra, L.E., “Empatia: comprensione e comunicazione”, Nuova rivista di counseling filosofico n. 15, ISFIPP Edizioni, 2019.)
Attraverso l’analisi delle strutture essenziali e ricorrenti dell’esperienza del consultante, il leader (counselor filosofico) tenta di enucleare, a partire dalla narrazione esperienziale, le diverse declinazioni di senso, per giungere a quella essenziale/ricorrente, al fine di verificarne, una volta identificata, la congruenza con la visione del mondo in termini di coerenza dell’azione con l’idea.
L’analisi di un problema esistenziale (quindi anche lavorativo), ai fini di una sua piena comprensione, richiede che esso sia inserito all’interno di ciò che chiamiamo “visione del mondo”.
Il termine può essere inteso come quella serie di valori, principi, punti di riferimento, leggi, regole, scopi, obiettivi, atteggiamenti verso la vita, che contribuiscono a dare una forma alla nostra esistenza.
La nostra esistenza si configura gradualmente nel tempo, dalla nascita e nel corso di tutta la vita, e risente di fattori educativi, sociali, culturali, esperienziali che, interagendo con la nostra mente, danno vita a una più o meno malleabile visione del mondo. Ogni problema è inserito in una rete di significati, rapporti, elementi mnemonici che ne influenzano inevitabilmente la forma e le caratteristiche.
Senza la comprensione del senso di un problema per il mondo di quel determinato cliente è difficile capire pienamente cosa possa essere opportuno fare e su cosa possa essere opportuno agire.
In sintesi, possiamo definire la visione del mondo come uno schema astratto, un sistema di coordinate, che consente l’interpretazione, l’organizzazione e l’attribuzione di senso dell’individuo nei confronti di sé stesso e dei propri atteggiamenti verso il mondo. È la visione generale che una persona ha del mondo, di sé stessa e del proprio ruolo e compito nel corso dell’esistenza.
(Berra, L.E., “Considerazioni teorico-pratiche sul concetto di visione del mondo”)
Ran Lahav si sofferma molto sul concetto di visione del mondo, intesa come quella rete di idee, valutazioni e principi alla quale l’analisi fenomenologica deve condurre e che costituisce nel suo insieme la cornice entro la quale ogni individuo dà forma alla sua esistenza e significato al rapporto con sé stesso, con gli altri, con il mondo circostante. Sottolinea altresì che questa cornice non è statica, ma cambia nelle diverse fasi della vita e, cambiando, ridefinisce il passato, il presente e il futuro.
Resta comunque che il mondo umano concreto è in relazione con il mondo delle idee, ed è in questa relazione che risiede la relativa ma profonda verità del platonismo. Le idee possiedono una loro vita e forza trascendente, tuttavia necessitano della nostra vita immanente per vivere.
Certe idee-guida (consce o meno) generano necessariamente certe azioni. La nostra libertà consiste nell’assumerne alcune e rifiutarne altre, dopo avere compreso la loro essenza, e cioè la loro definizione e le implicazioni logiche che da queste vengono generate. L’assunzione è davvero libera solo quando ne siamo consapevoli, e quindi siamo in grado di gestirle anziché esserne agiti in modo cieco. La filosofia insegna a praticare questa consapevolezza.
Si comincia quindi con un ascolto attento dell’esperienza vissuta dal soggetto consultante, singolo o gruppo che sia, così come da lui intenzionata, enucleando i diversi significati che attribuisce al suo mondo attraverso i suoi atti intenzionali.
In tal senso, la realtà è una costruzione di significati che ognuno di noi attribuisce alle cose nel corso della vita (anche lavorativa). Per poter cogliere l’essenza del consultante, del suo approccio al mondo, della sua rete di significati attribuiti alle cose, è fondamentale praticare l’epochè tipicamente scettica, sospendendo cioè il giudizio: vedere e ascoltare i significati da lui attribuiti alle cose lasciando che le cose emergano; ascoltarlo raccontare la relazione con il suo mondo e con le sue relazioni per comprenderlo veramente, senza essere tentati da conclusioni affrettate basate sulla tendenza propria delle scienze naturali (di cui la psicologia è figlia) di spiegare le cose sulla base di una mera relazione di causa-effetto, o, peggio ancora, sulla base delle proprie convinzioni/conoscenze.
La realtà di ognuno è infatti una costruzione unica e irripetibile, una rete di significati che il soggetto progressivamente elabora nel corso della sua esistenza individuale o di gruppo, mentre la spiegazione dei fenomeni della vita va ben al di là del semplice rapporto di causa-effetto.
Dal punto di vista fenomenologico, la causa efficiente di aristotelica memoria è certamente influenzata dalla causa finale, quella del progetto/dell’intenzione che il soggetto ha.
Considerando ancora più da vicino l’approccio fenomenologico, si è detto che esso mira a determinare l’essenza/la struttura invariante dell’esperienza del consultante, lasciando che emerga dalla sua esperienza, dal suo racconto, «l’elemento che, per lui, non può non essere» (l’“a priori esistenziale” nel linguaggio di Ludwig Binswanger; il reticolo che connette convinzioni e giudizi all’interno di una intuizione più generale della realtà, nel linguaggio di Karl Jaspers).
La ricerca dell’essenza non può che partire, di nuovo, dal soggetto, poiché il soggetto percepisce le cose per come lui le intenziona: nel caso di una RSA, l’azienda può essere vista essenzialmente come fonte di reddito (per esempio, se il lavoratore appartiene a un ceto piuttosto basso, o è caratterialmente “conservatore”); oppure come una opportunità di sviluppo personale (se appartiene a un ceto medio-alto, o è caratterialmente innovativo).
Attribuendo significati al mondo (anche aziendale), costituendosi il mondo per come lo si intenziona, l’approccio fenomenologico ci spinge per esempio a ricercare l’essenza di una RSA per come il consultante la vive/la intenziona (il tornare “alla cosa stessa” di marca husserliana).
Questo obiettivo vale anche per la ricerca dell’essenza di un “datore di lavoro” RSA, che potrebbe essere alternativamente visto come “schiavista” (nel caso di un collaboratore al livello retributivo più basso, ancora in cerca di piena soddisfazione dei suoi bisogni fondamentali), oppure come fonte di realizzazione e sviluppo personale.
Dell’epochè come atteggiamento filosofico anti-naturalistico, di sospensione del giudizio, volto a comprendere l’esperienza del consultante piuttosto che a spiegarla sulla base delle mie conoscenze, si è detto.
Con la cosiddetta riduzione, altra parola chiave dell’approccio fenomenologico, il leader (counselor filosofico) coglie invece i vissuti del consultante al fine di aprire lo sguardo sulla sua esperienza: si tratta di capire come il soggetto intenzioni/abbia intenzionato le cose nella sua vita, di come si manifesti la sua esperienza rispetto all’oggetto di discussione e fonte del problema lavorativo.
Se questo fosse il lavoro stesso, si indagherà quali esperienze di lavoro abbia vissuto nella sua vita; se fossero le relazioni interpersonali al lavoro, quali relazioni abbia vissuto concretamente; se fosse il senso della vita sul lavoro, in cosa creda.
Messe a fuoco le esperienze del consultante in merito alla sua difficoltà in discussione, chiarita la rete dei significati dati alle cose, si estrapola infine l’essenza delle esperienze, l’aspetto immutabile all’interno dell’esperienza stessa e della rete dei significati, la sua idea guida (per esempio del lavoro, o delle relazioni, o valoriale).
Il cosiddetto metodo eidetico (dal greco eidos = essenza) aiuta ad estrarre dall’esperienza del soggetto la sua essenza, l’aspetto immutabile, l’idea guida, l’elemento che non può non essere.
Proprio come nel caso del lavoro, allorquando potrei stabilire che, per una collaboratrice, la vera essenza del lavoro è l’essere “tempo di vita”, il vero vincolo alle variazioni possibili (di reddito, di visione). In tal caso l’essenza del lavoro non sarebbe tanto quella di garantire il benessere economico, né quella di fornire al lavoratore una particolare visione lavorativa (di visioni ce ne sono tante). L’essenza del lavoro potrebbe essere proprio quella di costituire tempo di vita, unico vero vincolo a tutte le variazioni possibili.
Anche in tema di lavoro, o di morale, senso della vita, male, dolore, libertà, verità, felicità, esiste un nostro vincolo alle variazioni possibili, e tale vincolo è la nostra essenza, la struttura invariante della nostra esperienza, la nostra idea guida.
Che farne, infine, di questa essenza estrapolata dall’esperienza concreta del consultante? Una volta identificata, si tratta di verificarne la congruenza con la sua visione del mondo, nel senso che i suoi problemi possono essere visti come espressioni implicite della filosofia personale dell’individuo, della quale spesso il consultante non è consapevole.
I problemi che il consultante vive nascono, secondo la logica del counseling filosofico, a partire da mancate chiarificazioni, incongruenze, all’interno della sua “mappa del territorio delle idee” sulle quali si fonda la sua visione del mondo. L’obiettivo del counselor filosofico deve essere quello di guidarlo verso un “autoesame filosofico”, aiutandolo a sviluppare una comprensione filosofica di sé stesso e del proprio mondo (idee guida).
Di fronte a un malessere relazionale, per esempio, dobbiamo chiarire a noi stessi qual è la nostra idea guida di vita di relazione (l’essenza) e se ne stiamo seguendo con coerenza le implicazioni pratiche (e quindi in che cosa consiste l’eventuale conflitto con il nostro agire).
Nel caso in cui esista una contraddizione tra idea e azione dobbiamo decidere se adeguare la nostra azione all’idea o mutare l’idea stessa. Il sentimento di malessere che si prova nasconde generalmente una contraddizione tra idea e azione: contraddizione che dovrebbe sciogliersi una volta chiarita l’idea e stabilita un’azione congruente, riportando in tal modo la persona in una situazione di equilibrio, quindi di benessere.
(A riprova del nesso tra idea e azione si pensi alla traduzione di alcune scelte (azioni) in visioni filosofiche (idee guida): di fronte a un semaforo rosso alle due di notte, passo o mi fermo a seconda dell’idea etica che ho. Se la mia è un’etica utilitaristica, passerò col rosso perché non c’è nessuno in giro; se la mia etica nasconde la paura del giudizio divino, mi fermerò, perché Dio mi vede e trasgredire è peccato. Appare così chiaro perché i problemi sorgano quando le nostre azioni entrano in contraddizione con le idee che abbiamo/pensiamo di avere: dico che bisogna lavorare in modo onesto ma poi non timbro sempre il cartellino alla pausa caffè; lavoro in un ambiente che segue altre visioni in contrasto con le mie; sono costretto a fare carriera facendo le scarpe a un collega e ciò mi mortifica; mi hanno sempre insegnato a pagare le tasse e io non faccio mai lo scontrino.)
Karl Jaspers, nella Psicologia delle visioni del mondo, approfondisce il tema, parlando della visione come di un modo di pensare, un modo di sentire, un modo di agire che si traduce in comportamenti, relazioni con l’altro, manifestazioni materiali del lavoro, dell’arte, dell’abitazione, della moda ecc. Le visioni del mondo sono per Jaspers «manifestazioni supreme ed espressioni totali dell’uomo», identificandosi la visione con l’esistenza stessa nel suo incessante svilupparsi temporalmente, con la modalità di comprendere il mondo e di dargli significato.
L’analisi delle visioni del mondo deve volgersi in due direzioni:
– dal lato del soggetto, verso gli atteggiamenti (oggettivi, autoriflessivi, attivi, contemplativi, razionali ecc.);
– dal lato dell’oggetto, verso le immagini del mondo (spazio-sensoriali, psicologiche, filosofiche ecc.).
Ma al di sotto degli atteggiamenti e delle immagini pulsa lo spirito con i suoi principi e le sue forze, che non possono mai essere del tutto oggettivabili, poiché sono processi dinamici, totalità mosse da una forza motrice inconoscibile.
Applicare la fenomenologia al lavoro
Applicato al lavoro, tutto questo significa che ogni capo crea la realtà che gestisce attraverso il proprio sguardo.
Un leader che vede solo problemi genera paura; un leader che vede possibilità genera fiducia.
La responsabilità del pensiero diventa dunque responsabilità del mondo.
L’alterità: l’altro come maestro
La riflessione sull’alterità è il cuore della tesi.
Per Maffeis, il rapporto con l’altro — collega, collaboratore, ospite, familiare — è il luogo in cui la leadership si misura davvero.
Attraverso Husserl, Heidegger, Hegel e Sartre, l’autore mostra come la relazione con l’altro sia allo stesso tempo sfida e rivelazione.
«L’ineliminabile presenza dell’alterità nel soggetto impone di ripensare il potere come relazione reciproca», scrive.
Essere leader, allora, significa saper convivere con la differenza, accettare l’imprevisto, accogliere il dubbio.
Non dominare, ma dialogare.
Non istruire, ma comprendere.
«L’alter è un alter». La lezione di Sartre
La sua ontologia fenomenologica assume fin da subito la relazione tra l’ego e l’alter come primaria: l’altro, contrariamente a ogni velleità solipsistica, esiste eccome.
Ne è la riprova il sentimento della vergogna che proviamo di fronte allo sguardo di qualcuno facendo qualcosa di insolito: vergogna che magari non proveremmo stando da soli. Di fronte allo sguardo dell’altro ci sentiamo improvvisamente vulnerabili, avvertiamo di diventare oggetto della visione di un altro, ci sentiamo limitati nella nostra libertà. L’altro si manifesta così in circostanze empiriche ma all’interno di una dimensione pre-riflessiva, di trascendenza tutta umana, negando radicalmente la mia esperienza.
Al pari di Hegel, quindi, l’esistenza dell’altro è necessaria per la coscienza di sé (il riconoscimento, nel linguaggio hegeliano), ma l’altro «è l’io che non è me». Secondo Sartre, le coscienze poggiano l’una direttamente sull’altra, come gli embrici di un tetto, in una implicazione reciproca del loro essere, ma restano separate e distinte. Senza sintesi, senza conciliazione definitiva. C’è il conflitto come elemento primario delle relazioni tra gli uomini.
L’altro è prossimo a noi, ma è Altro. La sua esperienza di sé e del mondo resta la sua esperienza. Possiamo avvicinare il mondo dei suoi significati scavando nella sua storia, nei suoi progetti, ma l’altro non può essere esaurito in questa indagine.
Da tutto ciò ne scaturisce una accentuazione estrema dell’alterità dell’altro, che diventa in tal senso un estraneo: del suo essere immanente-trascendente è il polo della trascendenza che viene messo in primo piano, a tal punto da escludere l’altra polarità. E il conflitto non esiste perché gli uomini sono “cattivi” o aggressivi, ma perché ontologicamente sono liberi, diversi, in relazione.
Gli uomini vogliono affermare la propria libertà e contemporaneamente vogliono diventare ed essere qualcosa in sé. Per di più, sono tutti individui e tuttavia vivono insieme, costruendo inevitabilmente relazioni. Ma l’altro, nella sua individualità, non si farà assorbire all’interno delle mie operazioni mentali, delle mie rappresentazioni, ma si ergerà di fronte a me.
La conclusione di tutto questo discorso implica una considerazione finale: né io né l’altro possiamo essere totalmente e a titolo esclusivo soggetti liberi e trascendenti.
Se io pretendo di essere soggetto libero (per esempio, pretendo di non essere guardato, quindi di non diventare oggetto di sguardo), allora l’altro non può più essere, a sua volta, soggetto libero (perché non ha il permesso di guardarmi). E viceversa.
Questa complessa relazione e questo intrinseco rapporto tra due negazioni si rivelano, a livello affettivo, anche nel timore e nell’orgoglio. Nel timore io mi sento minacciato nella mia soggettività in quanto oggetto delle mire di qualcuno; nell’orgoglio invece, negando la mia soggettività, accetto la mia oggettività, che prende forma a partire dall’altro.
Da una parte e dall’altra si verificano quindi processi di oggettivazione e distanziamento nei confronti dell’altro; strategie diverse, non sempre coscienti, di difesa della propria soggettività e di negazione di quella che sta di fronte.
Che cosa può trarre il leader (counselor filosofico) dalla lezione di Sartre?
Soprattutto questo: rispettare pienamente il consultante, che deve mantenere lui la libertà di scegliere e di scegliersi, senza manipolazioni, senza soluzioni standard basate sulla tentazione di controllo, senza ridurlo a caso particolare di un concetto generale.
Pur conoscendo modelli e teorie che hanno dato buona prova di sé nella descrizione e spiegazione del comportamento, il leader (counselor filosofico) non può perdere di vista l’irriducibilità di quella esistenza particolare, unica, che ha di fronte. Il pericolo di considerare l’altro un oggetto è sempre incombente; per questo il leader dovrà dialogare con il consultante da pari a pari, mantenendo il conflitto eventualmente emergente sul piano del rispetto.
Il che non esclude spigoli o durezza, ma sempre nel quadro di un dialogo positivo.
Quando la filosofia entra in RSA
La teoria diventa pratica nella RSA Firmian di Bolzano, dove Maffeis sperimenta il counseling filosofico sul campo.
Qui il dirigente si trasforma in facilitatore di pensiero collettivo.
Ogni momento critico — un conflitto tra operatori, un reclamo di un familiare, una crisi del team — diventa occasione di dialogo e riflessione.
«Il feedback attivo», spiega, «non è solo una valutazione delle prestazioni, ma un momento di crescita reciproca».
Il risultato? Un clima più aperto, collaborativo e consapevole.
Le persone sentono di contare, di essere ascoltate, di partecipare a un progetto più grande.
La filosofia diventa un atto di cura organizzativa.
Carl Rogers e l’arte dell’ascolto
Il modello di Maffeis si radica nel pensiero di Carl Rogers, che vedeva nel counseling una relazione empatica e autentica.
Autenticità, empatia e accettazione incondizionata diventano così le tre virtù del leader counselor filosofico.
«Il leader non motiva dall’esterno, ma crea le condizioni perché l’altro possa auto-motivarsi» — una lezione che, applicata al mondo delle RSA, si traduce in un approccio capacitante e profondamente umano.
Nel contesto del lavoro di cura, questo significa valorizzare l’esperienza soggettiva di chi opera, dare spazio alla parola, riconoscere l’emozione come componente legittima e preziosa del lavoro.
Il giardino dell’Eden: la RSA come luogo di fioritura
Nel capitolo conclusivo, Maffeis parla della RSA come di un potenziale “giardino dell’Eden”, dove la cura reciproca diventa il terreno della crescita personale.
Il suo “fiore eudaimonico” rappresenta la fioritura di un ben-essere profondo: non solo fisico o emotivo, ma etico e spirituale.
«La miscela di ingredienti per una buona vita lavorativa passa attraverso la cura delle relazioni, la valorizzazione delle differenze e l’alimentazione del pensiero».
In questa visione, l’organizzazione non è più una macchina di produzione, ma una comunità pensante, dove la filosofia diventa linfa vitale.
La gestione positiva degli eventi negativi di cui sopra dovrebbero poi retroagire con effetto di ritorno sul ben essere lavorativo, perché sviluppa in chi lavora il senso della partecipazione; rafforza il piacere di riconoscersi reciprocamente grazie al dialogo e al confronto; stimola all’uso del proprio pensiero; aumenta l’orgoglio professionale; stimola il senso di libertà rispetto ai condizionamenti e ai determinismi procedurali; e così via.
Una delle scene più significative della tesi è quella di un dialogo socratico condotto in équipe dopo una crisi identitaria.
Il gruppo, inizialmente smarrito, ritrova coesione e senso proprio attraverso la parola condivisa:
«Il disorientamento iniziale si è trasformato in un recupero dell’identità attraverso il pensiero comune».
È la prova vivente che pensare insieme è un atto di cura.
Che il pensiero condiviso non rallenta il lavoro, ma lo umanizza.
Nel mondo di oggi, dove il burnout e la perdita di senso sono una nuova epidemia silenziosa, il modello del leader counselor filosofico è una risposta concreta.
Non un sogno idealista, ma un umanesimo operativo.
«:
– il linguaggio della razionalità, che struttura;
– quello della tecnica, che realizza;
– e quello della filosofia, che dà significato.
Solo un leader che parla tutte e tre queste lingue può generare innovazione autentica e ben-essere reale.
Il pensiero come forma di cura

La lezione di Marco Maffeis è chiara: la filosofia non appartiene ai libri polverosi, ma alla vita.
E il lavoro, quando viene pensato, può diventare un’esperienza quasi spirituale, un laboratorio di senso e libertà.
Essere leader non significa dirigere, ma accompagnare.
Non significa dettare, ma ascoltare.
Non significa controllare, ma favorire la crescita degli altri.
Come scrive lui stesso, «il capo che integra le pratiche filosofiche nel suo agire può garantire crescita e innovazione aziendale».
Ma, aggiungiamo noi, può anche restituire umanità al potere.
Perché, in fondo, la leadership più autentica è quella che trasforma il comando in cura.
E, come insegna Maffeis, «pensare è già prendersi cura».
Bibliografia essenziale
- Maffeis, M. (2022). Il leader counselor filosofico. Un modo nuovo di intendere il ruolo del capo nelle organizzazioni complesse con particolare riferimento alle Residenze Sanitarie Assistenziali, Scuola Superiore di Counseling Filosofico SSCF, Torino.
- Husserl, E. Meditazioni cartesiane.
- Heidegger, M. Essere e tempo.
- Rogers, C. Un modo di essere.
- Hegel, G.W.F. Fenomenologia dello spirito.
- Sartre, J.-P. L’essere e il nulla.
- Weber, M. Economia e società.
- Berra, L.E., Empatia: comprensione e comunicazione, Nuova rivista di counseling filosofico, n. 15, 2019.
- Berra, L.E., Considerazioni teorico-pratiche sul concetto di visione del mondo, www.sscf.it
- Jaspers, K., Psicologia delle visioni del mondo.
- Lahav, R., scritti sul concetto di “worldview” in counseling filosofico.
Grazie al contributo delle diverse componenti del team, la Redazione SSCF & ISFiPP cura le molteplici aree di comunicazione dell’Istituto: scouting e produzione di contenuti editoriali e scientifici, redazione di news e articoli, cura editoriale delle pubblicazioni (Dasein Journal, ISFiPP Edizioni), organizzazione di eventi e convegni, gestione del sito web e dei canali social istituzionali, redazione e pubblicazione di newsletter, supporto alle relazioni istituzionali.
La Redazione si relaziona con tutti i principali stakeholder (studenti, docenti, comunità clinica e di ricerca, territorio) al fine di supportare e potenziare la comunicazione (interna ed esterna) delle iniziative relative a formazione, ricerca e divulgazione del counseling filosofico e dell’analisi esistenziale, della psicofarmacologia e psichiatria.
Continua il percorso
Formazione SSCF · ISFiPP
Master in Counseling Filosofico
Un percorso strutturato di formazione al Counseling Filosofico e alle pratiche filosofiche, tra studio, laboratori, supervisione e ricerca personale.









