Il testamento: un momento simbolico tra vita e morte

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Il Testamento Momento simbolico vita e morte
HERES rivista di diritto successioni 2025

Articolo pubblicato sulla Rivista digitale

H E R E S

Anno 2025 – numero 4

La stesura del testamento rappresenta un atto giuridico e personale, ma al contempo si configura come un momento esistenziale di straordinaria densità simbolica. Non si tratta soltanto di disporre dei propri beni materiali, ma di misurarsi con la propria finitezza, affrontando consapevolmente l’orizzonte della morte.

Il testamento diviene così una soglia psichica, un atto di parola che tenta di ordinare l’eredità materiale e affettiva nel tempo della non-presenza, manifestando in modo tangibile l’urgenza di lasciare traccia, di persistere nell’altro, di sopravvivere simbolicamente nella memoria altrui.

Il Testamento un Momento simbolico Lodovico Berra

Nel testo La regola della vita (2021) scrivo che “morire significa separarsi, e tale separazione […] esige un atto: un congedo” . Il testamento, in questa luce, può essere inteso come uno degli atti di congedo più significativi, capace di incarnare una forma di consapevolezza matura della propria mortalità. Esso non si limita a sancire il destino giuridico dei beni, ma diventa parte integrante del processo elaborativo del morire, uno spazio in cui l’Io, dinanzi alla propria fine, può ancora esercitare una funzione narrativa e ordinativa.

Il gesto testamentario richiama infatti una doppia temporalità: quella retrospettiva, in cui si ripercorre la propria storia, i legami e i valori, e quella prospettica, proiettata verso un futuro che non ci comprenderà più come presenza viva. È un atto simbolico che tenta di istituire continuità laddove si profila una cesura radicale.

La scrittura testamentaria come espressione del Sé

Redigere un testamento significa istituire una forma testuale del proprio congedo. Il testamento ha, in questo senso, una valenza esistenziale e psicologica: è l’ultima scrittura volontaria, l’ultima parola che il soggetto può porre nel mondo. Come ho scritto nel testo La regola della vita,

“l’idea della morte non può essere pienamente pensata, ma solo allusa, evocata, trasformata in forma narrativa o rituale”.

Il testamento è dunque uno di questi riti, una delle forme culturalmente accettabili per mettere in scena la propria morte, per dire senza dire apertamente, per simbolizzarla senza esserne annientati.

Freud, nel suo saggio Al di là del principio di piacere, sottolineava come il pensiero della morte venga spesso rimosso dall’orizzonte della coscienza. Il testamento si offre invece come luogo in cui la rimozione può essere temporaneamente sospesa: è il gesto di un soggetto che, pur nella sua fragilità, accetta di guardare alla fine non come pura distruzione, ma come momento che può essere pensato, nominato, regolato.

Dal punto di vista fenomenologico ed esistenziale, la scrittura testamentaria può assumere un valore terapeutico. Essa consente di affrontare l’angoscia della morte entro un contesto simbolico e ordinato, in cui la minaccia dell’annichilimento viene trasformata in gesto di responsabilità e cura verso gli altri. L’atto di disporre dei propri beni post mortem implica la volontà di assicurare protezione, riconoscimento, continuità ai propri cari.

La paura più grande non è in realtà quella della morte in sé, ma quella di morire nel disordine, nell’oblio, nel non senso. Il testamento si oppone a questa paura, offrendo un contenitore di senso in cui l’individuo può collocare le proprie ultime volontà, immaginando un mondo che continuerà dopo di sé e in cui la propria voce potrà ancora risuonare.

Il testamento è anche una parola che resta, una parola che vincola e orienta, ma anche una parola che cura. Vi è in esso una duplice tensione: da un lato il bisogno di esercitare un controllo sull’incertezza del futuro, dall’altro il desiderio di consegnare qualcosa di sé che vada oltre il mero possesso materiale. Si pensi ai testamenti spirituali, alle lettere ai figli, ai messaggi d’amore o di perdono che accompagnano talvolta le disposizioni formali. In queste scritture si manifesta la verità intima del testamento: essere strumento di memoria, di riconciliazione, di trasmissione di senso.

Nel contesto psicologico, la funzione testamentaria può essere letta come un dispositivo che consente al soggetto di affrontare simbolicamente il lutto della propria sparizione, anticipandone le dinamiche, ma anche riducendone la potenza traumatica. L’atto testamentario, proprio in quanto gesto narrativo, diviene allora parte del processo di elaborazione anticipata del lutto, capace di riconfigurare il senso della fine in termini di passaggio e non solo di perdita.

In conclusione, la stesura del testamento non è semplicemente un atto giuridico, ma un passaggio esistenziale profondo, in cui il soggetto si confronta con la propria mortalità trasformandola in parola, in atto, in segno lasciato al mondo. Essa permette di costruire un ponte tra l’ordine della vita e l’enigma della morte, di istituire una continuità simbolica nel cuore stesso della discontinuità assoluta.

Come scrivo in La regola della vita, “solo chi ha pensato fino in fondo la morte può abitare con pienezza la vita” . Il testamento, in questo senso, è una delle forme con cui possiamo pensare la morte senza esserne travolti, una forma di fedeltà alla vita che continua anche oltre di noi.

Il testamento come atto di giustizia e riconciliazione

La redazione di un testamento rappresenta un momento esistenziale denso di significati etici, affettivi e simbolici. Stilare un testamento “giusto” significa confrontarsi non solo con la propria morte, ma anche con il senso delle relazioni che si sono intessute nella vita, con le dinamiche familiari – spesso complesse – e con il bisogno profondo di lasciare un’eredità non solo materiale, ma anche morale. In tale prospettiva, la stesura del testamento si configura come un esercizio di responsabilità, una forma ultima di presa di posizione e di significazione delle proprie scelte relazionali.

Nel momento in cui un individuo dispone dei propri beni, si misura con la questione dell’equità. Tuttavia, il concetto di “giustizia” testamentaria non coincide necessariamente con l’uguaglianza aritmetica delle quote, ma piuttosto con la capacità di tenere conto dei bisogni, dei legami, dei vissuti e delle storie personali di ciascun erede. L’equità, in questo senso, richiede una riflessione profonda e personalizzata, che non può essere risolta unicamente con criteri legali o astratti.

Vi è infatti una differenza sostanziale tra giustizia legale (quella che il codice civile garantisce attraverso istituti come la legittima) e giustizia esistenziale o relazionale, che tiene conto della complessità dei rapporti, delle ferite, delle cure ricevute o negate, dei sacrifici fatti, dei ruoli ricoperti nella storia familiare.

Le difficoltà aumentano in presenza di famiglie “diseguali”: famiglie ricostituite, con figli di primo e secondo letto; famiglie in cui alcuni membri hanno contribuito più di altri alla cura dei genitori; o contesti in cui vi sono relazioni affettive segnate da lunghi silenzi, rotture o conflitti. In tali situazioni, redigere un testamento “equo” può significare prendere decisioni difficili, che rischiano di riattivare rancori e amplificare i dissidi esistenti.

Nel valutare la distribuzione dei beni, l’individuo è spesso attraversato da conflitti interiori: premiare chi è stato più presente o essere imparziale? Riconoscere il merito o preservare l’unità familiare? Queste domande evidenziano come la scrittura testamentaria diventi anche un’espressione della propria etica relazionale, una forma di bilancio esistenziale che obbliga a nominare ciò che spesso resta implicito: la gratitudine, la delusione, la speranza di riconciliazione.

Le implicazioni psicologiche del testamento in contesto conflittuale

Sul piano psicodinamico, la stesura del testamento in presenza di relazioni familiari conflittuali può generare vissuti ambivalenti: senso di colpa, desiderio di rivalsa, paura del giudizio postumo. Il soggetto si trova nella posizione difficile di dover “pronunciarsi” su questioni non risolte, mettendo nero su bianco una lettura dei legami che può essere definitiva.

Nelle famiglie in cui vi sono conflitti irrisolti, il testamento può involontariamente diventare un atto punitivo. In questi casi è fondamentale che l’atto testamentario non sia il riflesso di dinamiche emotive non elaborate, ma il frutto di un processo riflessivo maturo, eventualmente sostenuto da un percorso psicologico o di mediazione familiare.

La psicologia sistemico-relazionale evidenzia come le eredità – materiali e simboliche – siano spesso il luogo di emersione di fantasmi transgenerazionali, di debiti non detti, di aspettative rimaste sospese. In questo senso, la scrittura testamentaria può rappresentare un’occasione di ri-significazione e pacificazione, ma solo se affrontata con consapevolezza.

Pur nella consapevolezza che ogni situazione è unica, alcuni criteri possono orientare la redazione di un testamento che ambisca a un senso di giustizia relazionale. È innanzi tutto necessario valutare il contributo affettivo e assistenziale, vale a dire riconoscere chi ha sostenuto concretamente il testatore, soprattutto nei momenti di fragilità. Può essere utile considerare i bisogni attuali, tenendo conto della situazione economica o di salute dei beneficiari e così orientando verso una redistribuzione ponderata. In questo senso è bene esplicitare le motivazioni, come per esempio inserire una lettera privata che accompagni il testamento, il che può aiutare a spiegare le scelte, riducendo il rischio di fraintendimenti. È comunque importante evitare favoritismi impulsivi: ogni gesto testamentario ha infatti un impatto simbolico profondo; è utile interrogarsi se le proprie scelte siano espressione di equità o di risentimento. Infine è necessario promuovere la coesione familiare: talvolta una distribuzione uniforme, anche se non perfettamente equa, può contribuire a preservare i legami tra i superstiti.

L’atto testamentario, se mal gestito o percepito come ingiusto, può generare fratture profonde tra gli eredi, compromettendo per anni le relazioni familiari. Non di rado, controversie su eredità celano dolori antichi, sensazioni di esclusione, questioni di riconoscimento mai risolte.

Per questo motivo, oltre alla consulenza notarile, può essere utile considerare un accompagnamento psicologico alla stesura del testamento, specialmente nei casi più delicati. La mediazione familiare, in presenza di dissidi già manifesti, può offrire uno spazio protetto per discutere aspettative, prevenire contenziosi e favorire la comunicazione.

In conclusione, stilare un testamento giusto è un atto complesso che interseca diritto, etica, psicologia e relazioni. È un gesto finale che parla di noi, di ciò che abbiamo ritenuto importante, delle persone che abbiamo amato o da cui ci siamo allontanati, delle tracce che vogliamo lasciare nel mondo.

In una società in cui la morte viene spesso rimossa e i legami familiari sono attraversati da fragilità, il testamento può diventare uno strumento di giustizia postuma, di riconoscimento, di pace. Ma perché ciò accada, esso va pensato non solo come atto tecnico, ma come forma ultima di responsabilità relazionale. Come gesto che, se scritto con consapevolezza, può unire ciò che la vita aveva diviso.

Aspetti psicodinamici della redazione testamentaria

Nell’ottica della metapsicologia freudiana, il momento in cui il soggetto redige un testamento attiva in modo significativo l’istanza super-egoica. Come descritto da Freud nel saggio Il disagio della civiltà (1930), il Super-Io è la sede della coscienza morale, che si forma attraverso l’interiorizzazione dei divieti parentali e sociali, e si accompagna spesso al sentimento di colpa, anche quando non vi sia una colpa reale. In questo senso, la scrittura testamentaria può rappresentare una forma di riparazione simbolica, nel tentativo di correggere o riequilibrare ciò che si avverte come ingiusto o incompiuto nella storia relazionale familiare.

Il testatore, confrontandosi con la propria finitezza, può essere spinto a sistemare simbolicamente i conti della propria vita relazionale, cercando di lasciare un’eredità percepita come “giusta”, anche nel senso morale e affettivo del termine. Tuttavia, come osserva André Green (1990), vi è sempre il rischio che il Super-Io, se ipertrofico o punitivo, orienti il testamento verso forme più aggressive o colpevolizzanti: esclusioni punitive, assegnazioni simboliche, manovre che perpetuano una sofferenza invece di sanarla.

La prospettiva narcisistica, come delineata da Heinz Kohut (1971), consente di leggere il testamento anche come espressione di un bisogno profondo di continuità del Sé, al di là della disintegrazione fisica. Kohut evidenzia come il Sé abbia bisogno, per mantenere la coesione, di rispecchiamento, idealizzazione e continuità. Il testamento, in tal senso, diviene strumento di trasmissione identitaria e ricerca di riconoscimento postumo. La designazione degli eredi o la destinazione di beni particolarmente significativi riflettono spesso un desiderio inconscio di preservare l’immagine idealizzata di sé anche oltre la morte.

Nei casi di narcisismo fragile, il testamento può contenere una dimensione grandiosa e al contempo profondamente vulnerabile: il soggetto proietta nel documento una versione di sé che cerca di resistere all’annullamento, spesso attribuendo significati eccessivi ai propri beni o ai propri gesti.

Nella prospettiva kleiniana, la scrittura testamentaria può essere interpretata come una forma di elaborazione anticipata del lutto e di transizione dalla posizione schizo-paranoide a quella depressiva (Klein, 1935). La posizione depressiva consente l’integrazione delle immagini buone e cattive dell’oggetto, e quindi l’accettazione dell’ambivalenza: si può amare e odiare la stessa persona, riconoscere torti e virtù, e muoversi in direzione di una riparazione simbolica.

In tale stato mentale, il testamento diviene strumento di cura: si lascia qualcosa non solo “per dovere”, ma per riconoscere la storia dell’altro, la reciprocità della relazione, anche con le sue fratture. Il gesto testamentario acquista così un valore catartico e trasformativo.

In mancanza di questa integrazione, la redazione testamentaria può restare ancorata a una posizione scissa, in cui l’erede “buono” viene idealizzato e premiato, mentre l’erede “cattivo” viene escluso o punito, spesso in modo emotivamente sproporzionato rispetto alla realtà della relazione.

Dal punto di vista della psicoanalisi relazionale, è necessario considerare la presenza di fantasie inconsce che accompagnano la redazione testamentaria. Come già notava Ferenczi, ma ancor più sviluppato da Bollas (1987), l’inconscio produce narrazioni interne che strutturano l’identità e l’immaginario del soggetto. Scrivere il proprio testamento implica inevitabilmente l’attivazione di fantasie di presenza postuma, in cui il soggetto immagina le reazioni degli eredi, la lettura del documento, l’effetto delle sue parole. In alcuni casi, si tratta di fantasie riparative; in altri, di fantasie di controllo o vendetta. Scrive Bollas (1987): “Il testamento è spesso il palcoscenico immaginario in cui l’Io si rappresenta mentre osserva la propria assenza”

Queste fantasie, se non riconosciute o simbolizzate, rischiano di determinare una scrittura carica di ambiguità, di desideri rimossi o di messaggi impliciti che gli eredi faticheranno a decifrare senza conflitto.

Il lavoro psicoanalitico contemporaneo ha mostrato come l’eredità, in senso lato, non sia solo un lascito di beni, ma un sistema complesso di trasmissioni intergenerazionali. Il lutto non elaborato e i traumi non simbolizzati possono trasmettersi sotto forma di cripti psichiche (Il termine “cripti psichiche” o “cripte psichiche” è un concetto introdotto in ambito psicoanalitico, in particolare dalla psicoanalista francese Maria Torok e successivamente approfondito assieme a Nicolas Abraham. Il termine è usato per descrivere un meccanismo inconscio di rimozione radicale e segregazione di contenuti traumatici o lutti non elaborati all’interno della psiche), ovvero nuclei di esperienza rimossi che agiscono nel discorso familiare come silenzi o contraddizioni non elaborate.

Il testamento, quando stilato senza consapevolezza di questi contenuti, rischia di agire come una “capsula di memoria congelata” che perpetua la coazione a ripetere. Viceversa, un testamento pensato può diventare un atto generativo: non solo chiusura, ma apertura di un processo di simbolizzazione collettiva, un dispositivo narrativo che aiuta i sopravvissuti a elaborare la perdita e a trasformarla in significato.

Denaro e testamento

Nel momento in cui un soggetto si appresta a redigere un testamento, non affronta solamente un problema giuridico, ma entra in relazione con una dimensione profondamente simbolica: il valore psichico del denaro e dei beni posseduti. Il patrimonio, infatti, non è solo un insieme di oggetti o risorse da distribuire, ma costituisce un’estensione dell’identità, un deposito di affetti, desideri, investimenti emotivi e riconoscimenti. Esso diviene, nella fase terminale della vita o anche solo nella sua riflessione, lo strumento privilegiato con cui l’individuo cerca di esercitare un potere, lasciare un segno o continuare a esistere.

Il testamento, in questo contesto, si configura come un dispositivo simbolico attraverso cui il legame con il denaro, le proprietà e i rapporti familiari si manifesta in forme complesse, ambivalenti, spesso segnate da conflittualità latenti. Denaro e beni materiali, nel testamento, non esprimono soltanto un valore economico, ma sono vettori di significato, mezzi attraverso cui si comunica amore, riconoscimento, punizione o bisogno di controllo.

Dal punto di vista psicodinamico, il denaro rappresenta molto più di una risorsa utilitaristica. Come sottolinea Helene Deutsch (1949), l’investimento narcisistico sui beni si struttura fin dalla prima infanzia, laddove l’oggetto posseduto è percepito come parte integrante dell’Io. I beni materiali assumono così una funzione di “prolungamento del sé” (Winnicott, 1953), fungendo da contenitori transizionali di affetti, sicurezza, potere e identità.

La difficoltà a separarsi dal proprio patrimonio in età avanzata o nel contesto testamentario è, in questa prospettiva, la difficoltà a separarsi da parti profonde del proprio Sé, da ciò che si è conquistato, costruito, custodito. Come afferma Daniel N. Stern (1985), il possesso può fungere da asse centrale del senso di continuità personale e di coerenza dell’identità, soprattutto in soggetti che hanno organizzato la propria autostima attorno al lavoro, al guadagno e all’accumulo.

Nel momento in cui un individuo dispone dei propri beni post mortem, si trova a esercitare un potere che può essere sia generativo che manipolatorio. Il testamento diventa spesso una forma postuma di messaggio relazionale, un “atto di parola” che può includere o escludere, legittimare o ferire.

La donazione testamentaria non è solo un gesto altruistico, ma un atto intrinsecamente ambivalente, in cui possono coesistere il desiderio di riconoscere e quello di condizionare. Lasciti specifici possono essere accompagnati da aspettative implicite, da messaggi di obbedienza, fedeltà o gratitudine da parte degli eredi. In tal senso, il testamento può trasformarsi in uno strumento di controllo a distanza, una forma di “continuità narcisistica” attraverso la quale il soggetto tenta di governare le dinamiche familiari anche dopo la morte. Marcel Mauss (Saggio sul dono, 1925) così scrive a questo proposito:

“La donazione, lungi dall’essere sempre espressione disinteressata, può contenere una quota significativa di potere simbolico e coercitivo”.

Il dono, come insegna Mauss, non è mai completamente libero: esso comporta una reciprocità attesa, un vincolo implicito, una rete di significati che coinvolge chi dà e chi riceve. Il testamento, in questa prospettiva, si colloca al crocevia tra etica della generosità e strategia relazionale.

La difficoltà a lasciare i propri beni, anche quando la morte è imminente o la stesura testamentaria opportuna, è una delle espressioni più comuni di resistenza psichica alla separazione. Come scrive Bowlby (1980), la perdita di un oggetto significativo attiva sistemi profondi di attaccamento. I beni, in particolare quelli immobiliari o familiari (la casa, l’azienda, la terra), sono spesso caricati di un valore transgenerazionale, contenitori di memoria, radicamento, narrazione identitaria.

Non è raro che il testatore rimandi la redazione del testamento o ne cambi più volte le disposizioni, nel tentativo di diluire l’angoscia di dissoluzione e di preservare una forma di controllo sul mondo circostante. La rinuncia definitiva a ciò che si possiede può infatti evocare vissuti di svuotamento, di perdita di potere, di dissoluzione dell’identità.

Uno degli aspetti più delicati riguarda il potenziale uso strumentale del testamento come mezzo per ottenere attenzione, cura o presenza da parte dei familiari. In soggetti anziani, isolati o affettivamente deprivati, la promessa di un’eredità può diventare un dispositivo relazionale attraverso cui si tenta di riattivare un legame, di assicurarsi visite, cure o compagnia.

Il denaro, in questo caso, assume una funzione vicaria: è il mezzo con cui il soggetto cerca di ottenere ciò che non riesce più a garantire con la sola presenza o affetto. Tale dinamica può divenire perversa nei casi in cui si instauri un patto tacito tra donatore e destinatari: “ti lascio, se tu mi dai…”.

Nei casi più gravi, si può parlare di “ricatto affettivo testamentario”, nel quale il potere di decidere sulla successione diventa una leva per ottenere comportamenti o affetti forzati. Tali situazioni, benché non sempre patologiche, evidenziano l’ambivalenza del testamento come gesto simbolico: al tempo stesso espressione d’amore e dispositivo di controllo, forma di libertà e strumento di compensazione affettiva.

Possiamo così affermare che “Il testamento, in certi casi, può diventare la continuazione della richiesta di amore con altri mezzi” (L. Berra, Op. cit. 2021).

Nel lavoro clinico con soggetti che si confrontano con la stesura di un testamento, è fondamentale esplorare il significato affettivo e simbolico attribuito al denaro. Le domande non sono mai solo giuridiche: “a chi lascio?”, “quanto lascio?”, “cosa lascio?” sono domande su chi è stato importante, chi si vuole ricordare, chi si vuole far sentire visto o escluso.

La presenza di figli distanti, la relazione interrotta con un coniuge, o il senso di solitudine esistenziale emergono spesso nel momento testamentario con una potenza che supera quella dei bilanci patrimoniali. In questi casi, l’ascolto psicologico e un eventuale intervento di counseling filosofico o di mediazione familiare possono contribuire a trasformare il testamento da gesto ambiguo o punitivo in un vero e proprio rito di passaggio, capace di pacificare e significare la fine.

La scrittura testamentaria, se consapevole, può diventare una forma di saggezza simbolica: il dono, non più come merce di scambio o potere, ma come forma ultima di narrazione relazionale.

Il testamento come prolungamento dell’esistenza

La stesura di un testamento, nella sua apparente natura tecnico-giuridica, costituisce in realtà un atto fortemente simbolico ed esistenziale. Redigere un testamento non equivale soltanto a disporre dei propri beni, ma implica un confronto diretto con il limite della morte e, al contempo, un tentativo di oltrepassarlo. Il soggetto che scrive le proprie ultime volontà non si limita a chiudere la propria esistenza biologica, ma tende a prolungarla, lasciando segni, indicazioni, vincoli, donazioni e memorie che ne permettano una sopravvivenza simbolica. In questa prospettiva, il testamento diventa uno strumento attraverso il quale l’individuo cerca di continuare ad esserci, di influenzare gli affetti e le scelte dei sopravvissuti, di estendere il proprio Sé oltre i confini della morte.

Il bisogno di lasciare un’eredità, intesa non solo in termini materiali ma anche simbolici, può essere interpretato come una forma di “continuità del Sé” (Erikson, 1963), in cui il soggetto cerca di trasmettere ciò che ha costruito, amato e ritenuto significativo nel corso della vita. Attraverso il testamento, l’Io si proietta nel futuro e si fa ancora agente, nonostante la certezza della propria fine. Questo movimento psichico rappresenta un modo per tenere unito il proprio mondo relazionale, tentando di attribuirgli una direzione anche dopo la propria scomparsa.

Il testamento, dunque, non è solo un atto conclusivo, ma è anche un dispositivo narrativo e relazionale: un messaggio destinato a chi resta, che incorpora elementi affettivi, morali, etici e identitari. In tale senso, può essere considerato una forma postuma di presenza simbolica, una continuazione della propria funzione affettiva all’interno del gruppo familiare e sociale.

Nelle sue forme più mature, il testamento rappresenta un gesto di cura, una forma di riconoscimento e continuità affettiva. L’assegnazione di un oggetto caro, il lascito di un bene con un significato emotivo condiviso, o l’indicazione di una volontà educativa o valoriale, sono modi in cui il testatore esprime amore, gratitudine o desiderio di coesione.

In questi casi, la presenza postuma assume una tonalità positiva: si tratta di un’eredità che nutre, che unisce, che protegge, che testimonia una forma di legame duraturo. Il testamento diviene così un atto generativo, che riconosce i vissuti altrui, li onora e li orienta, offrendo una memoria vivente e non solo una traccia materiale.

Come afferma Daniel Stern, il Sé narrativo continua a costruirsi anche nelle rappresentazioni altrui: “diventiamo ciò che gli altri dicono di noi e ciò che noi immaginiamo continueranno a dire dopo” (The Interpersonal World of the Infant, 1985).

Il testamento, in quanto testo scritto, cristallizza la volontà del soggetto e ne consente una sopravvivenza simbolica, che può essere fortemente vincolante. Si tratta di una parola che viene letta in assenza del parlante, ma che conserva una forza attuale: essa decide, orienta, distribuisce, approva o esclude. È una parola che pesa, perché è definitiva e irrevocabile, e che acquista una dimensione quasi sacra, poiché pronunciata dal confine della morte.

In questa forma, la presenza postuma può anche assumere una tonalità ambigua o negativa, quando il testamento diventa strumento di controllo, punizione o rivalsa. È il caso delle disposizioni testamentarie condizionate, dei vincoli ereditari, delle esclusioni esplicite, o delle donazioni subordinate a requisiti morali o comportamentali. In questi casi, il testatore esercita un potere sull’assenza, lasciando dietro di sé una traccia che non libera, ma imprigiona; non cura, ma genera disagio.

Quando il testamento impone condizioni o restrizioni, si crea una forma di presenza invasiva, in cui il defunto continua ad abitare lo spazio psicologico degli eredi, ma in modo intrusivo, prescrittivo o colpevolizzante. Il soggetto, anche dopo la morte, esercita un’influenza che può ostacolare l’elaborazione del lutto e la costruzione autonoma dell’identità nei superstiti.

Secondo la teoria dell’attaccamento (Bowlby, 1980), l’elaborazione della perdita richiede la possibilità di trasformare la figura d’attaccamento in una rappresentazione interiorizzata positiva, capace di offrire sostegno simbolico ma non controllo. Quando il testamento ostacola questo processo, imponendo obblighi, punizioni o conflitti, il lutto può bloccarsi, diventando complicato o traumatico.

La presenza del testatore si fa allora fantasma psichico, secondo la definizione di Nicolas Abraham e Maria Torok (1978), agendo come una “criptopsiche” che ostacola l’elaborazione simbolica del legame.

La sfida del testamento consiste dunque nel trovare una forma simbolica che permetta di continuare ad esistere nei legami, ma senza incatenarli. Si tratta di trasformare il proprio desiderio di persistenza in memoria affettiva e non in controllo, in presenza evocativa e non in imposizione.

In questa direzione, la scrittura testamentaria può assumere una funzione profondamente evolutiva: diventare una forma narrativa matura del Sé, un’ultima espressione di libertà interiore e di cura relazionale. Il soggetto, attraverso il testamento, dona ciò che resta non solo per distribuire, ma per affidare. Affidare affetti, ricordi, responsabilità, visioni del mondo. Non per comandare, ma per accompagnare ancora un po’ chi resta.

Il testamento si colloca così tra la conclusione di una vita e la sua continuità simbolica. Esso è, al tempo stesso, chiusura e apertura: chiude una presenza fisica, ma apre una permanenza affettiva e narrativa. Il soggetto, scrivendo le proprie ultime volontà, non scompare del tutto: lascia parole, intenzioni, segni. E quei segni, se ben pensati, possono essere cura, memoria e orientamento.

Ma il testamento può anche ferire, se usato come strumento di controllo o vendetta. La qualità della presenza postuma dipende allora dal livello di elaborazione raggiunto dal testatore nei confronti della propria fine.

Un testamento è sempre un messaggio: può essere un gesto d’amore o una ferita che resta.

Riferimenti bibliografici

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Lodovico Berra, Psichiatra, Psicoterapeuta, Psicoanalista, Direttore SSCF & ISFIPP

Medico specialista in psichiatria, psicoterapeuta e psicoanalista, Fondatore e Direttore della Scuola Superiore in Counseling Filosofico e del Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia e Psichiatria.
Ha iniziato ad occuparsi di psicoterapia esistenziale e dei rapporti tra psichiatria e filosofia alla fine degli anni 80, subito dopo la laurea in medicina e chirurgia.
Nel 1998 ha fondato la Scuola Italiana di Psicoterapia Esistenziale (SIPE) e nel 2007 l’Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia, Psichiatria (ISFIPP) di cui è attualmente direttore.
Ha studiato e si è perfezionato a Zurigo, Ginevra, Parigi, New York, Boston, Los Angeles.
È autore di una ventina di libri e di un centinaio di articoli su riviste nazionali ed internazionali nel campo della psichiatria, della psicologia e della filosofia.


L’autore