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Angoscia di morte

«L’angoscia non è un sentimento. È un grido muto.» Queste parole, pronunciate da un paziente in uno studio terapeutico, ci colpiscono più di qualunque definizione accademica. Parlare di angoscia è come tentare di afferrare il vento con le mani. C’è, la sentiamo, ma non riusciamo a darle una forma precisa. Eppure esiste, eccome se esiste.…

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Angoscia di morte

«L’angoscia non è un sentimento. È un grido muto.»

Queste parole, pronunciate da un paziente in uno studio terapeutico, ci colpiscono più di qualunque definizione accademica.

Parlare di angoscia è come tentare di afferrare il vento con le mani. C’è, la sentiamo, ma non riusciamo a darle una forma precisa. Eppure esiste, eccome se esiste. Secondo uno studio dell’OMS, i disturbi legati all’ansia e all’angoscia colpiscono più di 260 milioni di persone nel mondo: numeri che non raccontano solo statistiche, ma vite sospese, notti in bianco, silenzi troppo pieni.

In questo articolo non troverai soluzioni semplici, né frasi fatte. Troverai invece parole oneste, immagini potenti, esperienze condivise. Perché l’angoscia – soprattutto quella che nasce dal pensiero della morte – non si cura con l’ottimismo, ma con l’ascolto. Con il coraggio di guardare in faccia il nulla, di nominarlo, di esplorarlo.

Parleremo del legame tra angoscia e tempo, tra morte e perdita di senso. Ti mostrerò – con chiarezza e profondità – come questo sentimento può stravolgere il quotidiano, silenziosamente. E perché comprenderlo è già, in parte, un modo per trasformarlo.

Se anche a te è capitato di chiederti, nel cuore della notte, “che senso ha tutto questo se poi dovrò morire?”, allora continua a leggere. Non sei solo. E forse, proprio nel dialogo con l’angoscia, si nasconde una possibilità di vita più autentica.

Spesso accade che non vi siano parole per descrivere sentimenti.

Il nostro repertorio lessicale è limitato nel dare voce alla infinita varietà di emozioni interiori. Una descrizione del sentimento “angoscia” rimane perciò inevitabilmente una operazione riduttiva ed insoddisfacente.

Possiamo lasciare la parola a chi la prova o l’ha provata, cercando di lasciarci trasmettere il vissuto profondo. Questo ben sapendo di non poter mai raggiungere la sua verità ultima ed aprendoci alla nostra personale ricerca interiore.


«Un vago senso di malessere mi ha preso da qualche tempo, in modo subdolo e silenzioso è cresciuto in me. Il pensiero della morte mi ha invaso poco per volta, prendendosi gradualmente tutto me stesso, tutto il mio tempo, tutta la mia vita. È diventato un pensiero ossessivo, continuo, pervasivo.

Non posso immaginare che prima o poi perderò tutto. Questo per me è un pensiero insopportabile. Come può essere che tutto finisca così, nel nulla? Anch’io, un giorno, sarò morto. Il mio corpo smetterà di funzionare, si spegnerà e poi si decomporrà in una fredda bara.

Al pensiero mi prende la paura di essere sepolto ancora vivo, risvegliandomi al buio, sigillato nella cassa, senza poterne uscire, e così morire soffocato, poco per volta, travolto dalla disperazione negli ultimi minuti della vita. Mi ricordo mio padre, qualche anno prima, nella bara, bianco, cereo, immobile in attesa della sepoltura e mi sembra di vedere me stesso, come lui, con lo stesso destino.

La sera è diventato un incubo il dormire. Vado a letto e nel buio della notte comincio a pensare alla mia fine, a che effetto fa morire, sentire la vita spegnersi per sempre, vedere il mondo intorno chiudersi definitivamente. L’addormentarsi ricorda la morte. Perdere i sensi, allontanarsi dalla realtà, sentir dissolversi il mondo esterno. L’angoscia s’è fatta così forte che inizio ad avere paura del sonno. Potrei addormentarmi senza più risvegliarmi.

Mi domando se il sonno sia simile al morire, se il perdere coscienza nell’addormentamento assomigli a quando si spegne la vita. Questo rende ogni notte sempre più difficile e così cerco di star sveglio, di non addormentami, per non morire. Poi, regolarmente, dopo qualche ora, crollo in un sonno profondo e senza sogni. Quando mi sveglio al mattino l’angoscia è già lì, presente, ferma, prepotente, che mi blocca, mi impedisce di vivere.

Che senso ha andare a lavorare, faticare, mangiare, vivere se poi dovrò morire? Perché tutta questa fatica che si dissolverà infine nel nulla? La morte si sta prendendo tutta la vita. L’angoscia è a volte così forte da darmi la sensazione di soffocare, di sentirmi schiacciato, compresso da una forza brutale e crudele. Ho ormai smesso di uscire, di andare a lavorare, ho perso tutte le mie amicizie, rimango in casa per ore da solo, a pensare, al buio, seduto sul divano ad attendere la mia fine».


L’angoscia di morte è un sentimento profondo e violento, persistente ed invadente, prepotente ed incontrastabile. È il sentimento doloroso nel vedere la propria inevitabile fine con ciò che implica: la perdita di ogni cosa, la precarietà della vita. 


Può rimanere un sottofondo costante, che emerge quando si interrompe il flusso degli impegni quotidiani: la sera, spossati a casa, al termine del lavoro; nel silenzio di notti insonni; nei vuoti week end di riposo; durante la quiete tediosa del periodo di ferie. 
Oppure può invadere ogni momento della vita e compromettere le normali attività, il lavoro, le relazioni sociali.

A volte può rimanere nascosta nelle profondità della mente, emergendo solo come un’angoscia senza oggetto.

Non è raro infatti che stati di malessere, apatia, insoddisfazione, tristezza, disperazione rappresentino i sentimenti di una angoscia di morte sottostante, temuta e così rigettata nelle pieghe dell’inconscio. 


Di fronte al pensiero della morte si sperimenta il sentimento del nulla, del vuoto assoluto, dell’annientamento totale di ogni aspetto della nostra esistenza. Davanti alla morte non ci sono difese, possibilità di salvezza, valide alternative.

È un evento unico, irripetibile, di cui non ci può essere esperienza, poiché accade una volta e mai più. E da questo non si può più tornare indietro.
Ciò che spaventa della morte è il perdere ogni cosa, affetti, oggetti, il mondo stesso. Il non esserci più, lo svanire della vita, il nulla che ne consegue sono idee insostenibili per la maggior parte degli esseri umani.

È raro che vi sia serenità nell’accettare la morte come fatto naturale e normale della vita. A volte è difficile il solo parlarne e, sebbene sia un evento fondamentale, lo si evita, lo si nega, lo si sfugge. 
Il pensiero della morte si impone e genera angoscia. Il nulla che lo accompagna spaventa. Lo svanire di ogni cosa, il perdere tutto terrorizza. In fondo tutto ciò che abbiamo è la nostra vita, con tutti i suoi contenuti: fatti, ricordi, problemi, successi, fallimenti, oggetti, relazioni.

Privarci di ogni elemento vitale è inaccettabile. Il nulla disorienta, l’assenza di ogni cosa è insostenibile, il vuoto assoluto è inconcepibile. Il nulla è per noi qualcosa di innaturale, quasi artificiale e teorico. Mai sperimentiamo nella vita il nulla, sempre c’è qualcosa. Anche nella più totale inerzia e passività siamo circondati da un mondo, da cose, oggetti, da uno spazio mai completamente vuoto, da un tempo che sentiamo scorrere.

Il nulla è un concetto astratto che non ci appartiene. La vita è solo piena e questa pienezza è presente anche per chi non fa nulla. Si accumulano sensazioni, momenti, emozioni, fluisce il tempo, cambia il nostro corpo, evolve la mente, scorrono pensieri, immagini, fantasie. Il nostro vivere è un flusso continuo, inarrestabile e pieno.

Siamo così abituati alla pienezza che diventa spaventoso il silenzio assoluto. Questo non appartiene alla vita e anche la morte stessa è esperienza di pienezza della vita. Dopo non c’è più nulla da riempire, il contenitore è svanito e il nulla non ha più senso. Il contenitore, che è il nostro corpo, ha un ciclo da compiere ed esso ha un termine. Il contenitore comprende un cervello, in cui si sviluppano pensieri, riflessioni, concetti. L’organo cerebrale immagina la morte, la concepisce, la prevede. Ma in questa operazione mentale compie distorsioni, aggiunge elementi, ne toglie altri, crea ipotesi, immagina esperienze. Il nulla è una di queste, in realtà finzione ed estrema astrazione.

Per la nostra mente è difficile concepire la fine assoluta, irreversibile, inevitabile di un qualcosa. Dobbiamo immaginare una continuità, una prosecuzione che ci consenta di sopportare l’altrimenti pesante angoscia derivante dal nulla.

Nel momento in cui la morte chiude ogni cosa, e prelude al vuoto definitivo, la mente umana va in crisi, non può accettare l’assenza di ogni cosa.

La nostra mente funziona secondo regole ben precise che implicano connessioni e successioni.

Gli eventi si legano tra loro in una successione infinita che viene a configurare questa esistenza. L’interruzione della continuità genera la crisi (più avanti indagherò nel dettaglio le basi di questo nostro funzionamento psichico). La nostra mente non riesce a concepire l’assenza di continuità, la conclusione di successioni, la fine definitiva del flusso della vita, il nulla totale ed assoluto.

Il vuoto è un qualcosa di insostenibile anche solo perché non siamo educati a viverlo e sperimentarlo. Il nulla ci spaventa perché è qualcosa di inusuale, quasi innaturale nel nostro modo di pensare.

Siamo così presi dai grovigli dei nostri pensieri che immaginare il silenzio totale ci spaventa.

Siamo così presi dalle preoccupazioni del corpo che non riusciamo neppure ad immaginare la sua non esistenza.

Il nulla, la non-esistenza, la scomparsa di ogni evento vitale, produce uno stato irreale, inimmaginabile per l’umano modo di pensare.

Il confronto con il nulla, e con esso la morte, richiede esercizio, pratica, sperimentazione. È un andare oltre il nostro abituale modo di essere. Il nulla è un vuoto che ci spaventa perché sovverte la nostra abituale modalità di esistere, legata ad un pieno. Svuotare questo pieno è qualcosa di innaturale, che viene a privare la vita dei suoi elementi fondamentali, generando un’angoscia profonda, che travolge e sovverte il quieto vivere.

Il tema dell’angoscia di morte rimanda direttamente alla questione del senso e del limite dell’esistenza: vedi Il senso della vita nell’Analisi Esistenziale.

Lodovico Berra, Psichiatra, Psicoterapeuta, Psicoanalista, Direttore SSCF & ISFIPP

Medico specialista in psichiatria, psicoterapeuta e psicoanalista, Fondatore e Direttore della Scuola Superiore in Counseling Filosofico e del Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia e Psichiatria.
Ha iniziato ad occuparsi di psicoterapia esistenziale e dei rapporti tra psichiatria e filosofia alla fine degli anni 80, subito dopo la laurea in medicina e chirurgia.
Nel 1998 ha fondato la Scuola Italiana di Psicoterapia Esistenziale (SIPE) e nel 2007 l’Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia, Psichiatria (ISFIPP) di cui è attualmente direttore.
Ha studiato e si è perfezionato a Zurigo, Ginevra, Parigi, New York, Boston, Los Angeles.
È autore di una ventina di libri e di un centinaio di articoli su riviste nazionali ed internazionali nel campo della psichiatria, della psicologia e della filosofia.

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