, ,

Una stanza tutta per sé, oggi: l’eredità di Virginia Woolf

di

·

Virginia Woolf

Lavoro terapeutico, piattaforme e libertà femminile

“Farò ciò che posso per mostrarvi come sono giunta a questa opinione sulla stanza e sul denaro.” — Virginia Woolf

Nel 1929, mentre il mondo precipitava nella crisi economica e il lavoro creativo femminile veniva ignorato dalla società, Virginia Woolf pubblicava Una stanza tutta per sé, un saggio che avrebbe cambiato la storia del pensiero femminile. Woolf chiedeva tre cose: una stanza, del denaro, e la libertà di lavorare. Una richiesta apparentemente semplice, ma in realtà rivoluzionaria. Non solo spazio fisico, ma riconoscimento, autonomia, diritto a un lavoro creativo non interrotto, non svalutato, non sfruttato.

Quasi un secolo dopo, quelle domande ritornano, acute e attuali, nei racconti delle terapeute contemporanee che lavorano in stanze virtuali, mediate da piattaforme digitali. Chi ha il controllo di quelle stanze? Chi detiene il tempo, il compenso, la libertà di esercitare una professione etica e autonoma? La stanza, oggi, non è più fatta solo di muri e porte: è uno spazio digitale, è una pagina su Zoom, è una chat asincrona. E, troppo spesso, è uno spazio precarizzato.

Il significato della stanza nella terapia contemporanea

«: è un luogo psichico, simbolico, relazionale. Con la digitalizzazione del lavoro clinico, questo spazio si è trasformato in modo radicale. Non solo per chi riceve, ma per chi offre cura.

Oggi, molte terapeute esercitano da casa, o tramite piattaforme come Unobravo o Serenis,. In teoria, queste soluzioni offrono flessibilità. In pratica, spesso significano compensi bassissimi, mancanza di tutela, sovraccarico di notifiche, e continue richieste di disponibilità. Il lavoro terapeutico è diventato “uberizzato”: precarizzato, frammentato, inserito in logiche di “profitto algoritmico”.

Una terapeuta italiana, Rita, racconta: «Ho scelto la piattaforma per allargare la mia clientela, ma mi sono sentita sfruttata. Il compenso non era proporzionato al mio titolo di studio, alla mia esperienza, al peso emotivo del lavoro». Il lavoro di cura è ancora, come ai tempi di Woolf, un lavoro femminile sottopagato, invisibile, dato per scontato.

Denaro, tempo, spazio: coordinate del lavoro terapeutico

Woolf, con lucidità profetica, intuiva che per lavorare creativamente serve “una stanza” e “denaro”. Tradotto nel linguaggio contemporaneo: serve tempo, serve spazio mentale e fisico, serve riconoscimento economico. Le terapeute/counselor che lavorano sulle piattaforme raccontano invece di una pressione costante a essere sempre disponibili, sempre flessibili, sempre performanti. Non è solo il medium (digitale) a creare difficoltà: è il modello di lavoro.

Come afferma Lodovico Berra, la terapia a distanza non è nuova: Freud scriveva lettere, le linee di aiuto anonime esistono da decenni. Ciò che cambia oggi è l’inserimento del lavoro terapeutico in una struttura capitalistica guidata da logiche aziendali e da algoritmi. È qui che il lavoro della cura si deforma.

Le piattaforme promettono efficienza, accessibilità, velocità. Ma a quale prezzo? L’esperienza clinica viene spacchettata in messaggi da pochi secondi, videochiamate da 30 minuti, prestazioni valutate da “rating” e “feedback”. La relazione terapeutica — per definizione lenta, complessa, intima — rischia di essere sostituita da una logica di consumo: se il terapeuta non piace, si cambia con un click. La terapia diventa usa e getta.

Molte terapeute e counselor denunciano la fatica di mantenere confini. Non sanno se saranno pagate per una seduta annullata, se potranno contattare un paziente sparito, se riceveranno sostegno dalla piattaforma in caso di emergenza. Il lavoro clinico, già emotivamente intenso, diventa anche amministrativamente instabile.

Il corpo nello spazio terapeutico: presenza, assenza, distanza

La terapia è anche esperienza incarnata. Il corpo della terapeuta, il suo tono di voce, la postura, l’energia che porta nella stanza, sono parte integrante del processo. Nella teleterapia, questa dimensione si contrae. Lo schermo separa, la latenza altera il ritmo della parola, l’inquadratura seleziona porzioni del visibile. La stanza diventa un contenitore frammentato.

Molte professioniste raccontano di sentirsi “più stanche” dopo una giornata di sedute online. Non è solo una fatica tecnica o cognitiva. È l’assenza di contatto, di silenzi condivisi, di respiri sintonizzati. È l’assenza del corpo. Eppure, anche qui, le terapeute fanno spazio: all’altro, a sé stesse, alla relazione. Creano una stanza dove prima c’era solo una finestra aperta su uno schermo.

Il doppio turno digitale

Come racconta una terapeuta madre: «Mio marito andava a lavorare, io avevo i bambini tutto il giorno. Lavoravo la sera, sperando in un po’ di silenzio. Dovevo crearmi uno spazio riservato in una casa piena».

Questo è il cosiddetto “doppio turno digitale”: non basta lavorare come terapeuta online, bisogna anche continuare a gestire, come sempre, il lavoro domestico, il carico mentale, le attese familiari. Le piattaforme promettono flessibilità, ma la flessibilità è una gabbia se non è sostenuta da equità.

Il tempo della seduta non è solo una misura cronologica: è un contenitore simbolico. Lo spazio è luogo, ma anche confine. La piattaformizzazione della cura ha compresso queste dimensioni. La terapia può avvenire ovunque, in qualsiasi momento. Ma questa apparente libertà si traduce spesso in un eccesso: di accessi, di notifiche, di richieste.

Il terapeuta è sempre raggiungibile, sempre disponibile. Ma a quale prezzo? Alcune piattaforme non pagano per le disdette, non regolano il “la fantasma” dei pazienti, non tutelano il tempo di lavoro non retribuito. Questo crea una situazione che mina le basi etiche della professione.

Intermezzo filosofico: l’ethos dello spazio e la libertà dell’essere

Già Aristotele distingueva tra il luogo (topos) e lo spazio vissuto, abitato. Heidegger, nel suo Costruire, abitare, pensare, ci ricorda che l’abitare è un modo di essere nel mondo. La stanza, allora, è più che un luogo funzionale: è l’apertura di un orizzonte di senso. Uno spazio che consente alla soggettività di manifestarsi, al tempo di distendersi, alla parola di compiersi.

Quando Woolf reclama una stanza, reclama la possibilità di essere nel mondo in modo pieno, senza alienazione. E oggi, quando una terapeuta lotta per uno spazio che sia suo, in cui non sia sorvegliata, sottopagata, pressata, lotta per quell’antico diritto filosofico: abitare. Essere.

La stanza come spazio di resistenza

Contro questa precarizzazione, alcune terapeute provano a riconquistare una stanza. Reale o simbolica, fisica o digitale. Una stanza fatta di tempo tutelato, di compensi adeguati, di regole chiare. Una stanza dove si possa davvero “fare il lavoro”, come dice Woolf. Dove la relazione terapeutica possa tornare ad essere un incontro umano, non una prestazione.

Come ci ricorda la riflessione della paziente all’inizio: la stanza terapeutica è condivisa, ma deve essere sicura per entrambe. La terapeuta non può contenere se non è a sua volta contenuta. Non può prendersi cura se non ha uno spazio per respirare, per pensare, per essere riconosciuta.

La rete di interconnessioni del lavoro terapeutico

Stanza terapeutica Wolf Lavoro terapeutico interconessioni
Stanza terapeutica. Lavoro terapeutico interconessioni

Le domande di Virginia Woolf restano aperte. Forse oggi più che mai. È ancora il denaro, ancora lo spazio, ancora il tempo. La stanza tutta per sé resta il simbolo di una libertà difficile da conquistare, continuamente minacciata da logiche che riducono il lavoro terapeutico a mera prestazione.

Ma come mostrano le testimonianze delle terapeute, esiste resistenza. Esiste la volontà di costruire stanze nuove, più giuste, più umane. Esiste il desiderio, profondo, di fare davvero il lavoro: non solo curare, ma anche abitare un luogo, un ruolo, una professione con dignità.

E forse è proprio questo che possiamo imparare oggi, rileggendo Woolf da dentro una stanza virtuale: che ogni terapeuta, ogni donna, ogni lavoratrice della cura, ha diritto a uno spazio tutto per sé. Per creare, per esistere, per essere vista. E soprattutto, per non essere mai più invisibile.

Grazie al contributo delle diverse componenti del team, la Redazione SSCF & ISFiPP cura le molteplici aree di comunicazione dell’Istituto: scouting e produzione di contenuti editoriali e scientifici, redazione di news e articoli, cura editoriale delle pubblicazioni (Dasein Journal, ISFiPP Edizioni), organizzazione di eventi e convegni, gestione del sito web e dei canali social istituzionali, redazione e pubblicazione di newsletter, supporto alle relazioni istituzionali.

La Redazione si relaziona con tutti i principali stakeholder (studenti, docenti, comunità clinica e di ricerca, territorio) al fine di supportare e potenziare la comunicazione (interna ed esterna) delle iniziative relative a formazione, ricerca e divulgazione del counseling filosofico e dell’analisi esistenziale, della psicofarmacologia e psichiatria.