Sapere aude è latino e si traduce di solito con «osa sapere», oppure «abbi il coraggio di conoscere». Sono due parole sole, prese da una lettera in versi di Orazio, che Immanuel Kant nel 1784 ha trasformato nel motto dell’Illuminismo. Da allora compaiono sugli stemmi delle università, nelle dediche delle tesi, perfino tatuate su un avambraccio.
Dietro c’è un’idea semplice e scomoda: per pensare con la propria testa l’intelligenza non basta, serve coraggio.

Che cosa significa «sapere aude»: traduzione e origine in Orazio
Il verso si trova nelle Epistole di Orazio (libro I, epistola 2, verso 40). Il poeta scrive all’amico Lollio, giovane e pieno di buone intenzioni sempre rimandate: «Dimidium facti qui coepit habet: sapere aude, incipe», «chi ha cominciato è a metà dell’opera: osa essere saggio, comincia».
Qui sapere non vuol dire tanto «conoscere» quanto «avere giudizio», vivere in modo assennato. E Orazio aggiunge subito un’immagine che si ricorda: chi rinvia il momento di vivere bene somiglia al contadino che aspetta, per attraversare il fiume, che l’acqua finisca di scorrere. Il fiume intanto scorre, e scorrerà per sempre.
Nel Settecento il motto torna di moda. Nel 1736 a Berlino una società di intellettuali legati al filosofo Christian Wolff, gli «amici della verità», lo fa incidere su una medaglia. Quando Kant lo riprende, quasi cinquant’anni dopo, i suoi lettori lo conoscono già.
Sapere aude in Kant: il motto dell’Illuminismo
Nel dicembre 1784 la Berlinische Monatsschrift pubblica un breve scritto di Kant, Risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo?. Comincia così:
«L’Illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l’incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro. […] Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! È questo il motto dell’Illuminismo.»

La parola decisiva è «imputare». Kant non parla di chi non ha avuto la possibilità di studiare, ma di chi potrebbe pensare da sé e preferisce non farlo. Le cause, dice senza giri di parole, sono la pigrizia e la viltà.
Poi fa un elenco che, letto oggi, sembra scritto ieri. È così comodo restare minorenni: se ho un libro che pensa al posto mio, un direttore spirituale che ha una coscienza al posto mio, un medico che decide per me che cosa devo mangiare, non ho bisogno di sforzarmi. Pago, e altri si occupano per me di questo lavoro noioso.
E ci sono i tutori, quelli che si sono presi gentilmente l’incarico di sorvegliare gli altri. Kant li descrive come chi tiene i bambini nel girello e poi mostra loro quanto sia pericoloso camminare da soli. Il pericolo, osserva, non è poi così grande: dopo qualche caduta si impara a camminare. Ma basta l’esempio di una caduta per spaventare e togliere la voglia di provare.
Per questo l’uscita dalla minorità è difficile per il singolo, abituato a quella condizione fino a sentirla naturale. È più facile per un pubblico, a patto che gli si lasci la libertà di discutere. Kant non pensava di vivere in un’epoca già illuminata. Pensava di vivere in un’epoca di illuminismo, cioè in cammino.
Uso pubblico e uso privato della ragione
Nello stesso scritto Kant distingue due modi di usare la ragione. L’uso pubblico è quello che ciascuno fa come studioso davanti all’intero pubblico dei lettori, e deve essere sempre libero, perché è attraverso la discussione aperta che l’Illuminismo si diffonde. L’uso privato è quello che si fa dentro un incarico o un ufficio: l’ufficiale che riceve un ordine, il cittadino che paga le imposte, il pastore che predica secondo la dottrina della sua Chiesa. Lì la ragione può essere limitata senza che il progresso ne soffra.
L’ufficiale può obbedire e, come studioso, criticare pubblicamente l’ordine ricevuto; il cittadino può pagare le tasse e scrivere contro la loro ingiustizia. Kant riassume questo equilibrio con una frase che attribuisce a Federico II di Prussia: «Ragionate quanto volete e su ciò che volete, ma obbedite!».
Il coraggio di pensare, insomma, non coincide con il disordine. È la libertà di discutere apertamente, anche contro le istituzioni, mentre se ne rispettano le regole finché non vengono cambiate. Una distinzione che ha fatto discutere molto, e che qualcuno ha trovato troppo prudente.
Perché il sapere aude riguarda anche noi
Kant torna sullo stesso punto quando parla di educazione. Nelle lezioni raccolte nella Pedagogia scrive che l’uomo diventa uomo solo attraverso l’educazione, e che conta soprattutto che i bambini imparino a pensare, non che vengano addestrati. Chi oggi fa il genitore o l’insegnante riconosce bene la tentazione opposta, quella di dare risposte pronte perché si fa prima: ne abbiamo scritto a proposito di sbagliare con filosofia, essere genitori oggi.
Sul piano morale lo stesso principio si chiama autonomia. Per Kant un’azione è morale quando nasce da una legge che la ragione dà a sé stessa, non dalla paura, dall’abitudine o da un comando esterno. Uscire dalla minorità vuol dire anche rispondere delle proprie scelte.
E poi c’è il presente. Ai tempi di Kant il problema era chi controllava i libri; oggi le informazioni sono ovunque, e il libro che pensa al posto nostro ha preso la forma di un feed, di un algoritmo, di un esperto da talk show. Le pressioni sono più morbide di quelle dei tutori del Settecento, ma non meno efficaci, e la paura di sbagliare, di uscire dal gruppo, di sembrare fuori dalla normalità funziona come allora. Lo stesso vale per la mente che lavora in automatico, di cui parliamo in un diverso livello di funzionamento della mente.
Pensare da sé, del resto, non significa pensare da soli. Kant stesso legava l’Illuminismo alla discussione pubblica, e la filosofia è nata come conversazione: il dialogo socratico è ancora oggi uno dei modi più concreti per mettere alla prova le proprie convinzioni insieme ad altri. Per un quadro più ampio vedi anche la nostra guida al pensiero filosofico.
È anche l’idea da cui parte il nostro Master in Counseling Filosofico: portare il pensiero critico fuori dai libri, nel dialogo con le persone.
Domande frequenti su sapere aude
Che cosa significa «sapere aude»?
È un’espressione latina che si traduce con «osa sapere» o «abbi il coraggio di conoscere». In Orazio, che la usa per primo, vuol dire più esattamente «abbi il coraggio di essere saggio». Kant, nel 1784, ne fa il motto dell’Illuminismo e la rende così: «abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza».
Chi ha detto «sapere aude»?
Il poeta latino Orazio, nelle Epistole (libro I, epistola 2, verso 40): «Dimidium facti qui coepit habet: sapere aude, incipe», cioè «chi ha cominciato è a metà dell’opera: osa essere saggio, comincia». Il motto è diventato famoso grazie a Immanuel Kant, che lo cita nello scritto Risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo?
Che cos’è la minorità di cui parla Kant?
È l’incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Kant la chiama «imputabile a se stessi» quando non dipende da mancanza di intelligenza, ma da mancanza di decisione e di coraggio. Le sue cause, scrive, sono la pigrizia e la viltà.
Che differenza c’è tra uso pubblico e uso privato della ragione?
Per Kant l’uso pubblico è quello che si fa come studiosi davanti al pubblico dei lettori, e deve essere sempre libero. L’uso privato è quello legato a un incarico o a un ufficio, e può essere limitato: l’ufficiale obbedisce all’ordine, ma come studioso può criticarlo pubblicamente.
Per approfondire. Orazio, Epistole, I, 2; Immanuel Kant, Risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo? (1784), il cui testo si legge in traduzione italiana su Filosofico.net; Immanuel Kant, La pedagogia; Michel Foucault, Che cos’è l’Illuminismo? (1984); la voce Kant’s Theory of Reason della Stanford Encyclopedia of Philosophy.
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Medico specialista in psichiatria, psicoterapeuta e psicoanalista, Fondatore e Direttore della Scuola Superiore in Counseling Filosofico e del Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia e Psichiatria.
Ha iniziato ad occuparsi di psicoterapia esistenziale e dei rapporti tra psichiatria e filosofia alla fine degli anni 80, subito dopo la laurea in medicina e chirurgia.
Nel 1998 ha fondato la Scuola Italiana di Psicoterapia Esistenziale (SIPE) e nel 2007 l’Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia, Psichiatria (ISFIPP) di cui è attualmente direttore.
Ha studiato e si è perfezionato a Zurigo, Ginevra, Parigi, New York, Boston, Los Angeles.
È autore di una ventina di libri e di un centinaio di articoli su riviste nazionali ed internazionali nel campo della psichiatria, della psicologia e della filosofia.



