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L’anima del profumo. Dr. Marco Ciervo, osteopata, yoga terapeuta

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Dr. Marco Ciervo, l'anima del profumo, Il corpo

Prospettive fenomenologiche, somatiche e olfattive nella pratica del counseling filosofico

Rielaborazione basata sulla Tesi di Master in Counseling Filosofico (SSCF – ISFiPP) di Marco Ciervo

Lo spirito della rosa L’anima del profumo
Lo spirito della rosa – L’anima del profumo

Ci sono cose che entrano in noi senza bussare. Un odore, una fragranza improvvisa, un aroma che attraversa l’aria e ci afferra come se sapesse dove stiamo abitualmente nascosti. È qualcosa che non si vede e non si tocca, eppure, come scrive George Sand — citata da Marco Ciervo nelle prime pagine della sua tesi — il profumo è “la parte più delicata, più soave del cuore”.

Dr. Marco Ciervo arriva al counseling filosofico dopo una lunga vita passata ad ascoltare il corpo.
Laureato in Scienze dell’attività fisica e sportiva a Lione, specializzato in osteopatia, massoterapia, kinesiologia applicata, yoga terapeutico, ideatore della tecnica Clinical Pilates, formatore in Italia e all’estero, autore del volume “Yanu Yoga Wall”.

Chi conosce il suo lavoro sa che Ciervo è una figura rara:
uno di quelli che non separano mai il ragionamento dalla pelle, il pensiero dal movimento, il vissuto dal respiro.

Eppure, quando approda al Master triennale in Counseling Filosofico dell’ISFiPP & SSCF, qualcosa cambia.
La filosofia gli dà parole, l’olfatto gli dà immagini.
E le due cose — parole e immagini — si incontrano in un territorio che nessun manuale aveva previsto.

Nasce così la sua tesi: “L’anima del profumo”, una ricerca che sembra un romanzo sensoriale.

Tesi Counseling Filosofico Dr Marco Ciervo
Tesi Master in Counseling Filosofico, L’anima del profumo. Dr Marco Ciervo

Nelle prime pagine, Ciervo racconta la storia di Helen Keller.
Lei non vede, non sente, non parla.
Eppure, riconosce le persone dal loro odore, percepisce il mondo attraverso vibrazioni, sfumature, tracce olfattive.

Helen dice una frase bellissima:
“L’olfatto è un angelo caduto.”

Forse è vero.
Nella nostra cultura, l’olfatto è stato il senso dimenticato: troppo animale per i filosofi greci, troppo poco “oggettivo” per Kant, troppo istintivo per Freud.

Eppure, è l’unico che arriva dritto al sistema limbico, la casa della memoria e delle emozioni.
Niente filtri.
Niente logica.
Niente difese.

Solo verità.

Quadro teorico: l’olfatto tra neuroscienze e fenomenologia

La tesi sviluppa due assi teorici principali.

Evidenze neuroscientifiche

L’olfatto è l’unico senso che proietta informazioni direttamente al sistema limbico, senza elaborazioni intermedie nella corteccia. Le molecole odorose attraversano l’epitelio olfattivo e raggiungono rapidamente:

  • l’amigdala (emozione),
  • l’ippocampo (memoria),
  • la corteccia olfattiva primaria (identificazione).

Questo rende l’olfatto un veicolo privilegiato per l’accesso a ricordi non verbali o pre–riflessivi.

Prospettiva fenomenologica

Dr. Ciervo approfondisce la nozione di memoria involontaria, elaborata da Proust e interpretata da Bachelard, evidenziando come il profumo possa fungere da stimolo capace di riattivare stati affettivi profondi.

L’odore costituisce un’occasione di riapertura del vissuto, secondo una logica non volontaria e non intenzionale.

Il profumo come dispositivo clinico nel Counseling Filosofico

Il contributo originale della tesi consiste nel definire un metodo operativo che integra tre dimensioni:

  1. Stimolazione olfattiva mirata, tramite note selezionate o fragranze complesse.
  2. Osservazione somatica, orientata al riconoscimento dei correlati corporei dell’esperienza emotiva.
  3. Dialogo filosofico, finalizzato alla chiarificazione esistenziale, alla riflessione etica e alla rielaborazione del Sé narrativo.

L’elemento cardine del metodo è il concetto di abbrivio:
un movimento iniziale — somatico, emotivo o immaginativo — generato dall’esperienza olfattiva, che consente al soggetto di oltrepassare la soglia di latenza emotiva e accedere a significati interiori difficilmente raggiungibili attraverso la sola verbalizzazione.

Applicazioni: la collaborazione con Xerjoff Group Spa

Marco Ciervo, osteopata, Yogaterapeuta, Counselor Filosofico
Dr. Marco Ciervo, osteopata, Yogaterapeuta, Counselor Filosofico

L’autore descrive anche la collaborazione con Xerjoff Group Spa, maison italiana specializzata in profumeria artistica. Le fragranze Xerjoff, caratterizzate da un’architettura olfattiva stratificata, vengono impiegate come strumenti evocativi nel setting di counseling filosofico.

Queste fragranze permettono di:

  • attivare memorie autobiografiche remote;
  • generare immagini interiori;
  • facilitare processi di integrazione emotiva;
  • promuovere un pensiero riflessivo incarnato.

In tale contesto, la profumeria artistica non è un semplice complemento sensoriale, ma un partner epistemico nella costruzione dell’esperienza terapeutica.


Capitolo 9- Note di coda – Conclusioni (appunti per una filosofia osteo-muscolare per inalazione)

Nelle mie speciali sedute osteopatiche, utilizzando il Counseling Filosofico propongo una ‘filosofia muscolare abbinata alla filosofia del profumo’, come l’avrebbero definita gli Stoici, in grado di tonificare i muscoli dell’anima a partire da quel muscolo primo, in cui Crisippo e Cleante riconoscevano la sede dell’anima stessa, ovvero il cuore.

Per gli Stoici l’anima è un “pneuma caldo dotato d’intelligenza” la cui parte fondamentale – definita l’egemonico – produce le rappresentazioni, l’assenso, le sensazioni e gli impulsi (come è evidente, là dove si trovano le passioni sta anche la ragione); e l’egemonico si trova situato nel corpo in corrispondenza del muscolo cardiaco.

La filosofia allora è una cura del nostro modo di pensare che è insieme una cura del nostro modo di essere e di sentire.

Sostiene il filosofo di Soli:

“Come la forza del corpo deriva dal giusto tono muscolare, così anche la forza d’animo consiste nel giusto tono con cui si giudica, si opera, oppure con cui non si giudica o non si opera”.

Lo stesso ci dice anche Cleante: “come la forza del corpo dipende dal giusto tono dei nervi, così la forza dell’animo è il giusto tono nel giudicare, nell’agire o nel non agire”.

Laddove il “tono” è definito come insieme “forza e vigore”.

Appare in effetti degno di nota che per gli Stoici la filosofia appaia sì come una terapia per l’anima; tant’è che è assai frequente l’utilizzo di analogie con la professione medica ed il filosofo spesso è paragonato ad un terapeuta; tuttavia, tale terapia somiglia di più a una fisio-terapia (che usi appunto mezzi fisici, e non farmacologici, per la cura) e ad una ginnastica che tonifichi la muscolatura e mantenga il cuore sano, piuttosto che a una terapia fondata sulla semplice “farmacia filosofica”, quale forse più propriamente la intendeva invece Epicuro.

Il filosofo stesso appare –concedetemi il termine– come una sorta di personal trainer, che dopo aver “sentito il polso” del proprio paziente (a quale ritmo procede il suo cuore?) – primo passo fondamentale della terapia stoica, secondo Seneca – è poi in grado di stabile il giusto allenamento, personalizzato secondo il caso specifico.

In questo senso la filosofia evidentemente non tanto cura le malattie dell’anima, quanto predispone l’anima alla salute mantenendola appunto nel “giusto tono”; la filosofia rinvigorisce e fortifica.

Gli Stoici, probabilmente, dell’arte socratica non tanto avrebbero esaltato la pratica maieutica quanto la puntura tonificante del tafano di Atene; Socrate pungeva infatti, stimolando chi s’avventurasse con lui nel dialogo, talvolta fino al punto di spingerlo a rimettere in questione la sua intera esistenza.

Alcibiade nel Convito ammetteva infatti che, parlando con il suo maestro, spesso sopraggiungeva in lui “l’impressione netta che vivere nello stato attuale della sua esistenza era un’assurdità”.

Mi piace sostenere che la filosofia agisca questa tonificazione per contagio: quando Socrate – “tafano di Atene” – punge il proprio interlocutore, non semplicemente lo infastidisce con la puntura dell’interrogazione incessante e dell’ironia, bensì gli instilla un farmakon (inteso come tonico) fatto di meraviglia (thaumazein) e di strumenti razionali e critici mediante i quali d’ora in avanti osserverà se stesso e il mondo con sguardo rinnovato.

Il filosofo non somministra dunque farmaci per sedare o eliminare un sintomo, né adopera strumenti terapeutici sul paziente, bensì contagia l’interlocutore con uno stile di vita e di pensiero ‘meditante’ e critico che vada ad approfondire e ampliare la prospettiva sul problema e sul disagio di cui soffre.

L’interlocutore stesso non è per il filosofo semplicemente un uomo malato che vada guarito, ma un uomo infiacchito che va punto: le sue sofferenze sono il segno di un indebolimento del tono muscolare (come infatti diceva Cleante, “il dolore è un rilassamento dell’anima”).

I muscoli dell’anima sono resi fiacchi da opinioni e giudizi privi di forza, che ammorbano: false credenze, modi non corretti di percepire quanto ci circonda o ci accade, cattive opinioni sugli altri e su quanto dovremmo aspettarci dalle nostre relazioni con loro.

Opinioni e giudizi che fiaccano perché ci fanno cadere in stati di ansia, di preoccupazione e di inquietudine dai quali non sappiamo come liberarci e che turbano la nostra esistenza.

Quindi le modalità che il Counseling Filosofico eredita da Socrate e dagli Stoici sono a mio avviso innanzitutto:

1) la puntura contagiosa ovvero il coinvolgimento dell’interlocutore in un dialogo in grado di allenarlo all’uso di quegli strumenti dialogici, argomentativi e zetetici di cui poi potrà disporre anche da se medesimo;

2) naturalmente l’assenza di dottrine preconcette e di dogmatismi, poiché ciascun ospite dovrà trovare la propria strada e non seguire tracciati precostituiti;

3) l’ironia intesa come una pratica dell’ascolto attivo e, infine, il rispetto.

Mi spiego meglio.

Socrate, come sappiamo, fa spesso uso dell’ironia nel rapporto con il suo interlocutore: simula cioè d’essere inferiore all’altro per farsi colmare dalla sua

supposta saggezza, e finge di dargli ragione, ne assume perfino il medesimo punto di vista, per poi, all’ultimo, smascherare la contraddizione e condurlo ad ammettere la propria ignoranza.

Pare in questo caso che Socrate non accolga affatto chi ha dinanzi, ma finga piuttosto l’abbraccio, in realtà facendosi beffe del povero malcapitato. Le cose, tuttavia, non stanno proprio così. L’ironia socratica è, potremmo dire, la disponibilità del filosofo – di colui che punge – a farsi pungere a sua volta; è una “maschera” nel senso più complesso della parola. Essa è, da un lato, l’habitus che Socrate indossa affinché l’interlocutore abbia lo spazio di esporre nel modo più ampio e più libero le proprie convinzioni; d’altra parte è l’inganno cui lo stesso Socrate deve credere se vuole comprendere appieno la prospettiva entro la quale l’altro vede le cose.

È così che si tasta il polso dell’interlocutore.

A ulteriore riprova che Socrate non si veste d’ironia solo – né principalmente – per travolgere l’altro con un’interrogazione martellante e farsi così di lui scherno, c’è poi il fatto che egli non demolisce certezze e non mette in circolo i dubbi per poi abbandonare chi ha di fronte: lo prende invece per mano e lo induce a prendersi in mano.

Nota bene Pierre Hadot:

“Quasi in tutti i dialoghi socratici di Platone, sopravviene un momento di crisi in cui lo scoraggiamento s’impossessa degli interlocutori. Non confidano più nella possibilità di continuare la discussione, il dialogo rischia di spezzarsi. Allora Socrate interviene: assume su di sé il turbamento, il dubbio, l’angoscia degli altri, i rischi dell’avventura dialettica; e così rovescia i ruoli. Se c’è un fallimento, uno scacco, sarà affar suo. Presenta così agli interlocutori una proiezione del loro proprio Io; gli interlocutori possono così trasferire su Socrate il loro turbamento personale, e ritrovare la fiducia nella ricerca dialettica, nel lògos stesso”.

Stretto nella rete delle domande di Socrate, l’interlocutore si sente “preso”, spogliato di sé, ignorante, vergognoso perfino del suo modo di pensare e di agire, ma mai solo. Socrate è con lui sia nell’esaltazione della certezza, sia nello spaesamento dell’ignoranza. Tutto questo ha a che fare, a mio giudizio, con il profondo rispetto che Socrate ha nei confronti dell’Altro: la ricerca della Verità avviene in due e non può definirsi attraverso un discorso prepotente e unicamente distruttivo, che lasci l’interlocutore senza parole, muto, disorientato.

Nelle mie ‘speciali sedute’ mi è capitato di aiutare persone di diversa cultura ed estrazione sociale. Questo mi ha dimostrato che tutti possiamo ‘filosofare’ se vogliamo raggiungere l’eudaimonia (la propria fioritura) e che il filosofo deve fare estrema attenzione nel ‘contagio’ per evitare che il farmakon filosofico avveleni anziché curare.

Vi sono terapie differenti per costituzioni differenti e il filosofo – come sostiene Zenone – deve valutare il kairos, ossia il momento opportuno per somministrare la sua terapia, e fare attenzione al modo in cui la applica.

La Verità non è l’unico valore in gioco poiché vi è anche e fondamentalmente il Ben-essere dell’Altro. Secondo la metafora senecana del De beneficiis 32, chi si allena al gioco della palla deve gettarla al compagno facendo attenzione alle sue caratteristiche fisiche, alla capacità muscolare e all’altezza: la buona riuscita del gioco stesso e dell’allenamento dipendono proprio da questa capacità.

Al centro del mio aiuto di consulenza filosofica c’è l’autoconsapevolezza. Il mio storico di stampo tecnico è imbibito oggi di nuovi sentori e percezioni.

Attraverso gli odori mi apro alla via delle parole e attraverso la consapevolezza del corpo metto in relazione il fuori con il dentro.

Grazie agli insegnamenti filosofici ho compreso che altri prima di me hanno tollerato dei grandi disagi fintanto che sono rimasti consapevoli del fatto che le emozioni cambiano continuamente.

Essere maggiormente consapevole di come il corpo organizza i ricordi o le emozioni, così come essere consapevole che la percezione di un profumo sia in grado di riprodurre emozioni anche nascoste, mi conforta.

Sono fortemente convinto che molti disagi e sofferenze siano causati da disarmonia e disordine nelle nostre vite ovvero da qualcosa che è presente e non dovrebbe esserlo oppure da qualcosa che non è presente ed invece dovrebbe esserlo.

La maggior parte dei nostri ”circuiti elettrici” è rivolta verso gli altri cercandone l’armonia, credo che spetti anche a noi consulenti filosofici far in modo che avvenga questa (ri)connessione che ci appartiene secondo natura.

Non esiste un “trattamento elettivo” per il disagio così come non esiste una “consulenza filosofica elettiva”.
Ho compreso che bisogna essere pazienti e imparare dal paziente, che la mia priorità deve essere quella di farlo sentire “al sicuro” in quanto condizione necessaria per affrontare i momenti di smarrimento.
Dare rifugio durante la tempesta è cosa buona, senza dimenticare che il miglior capitano è quello che durante la tempesta è ormeggiato in porto sicuro.
Anche questa volta, come sempre e forse più di sempre, il cercare di farmi capire mi è servito a capire.
Buona vita!


La tesi del Dr. Marco Ciervo rappresenta un contributo innovativo all’interno delle pratiche di counseling filosofico. Essa mostra come l’integrazione tra competenze somatiche e riflessione teorica possa generare strumenti clinici nuovi, capaci di rispondere alle sfide poste da un’antropologia del soggetto sempre più attenta al corpo e alle dimensioni pre–riflessive dell’esperienza.

Il profumo si configura così come oggetto filosofico, stimolo clinico e ponte fenomenologico fra memoria, emozione e significato, restituendo all’olfatto il ruolo di senso fondativo nella costituzione dell’identità personale.

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