In un tempo dominato dalla velocità, dall’urgenza e dalla sovraesposizione comunicativa, fermarsi è diventato quasi un atto controculturale. L’estate, con la sua sospensione ritmica, offre uno spazio prezioso non solo per il riposo, ma per la riflessione. Non si tratta semplicemente di “staccare”, ma di riconnettersi. Con sé stessi, con il proprio sentire, con il proprio essere-nel-mondo. È in questa pausa che può riemergere il nucleo della nostra esistenza, sovente coperto dal rumore di fondo delle occupazioni quotidiane.
«Solo nel silenzio il cuore ritrova il suo battito»
— Søren Kierkegaard
Prendersi una pausa per ascoltarsi non significa scappare da qualcosa, ma al contrario scegliere di esserci davvero. In questo spazio di riflessione, la filosofia, la psicologia, la psichiatria — e con loro l’analisi esistenziale — possono aiutarci a vivere il presente in modo più consapevole, offrendoci strumenti per comprendere meglio noi stessi e il tempo che stiamo attraversando.
Filosofia: tempo, silenzio e ritorno all’origine
L’estate, per chi la sa abitare, non è un semplice intervallo fra due stagioni operative. È un kairós, un tempo opportuno. Un tempo che permette di sospendere il fare per lasciare spazio all’essere. In questa prospettiva, il pensiero filosofico ci invita a recuperare un rapporto con noi stessi che sia meno strumentale e più interrogativo.
Epicuro, nella sua celebre Lettera a Meneceo, ci ricorda che la felicità non si trova nei beni esteriori, ma nella capacità di coltivare un’esistenza semplice, libera dal timore della morte e dal desiderio illimitato. Il suo invito a vivere nascosti, a “lathe biōsas”, è quanto mai attuale: in una società esposta, iper-connessa, abituata a parlare prima di ascoltare, l’invisibilità può diventare una forma di saggezza.
Anche per Heidegger, il tempo della riflessione è quello che ci riporta alla dimensione autentica del nostro esistere. Nel momento in cui sospendiamo l’agire calcolante e ci apriamo all’essere, si dischiude la possibilità di un rapporto non superficiale con noi stessi. L’estate, in questa luce, non è il tempo del vuoto, ma della disponibilità a ciò che accade in profondità.
Psicologia: la pausa come funzione affettiva e simbolica
Dal punto di vista psicologico, l’estate può rappresentare uno spazio transizionale, nel senso definito da Donald Winnicott: un luogo intermedio tra il mondo interno e quello esterno, tra realtà e simbolo, tra bisogno e desiderio. In questa sospensione, possono emergere vissuti rimossi, fantasie dimenticate, intuizioni che nel frastuono della quotidianità non avrebbero trovato voce.
L’apparato psichico ha bisogno di ritmi. Come il corpo, anche la mente si affatica, si difende, si irrigidisce. La frenesia cronica produce sintomi, ansia, alienazione. Solo fermandosi è possibile recuperare un rapporto affettivo con sé stessi. In questo senso, l’estate non è una semplice vacanza, ma un tempo psicologico, che può permettere un contatto più autentico con la propria interiorità.
La psicologia del profondo ci insegna che ogni pausa può essere fertile se è attraversata con intenzionalità. Non si tratta di riempire il vuoto, ma di abitare lo spazio. Il silenzio, allora, non è una mancanza, ma una condizione creativa.
Psichiatria: il tempo della mente e la possibilità di una tregua
La clinica psichiatrica conosce bene la dimensione temporale del disagio. Disturbi come la depressione, l’ansia, il disturbo post-traumatico da stress, sono anche alterazioni dell’esperienza temporale. Il depresso è bloccato nel passato; l’ansioso è terrorizzato dal futuro; il traumatizzato è paralizzato nell’eterno presente del ricordo.
In questo contesto, l’estate può rappresentare un tempo terapeutico. Un tempo in cui il paziente può — con la giusta protezione — rinegoziare la propria relazione con il tempo, con il corpo, con il mondo. I ritmi rallentati, l’assenza di pressioni sociali, la maggiore esposizione alla natura e alla luce, possono favorire un riequilibrio bio-psichico.
Ma è soprattutto dal punto di vista esistenziale che la psichiatria più sensibile — quella che si confronta con la soggettività nella sua interezza — può trarre spunto da questo tempo. Il silenzio, se non vissuto come isolamento, può diventare un campo fenomenologico in cui il soggetto torna a percepirsi come vivente, come agente, come capace di sentire.
Analisi esistenziale: un’estate per ritrovare sé stessi
Nel cuore della riflessione che anima il nostro istituto ISFiPP – SSCF vi è l’analisi esistenziale. Una pratica che unisce la profondità della filosofia all’efficacia della psicoterapia, nella convinzione che ogni sofferenza psichica è anche sofferenza del senso. L’estate, in quest’ottica, non è solo una pausa lavorativa: è uno spazio di ricostruzione ontologica.
Per l’analisi esistenziale, come insegnano Viktor Frankl e Medard Boss, il soggetto è un essere incarnato, situato, gettato nel mondo, ma anche capace di libertà. La pausa estiva può diventare il tempo della responsabilità, intesa come risposta a una domanda che non abbiamo mai avuto il tempo di ascoltare: “Per che cosa sto vivendo?”
In questo vuoto temporale, che non è assenza ma apertura, si può finalmente rivolgere lo sguardo verso ciò che ci anima davvero: il desiderio, il valore, la possibilità. E talvolta anche verso ciò che ci manca: la ferita, il rimpianto, il lutto.
L’estate offre allora un’occasione privilegiata per esercitare l’ascolto fenomenologico: ascoltare ciò che si muove dentro, ciò che si è spento, ciò che reclama un nome. È qui che l’analisi esistenziale si rivela non come tecnica, ma come arte dell’abitare il tempo — non per modificarlo, ma per comprenderlo.
Counseling Filosofico: il dialogo che restituisce senso
Ultimamente il tempo dell’ascolto è stato colonizzato dalla fretta e l’esperienza soggettiva è spesso ridotta a problema da risolvere. Il counseling filosofico rappresenta un gesto controcorrente. Non propone diagnosi, non impone soluzioni, non offre ricette. Ma apre spazi. Spazi di parola, di pensiero, di saggezza, di relazione.
L’estate, con la sua tregua dal fare incessante, è il momento propizio per avvicinarsi a questo tipo di dialogo. Fermarsi per ascoltarsi significa anche riconoscere la propria necessità di essere ascoltati da qualcuno che non giudica, ma accompagna. E il counselor filosofico è proprio questo: un compagno che non conduce, ma cammina. Che non interpreta, ma interroga. Che non cerca di “aggiustare”, ma di comprendere la trama esistenziale di chi ha di fronte.
Il Counseling Filosofico non è una tecnica, ma una pratica riflessiva.
Affonda le radici nella tradizione antica della cura di sé e nelle scuole di pensiero che hanno fatto dell’esame della vita un percorso di liberazione. È un tempo condiviso in cui il soggetto può riformulare la propria esperienza, nominare le proprie contraddizioni, recuperare la propria libertà interna.
Durante l’estate, il dialogo filosofico può svolgersi anche in forme più libere: una lettura condivisa, un epistolario interiore, una camminata in cui le domande prendono il posto delle risposte. Non è necessario avere un “problema” per iniziare un percorso di counseling filosofico: basta avere una domanda. Una domanda vera, viva, anche solo abbozzata.
Perché continuo a ripetere gli stessi errori?
Cosa voglio davvero?
In che cosa credo, oggi?
Come posso attraversare questo passaggio difficile?
Qual è il mio valore, al di là dei ruoli?
Domande semplici, ma disorientanti. Che non trovano spazio nella comunicazione quotidiana, spesso troppo superficiale, troppo finalizzata. Il counseling filosofico offre un ambiente protetto per queste domande: uno spazio di risonanza, non di risposta automatica.
Per ISFiPP – SSCF, il Counseling Filosofico non è solo un servizio o una disciplina da insegnare. È un atteggiamento, una forma di presenza, una modalità etica di stare con l’altro. Nei percorsi formativi, così come nei colloqui individuali, si coltiva una postura dialogica che non mira al controllo dell’esperienza, ma alla sua apertura.
E anche nei momenti di pausa — come questa estate — il counseling filosofico può agire sottilmente, come un modo di ascoltarsi più a fondo, di stare nel tempo in modo diverso. Non si tratta di riempire il silenzio, ma di abitarlo. Non di dominare il dubbio, ma di lasciarsi interrogare. Perché, come scriveva Karl Jaspers, la libertà non consiste nel decidere tra opzioni già date, ma nel diventare capaci di porre nuove domande alla propria esistenza.
La fatica del vuoto, il coraggio della sospensione

Ma fermarsi non è facile. Il vuoto, se non sostenuto, può trasformarsi in angoscia. Non tutti sanno ascoltare il silenzio. Molti lo temono, perché nel silenzio emergono voci sepolte, desideri dimenticati, paure antiche. Fermarsi per ascoltarsi è un gesto di coraggio psichico ed esistenziale. Implica la disponibilità ad accogliere non solo ciò che è limpido, ma anche ciò che è opaco. Non solo ciò che consola, ma anche ciò che inquieta.
La filosofia ci insegna che il pensiero nasce dal turbamento. La psicologia che il disagio può essere trasformativo. La psichiatria che l’equilibrio non è la norma, ma il risultato di una lotta quotidiana con la complessità della vita. L’analisi esistenziale ci ricorda che la consapevolezza non elimina la sofferenza, ma la rende narrabile, condivisibile, abitabile.
Una presenza silenziosa, ma continua
Per questo ISFiPP – SSCF sceglie di non interrompere il dialogo neppure in estate, ma di esserci in modo discreto, essenziale, disponibile. Non per proporre soluzioni, ma per offrire domande generative. Non per dettare ritmi, ma per accompagnare l’ascolto. Non per saturare il vuoto, ma per renderlo fecondo.
Fermarsi per ascoltarsi è anche ciò che proponiamo nei nostri percorsi formativi. Nei gruppi di supervisione, nei master, nei laboratori esperienziali. Dove la parola non è strumento, ma luogo. Dove il silenzio è parte della cura. Dove la filosofia, la psicologia, la psichiatria e l’analisi esistenziale si incontrano, finalmente, come pratiche vive dell’umano.
Una citazione per l’estate?
«Non ho più bisogno di correre. Ho bisogno di imparare a stare.»
— Christian Bobin, filosofo, scrittore e poeta francese, vincitore del premio Prix des Deux Magots nel 1993 e del premio Prix de l’Académie Française nel 2016
Medico specialista in psichiatria, psicoterapeuta e psicoanalista, Fondatore e Direttore della Scuola Superiore in Counseling Filosofico e del Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia e Psichiatria.
Ha iniziato ad occuparsi di psicoterapia esistenziale e dei rapporti tra psichiatria e filosofia alla fine degli anni 80, subito dopo la laurea in medicina e chirurgia.
Nel 1998 ha fondato la Scuola Italiana di Psicoterapia Esistenziale (SIPE) e nel 2007 l’Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia, Psichiatria (ISFIPP) di cui è attualmente direttore.
Ha studiato e si è perfezionato a Zurigo, Ginevra, Parigi, New York, Boston, Los Angeles.
È autore di una ventina di libri e di un centinaio di articoli su riviste nazionali ed internazionali nel campo della psichiatria, della psicologia e della filosofia.









