Che cosa succede, concretamente, in un percorso di counseling filosofico? Quali strumenti usa il counselor e in che cosa sono diversi da quelli dello psicologo? Questa guida descrive il metodo e le principali pratiche filosofiche, individuali e di gruppo, con esempi di come vengono usate.
In sintesi: le pratiche filosofiche sono le forme in cui la filosofia diventa attività di dialogo e di orientamento, e non solo materia di studio. Nel counseling filosofico gli strumenti principali sono il dialogo socratico, la sospensione del giudizio di origine fenomenologica, l’interpretazione del racconto di sé e l’analisi della visione del mondo che sta dietro alle scelte. Non esiste un protocollo unico: il metodo si adatta alla persona e alla sua situazione.
Cosa sono le pratiche filosofiche
Con «pratiche filosofiche» si indica l’insieme delle attività in cui la filosofia esce dall’aula universitaria e diventa un modo di pensare insieme su problemi concreti. Il termine traduce il tedesco Philosophische Praxis, il nome che Gerd B. Achenbach diede nel 1981 al primo studio di consulenza filosofica, aperto vicino a Colonia. Le forme principali sono sei:
- Counseling filosofico individuale: colloqui uno a uno su una domanda, una scelta o una crisi personale.
- Dialogo socratico di gruppo: un gruppo ricerca insieme la risposta a una domanda generale partendo da esperienze concrete.
- Philosophy for Children (P4C): laboratori di pensiero critico e creativo per bambini e ragazzi.
- Comunità di ricerca filosofica: lo stesso metodo applicato agli adulti, in scuole, ospedali, comunità e luoghi di lavoro.
- Caffè filosofici: incontri aperti, in luoghi pubblici, su un tema scelto dai partecipanti.
- Filosofia nelle organizzazioni: percorsi individuali e di gruppo su valori, decisioni e relazioni di lavoro.
Ciò che le accomuna è un’idea semplice: chiunque è in grado di ragionare filosoficamente, a prescindere dagli studi fatti, e chiarire le proprie idee ha effetti reali sul modo di vivere.
Il counseling filosofico ha un metodo?
È la domanda più frequente, e la risposta è sì e no. Achenbach sosteneva che la consulenza filosofica dovesse andare «oltre il metodo»: non un protocollo da applicare a tutti, ma un pensiero che si lascia guidare dalla situazione unica della persona. Incasellare un problema in una categoria significa, almeno in parte, smettere di ascoltarlo.
Questo non vuol dire improvvisare. Chi pratica il counseling filosofico dispone di una cassetta degli attrezzi molto ampia, costruita in venticinque secoli di storia del pensiero, e sceglie di volta in volta gli strumenti più adatti. Alcune regole restano costanti: il counselor non si sostituisce alla persona, non impone conclusioni e non fa diagnosi. Il cambiamento, quando avviene, è una conquista di chi ha chiesto aiuto.
Gli strumenti del counseling filosofico
Il dialogo socratico
Socrate non insegnava risposte: poneva domande. Paragonava il suo lavoro a quello della levatrice, che non genera il bambino ma aiuta a farlo nascere, e da qui viene il nome maieutica. Nel counseling filosofico il dialogo socratico serve a far emergere ciò che la persona pensa davvero, a verificare la coerenza delle sue convinzioni e a scoprire i presupposti nascosti dietro una scelta che sembra obbligata.
Un esempio. Una persona dice: «Non posso lasciare questo lavoro, sarebbe un fallimento». Il counselor può chiedere: che cosa intendi per fallimento? Fallimento agli occhi di chi? Se un amico ti dicesse la stessa frase, che cosa gli risponderesti? Sono domande semplici, che spesso spostano il problema dal piano dei fatti a quello delle idee su cui la decisione poggia.
La sospensione del giudizio
Dalla fenomenologia di Edmund Husserl il counseling filosofico riprende l’epoché, cioè il «mettere tra parentesi» le interpretazioni abituali per guardare l’esperienza così come si presenta. Quando una situazione ci opprime, di solito abbiamo già deciso che cosa significa. Sospendere per un momento quel significato crea una distanza: la situazione non sparisce, ma smette di dominarci e può essere osservata.
Nella crisi questa distanza spesso si produce da sola, sotto forma di smarrimento. Uno dei compiti del counselor è aiutare la persona ad abitarla invece di fuggirla: è lì che diventa possibile chiedersi che cosa, esattamente, non funziona più.
Il racconto di sé
Ognuno di noi si comprende attraverso una storia: chi sono, da dove vengo, che cosa mi aspetto. Paul Ricoeur ha chiamato questo legame identità narrativa. Nelle crisi la storia si inceppa: il passato non spiega più il presente e il futuro sembra chiuso. L’approccio ermeneutico lavora sull’interpretazione di questo racconto: quali eventi abbiamo scelto come decisivi, quali parole usiamo per descriverci, quali alternative non abbiamo mai preso in considerazione.
L’analisi della visione del mondo
Dietro ogni reazione c’è un’idea generale, spesso mai formulata. Uno degli esercizi più usati consiste nel risalire dal caso concreto allo schema che si ripete, e da questo alla convinzione di fondo. Gli esempi che seguono sono illustrativi.
| Caso concreto | Schema che si ripete | Visione del mondo |
|---|---|---|
| «Mi sono infuriato perché il capo ha bocciato la mia proposta» | Mi sento umiliato ogni volta che il mio lavoro viene criticato | Valgo quanto i risultati che ottengo |
| «Non riesco a dire di no a mia sorella» | Mi sento in colpa ogni volta che metto un limite | Voler bene significa non deludere mai |
| «Ho rinunciato al trasferimento all’estero» | Rimando ogni decisione che comporta un rischio | Ciò che è sicuro vale più di ciò che è possibile |
Rendere esplicita la visione del mondo non significa giudicarla sbagliata. Significa poterla esaminare, confrontarla con altre e, se lo si desidera, modificarla.
Il confronto con i testi filosofici
In alcuni percorsi il counselor propone la lettura di un testo scelto perché offre una prospettiva diversa sulla questione: Seneca sul tempo, Epitteto su ciò che dipende da noi, Kierkegaard sulla scelta. Non si cerca nel libro la risposta giusta, ma si mette la propria posizione accanto a un’altra, per capire meglio perché la si tiene. È un’eredità degli esercizi spirituali della filosofia antica, in cui il pensiero era prima di tutto un modo di vivere.
Le domande del counselor
Alcune domande ricorrono spesso nei colloqui, perché aiutano a guardare la propria situazione da un altro punto di vista:
- Chi è coinvolto in questa decisione? Porta fuori dalla sola prospettiva dell’io.
- Perché ti sembra così urgente? Apre la riflessione sul tempo e sulle priorità.
- Che cosa consiglieresti a un amico nella tua situazione? Crea distanza dal problema.
- E se le cose andassero diversamente? È l’esperimento mentale, usato dalla filosofia fin dalle origini.
- Ne sei sicuro? Puoi farmi un esempio? Mette alla prova le convinzioni.
- Potresti dirlo con un’altra parola? Aiuta a definire con precisione ciò che si prova.
Due modelli di colloquio: Marinoff e Raabe
Pur senza un protocollo unico, alcuni autori hanno descritto le fasi tipiche di un percorso. Due modelli sono particolarmente noti:
- Il metodo PEACE di Lou Marinoff: Problema, Emozione, Analisi, Contemplazione, Equilibrio. Si parte dal problema concreto e dalle emozioni che suscita, lo si analizza, lo si osserva alla luce di prospettive filosofiche diverse e si arriva a un nuovo equilibrio.
- Le quattro fasi di Peter Raabe: libera esplorazione del problema, risoluzione del problema immediato, apprendimento di strumenti per ragionare in autonomia, trascendenza, cioè la capacità di affrontare da soli situazioni future.
I due modelli hanno lo stesso punto d’arrivo: non risolvere il problema al posto della persona, ma renderla più capace di affrontarlo.
Le pratiche filosofiche di gruppo
Il dialogo socratico di Nelson
Negli anni Venti il filosofo tedesco Leonard Nelson trasformò il metodo socratico in una pratica di gruppo, sviluppata poi da Gustav Heckmann. Un gruppo ristretto, guidato da un facilitatore, affronta una domanda generale (che cos’è il coraggio? quando è giusto mentire?) partendo da un esempio vissuto da uno dei partecipanti, e lavora per arrivare a una risposta condivisa. Il facilitatore non prende posizione sui contenuti: garantisce che il dialogo resti rigoroso, che ogni affermazione sia argomentata e che tutti possano intervenire.
Philosophy for Children e comunità di ricerca
La Philosophy for Children nasce negli Stati Uniti dal lavoro di Matthew Lipman, a partire dagli anni Settanta. I bambini leggono un breve racconto, formulano le domande che il testo suscita e scelgono insieme quale discutere. L’aula diventa una comunità di ricerca, in cui si impara ad argomentare, ad ascoltare e a cambiare idea. Lo stesso modello si usa con gli adulti: insegnanti, operatori sanitari, gruppi di lavoro.
I caffè filosofici
Il primo café philo fu organizzato a Parigi nel 1992 dal filosofo Marc Sautet, al Café des Phares. La formula è semplice: un luogo pubblico, un tema proposto dai presenti, un conduttore che fa procedere la discussione. È la forma più aperta di pratica filosofica e una delle più diffuse.
La filosofia nelle organizzazioni
Nelle organizzazioni le pratiche filosofiche si usano sia in forma individuale, con colloqui per manager e collaboratori in fasi di cambiamento, sia in gruppo, per lavorare su valori, decisioni condivise e qualità delle relazioni. Rispetto al coaching, che lavora su obiettivi e prestazioni, l’approccio filosofico si concentra sul senso di ciò che si fa e sulle ragioni delle scelte. Un’esperienza concreta è raccontata in coaching e counseling filosofico in azienda.
I limiti degli strumenti filosofici
Usare bene questi strumenti significa anche conoscerne i limiti. Il counseling filosofico lavora su idee, valori e significati; non è la risposta adatta quando la sofferenza ha una base clinica che richiede cure. In particolare:
- in presenza di disturbi psichici o di sintomi gravi e persistenti, la figura di riferimento è il medico, lo psicologo o lo psicoterapeuta;
- con una persona in crisi acuta non è possibile una discussione rigorosa: prima viene la sicurezza;
- le esperienze traumatiche richiedono competenze cliniche specifiche;
- il counselor non può imporre un cambiamento né offrire risposte definitive: può aiutare a pensare con più chiarezza.
Per questo un counselor filosofico serio lavora in rete con altri professionisti e, quando serve, indirizza la persona allo specialista.
Dove si imparano le pratiche filosofiche
Usare questi strumenti in modo responsabile richiede una formazione che unisca studio della filosofia, metodologia del colloquio, esperienza personale e supervisione. È la struttura del Master in Counseling Filosofico di ISFiPP e Scuola Superiore di Counseling Filosofico (SSCF), triennale, a Torino e online.
Per approfondire: counseling filosofico: cos’è, storia e differenze con la consulenza filosofica e cosa fa un counselor filosofico e come si svolge una seduta.
Domande frequenti sulle pratiche filosofiche
Quali sono le principali pratiche filosofiche?
Le principali sono il counseling filosofico individuale, il dialogo socratico di gruppo, la Philosophy for Children, le comunità di ricerca filosofica, i caffè filosofici e la filosofia nelle organizzazioni.
Che cos’è il dialogo socratico?
È un metodo basato su domande che fa emergere ciò che una persona pensa davvero e mette alla prova la coerenza delle sue convinzioni. Nella forma di gruppo, sviluppata da Leonard Nelson, i partecipanti cercano una risposta condivisa a una domanda generale partendo da un esempio concreto.
Il counseling filosofico ha un metodo preciso?
Non un protocollo unico. Usa strumenti della tradizione filosofica, come il dialogo socratico, la sospensione del giudizio, l’interpretazione del racconto di sé e l’analisi della visione del mondo, scelti in base alla persona. Tra i modelli più noti ci sono il metodo PEACE di Lou Marinoff e le quattro fasi di Peter Raabe.
Che cos’è la Philosophy for Children?
È un percorso ideato da Matthew Lipman negli Stati Uniti a partire dagli anni Settanta: bambini e ragazzi discutono domande filosofiche nate dalla lettura di un racconto e formano una comunità di ricerca che allena pensiero critico, creatività e ascolto.
In cosa gli strumenti filosofici sono diversi da quelli psicologici?
Lo psicologo valuta e tratta il disagio psichico con i metodi della psicologia, anche diagnostici. Il counseling filosofico non fa diagnosi: lavora su idee, valori e visioni del mondo, per aiutare a ragionare con chiarezza su domande di senso e scelte.
Fonti e riferimenti
- Gerd B. Achenbach, fondatore della Philosophische Praxis (1981).
- Leonard Nelson, Il metodo socratico.
- Matthew Lipman, Educare al pensiero.
- Lou Marinoff, Platone è meglio del Prozac.
- Peter B. Raabe, Teoria e pratica della consulenza filosofica.
- Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica.
- Paul Ricoeur, Sé come un altro.
- Marc Sautet, Socrate al caffè.
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